sabato 9 luglio 2016

9 luglio 2006

"Nel cerchio di centrocampo, prima dei rigori contro la Francia, non volevo vicino nessuno. Sono napoletano, e quindi scaramantico. Il pensiero del momento era uno solo: «Guagliu', statemi lontani». In Francia nel 1998, proprio contro i padroni di casa, ci abbracciavamo, forte, intensamente, e dal dischetto fummo battuti. Non si scherza con i ricorsi storici. Sono stato fermo per quasi tutto il tempo, una statua. Intanto mi si è avvicinato Pirlo. Mi ha persino abbracciato, incurante della possibile sfiga in agguato. “Ecco, ci siamo” è stato il mio primo pensiero. “È finita, abbiamo perso.” Non ho esultato né per i nostri palloni buttati dentro, né per l'errore di David Trezeguet. Fabio Grosso si è alzato e ha cominciato a camminare verso il dischetto. A quel punto, Andrea mi ha quasi sussurrato: «Fabio...». «Dimmi, Andrea.» «Avrei una domanda: se Fabio fa gol, abbiamo vinto il Mondiale?» «Sì, Andrea.» «Ma sei sicuro?» «Sì, Andrea.» Era completamente andato. Non connetteva. Né lui, né io, né gli altri. Abitanti di un'altra dimensione, quasi padroni della Terra, ma allo stesso tempo marziani."
Fabio Cannavaro

Quattro volte campioni del mondo! (fonte: sportmediaset.mediaset.it)

venerdì 8 luglio 2016

Dieci motivi (personali) per rallegrarsi dell'eliminazione della Germania dall'Europeo

Oggi la Germania si è svegliata fuori dall'Europeo. Gli animi sono mogi, il ritmo è basso. Perché le aspettative erano alte. Anche io, personalmente, mi sarei aspettato una vittoria, non roboante ma una vittoria, contro i padroni di casa della Francia. E da una parte, me lo auguravo pure. Ma solo in parte, ripeto. Perché oggi, ho più di un motivo per essere contento che la Germania sia uscita dal torneo. Anzi, addirittura dieci motivi.

Antoine Griezmann sentenzia la Germania con il goal del 2-0 (fonte: eurosport.com)

10. Perché hanno eliminato gli azzurri. Beh, inutile nasconderlo: per quanto neanche Les Blues mi stiano molto simpatici, in quanto fonte di grandi delusioni in gioventù, dà soddisfazione vedere tornare a casa proprio chi a casa ti ci ha mandato. È la natura dell'essere umano, in fondo, chi in questo mondo non gode almeno un pochino delle sconfitte altrui?

Uno degli errori dal dischetto contro la Germania nei quarti di finale (fonte: tz.de)

9. Per quel lercio del loro allenatore. Grande selezionatore, ma qualche dubbio sui suoi modi di comportarsi in pubblico ci viene. La combo grattatina/annusata è una delle immagini extracalcistiche simbolo di questo Europeo, un'immagine da dimenticare in fretta.

Palpata, e poi annusata (fonte: 90min.com)

8. Per i commenti razzisti sui francesi. Quando l'ultimo quarto di finale ha designato la Francia come avversaria della Germania in semifinale, di commenti ne sono piovuti. I francesi sono storicamente antipatici a tutti, e i tedeschi - soprattutto per motivi storici - non fanno eccezione. Però spingersi fino a pronunciare commenti razzisti mi è sembrato eccessivo. «Sie sind les Blacks, nicht les Blues», un chiaro riferimento di cattivo gusto alla prevalenza di giocatori di colore nella selezione francese. Dimenticandosi, molto stupidamente, che a fare le fortune della Mannschaft nel Mondiale del 2014 sono stati immigrati o figli di immigrati (vedi post), tra i quali anche un giocatore di colore, Jérôme Boateng. Dopo il risultato della semifinale, la mia risposta ironica a quel commento non poteva che essere quella in foto.

Oggi, al mio collega

7. Per le macchine ridicole. Passino le bandiere, passino le vetrine dei negozi tappezzate di nastrini, passino i bambini con le magliette di Schweinsteiger & co., ma gli alettoni Schwarz-Rot-Gold e le bandiere tedesche appese ai finestrini sono veramente una pacchianata, la quale fine aspetto...sostanzialmente dall'inizio degli Europei. Senza contare che queste decorazioni mettono pure a rischio la sicurezza del veicolo (vedi post).

Imbarazzante (fonte: verkehrsportal.de)

6. Perché così si lamenteranno dell'arbitro (italiano). Io parlo al futuro semplice ma in realtà le critiche all'arbitro stanno già piovendo a livello torrenziale. Perché il rigore assegnato alla Francia è "discutibile", perché i cartellini hanno preso un via preferenziale verso la squadra tedesca. «Immer diese Italianer» (= "Sempre questi italiani"), commenta polemico il mio capo. Insomma, se non ci pensano i giocatori, ci pensano gli arbitri italiani ad eliminare la Germania. Anche in questo caso tutto il mondo è paese: Rizzoli era l'arbitro della finale in cui la Germania ha conquistato il Mondiale del 2014 contro l'Argentina; se si vince va tutto bene, se si perde è colpa dell'arbitro. Qui i tifosi tedeschi non mi sono parsi molto diversi dai tifosi italiani.

Rizzoli, cartellino e rigore (fonte: eurosport.com)

5. Perché il calcio è uno sport da uomini e non da bimbiminchia. Il calcio è uno sport di contatto, da duri, dove ci si fa male spesso. E nella nazionale tedesca ci sono troppe facce che l'immagine di "duro" proprio non ce l'hanno. Sembra quasi che Mario Götze, Joshua Kimmich o Julian Draxler, invece di ispirarsi ai campioni del passato e del presente, si ispirino a Justin Bieber...

Julian Draxler (fonte: tumblr.com)

4. Per l'arroganza dei tifosi. Si, proprio loro: gasatissimi. Convinti che la propria nazionale giochi il miglior calcio del mondo, che i propri giocatori siano dei del calcio, che il palleggio sopraffino prevalga su tutto. Convinti dunque di portare a casa a mani basse il titolo. Ma fare tanto possesso palla non serve a niente se poi la palla non la butti dentro. L'ex-allenatore del Cile, Jorge Sampaoli, quando un giornalista gli chiese come avesse fatto a perdere una partita per 3-0, nonostante il 73% di possesso palla, rispose con una storiella: «Una sera andai in un bar con una donna. Parlammo tutta la notte, flirtammo, le offrii molti bicchieri. Poi, alle cinque di mattina, all'improvviso arrivò un ragazzo, la prese per un braccio, se la portò in bagno, fecero l'amore e se ne andarono via. Ma non importava, per la maggior parte della serata era stata con me».

Tifosi in piazza a Berlino (fonte: dfb.de)

3. Perché a calcio si gioca con i piedi e non con le mani. Io ricordavo che a calcio l'unico che può toccare la palla con le mani è il portiere. Per i tedeschi invece non è così, loro possono giocare a calcio con i piedi. Potevano.

La rete impazza per i falli di mano della Germania

2. Per i commenti razzisti sugli italiani. Quando la nazionale italiana si mette di traverso sui piani di conquista calcistica della Germania, piovono regolarmente critiche e talvolta anche insulti. Da parte dei tifosi, ma anche dei giornali. Anche la scorsa settimana ne ho dovute vedere di tutti i colori (vedi post).
Ma il peggio l'ho visto su Facebook. Una catena di supermercati (REWE, ndr) ha indetto un concorso in cui invitava i suoi clienti a spiegare come "avrebbero mandato l'Italia a casa"; l'idea più originale sarebbe stata premiata con dei buoni spesi di 500 €. L'idea di per sé non sarebbe stata malvagia, anzi, ma era chiaro che l'antipatia calcistica - che a partire dalla seconda metà del XX secolo ha sostituito l'odio nazionalistico tra paesi in guerra tra loro - sarebbe sfociata in commenti di stampo razzista. Il risultato è stato infatti che centinaia di germanici leoni da tastiera hanno riversato nei commenti parole di ogni genere contro gli italiani e, cosa ancora più grave, è che i moderatori della pagina abbiano agito in maniera sommaria, parziale e ritardataria. Lo stesso episodio non si è poi ripetuto in occasione nella semifinale con la Francia: che ci sia un bel po' di odio represso nei nostri confronti?

Voilà, razzismo servito su un piatto d'argento

1. Perché così posso dormire. Un motivo stupido? Non direi proprio, perché qui in Germania si inizia a fare casino da subito. Per i tedeschi, anche una vittoria risicata contro la modesta selezione nordirlandese è una buona ragione (!!!) per scendere in strada e suonare il clacson come se non ci fosse un domani... chissà come sarebbe stato festeggiare l'approdo alla finale.

giovedì 7 luglio 2016

Dodici settimane e 443 chilometri

Ciao a tutti!
È in questo inizio di luglio, in questa estate interlocutoria, che ancora non vuole dirci se vuole essere torrida o mite, che inizio un nuovo lungo percorso. Proprio questa settimana scatta l'eterno conto alla rovescia verso il nuovo traguardo che qualche mese fa (anche con l'aiuto della buona sorte) ho deciso di voler raggiungere. Straße des 17. Juni, o per essere più precisi, la Porta di Brandeburgo: lì ha inizio e fine la maratona di Berlino.
Come annunciai due mesi fa (vedi post), la maratona "dell'anno", perché sarà l'unica del 2016 e ovviamente per il blasone che si porta dietro, sarà la maratona di Berlino. La maratona più veloce del mondo, dove sono stati abbattuti consecutivamente sei record del mondo della maratona. Il percorso è velocissimo in quanto buona parte della corsa si svolge sugli ampi viali berlinesi; ad occhio, inoltre, non presenta neanche molte curve. E Berlino stessa giace su una piana che più piatta non si può.

Maratoneti in Potsdamer Platz (© DPA)

Ad attrarmi particolarmente è ovviamente il prestigio di questa manifestazione, che può vantare quasi 37.000 atleti giunti all'arrivo posto appena dietro la Porta di Brandeburgo. Ma è innegabile che la concreta possibilità di migliorare sensibilmente il proprio personale, mi seduce, e non poco. Certo, la preparazione che sto iniziando in questi giorni non sarà semplice. Perché l'appuntamento con la BMW-Berlin Marathon è fissato per domenica 25 settembre, e ciò significa che gli allenamenti più duri saranno da svolgersi tra i mesi di luglio ed agosto. Siamo in Germania, e tradizionalmente il clima è più temperato che in Italia: ma non dimentico l'estate dello scorso anno, quando trascorremmo i mesi estivi con punte fino a quasi 42°C. A proposito di record, a Kitzingen, a poche decine di chilometri di distanza da Schweinfurt, venne raggiunta la temperatura massima della storia della Germania, da quando esistono le registrazioni dei dati meteorologici. Ovviamente mi auguro di no, altrimenti ciò significherebbe dodici settimane di levatacce all'alba, per poter correre in condizioni accettabili.

La maratona di Berlino, sogno per più di un maratoneta (© DPA)

Dunque, si inizia a correre sul serio. Le dodici settimane che stanno per arrivare parleranno di allunghi, ripetute, serie in salita, palestra, lunghi, tappeto, stretching, bici. Dodici settimane dure, intense, (immagino) ricche di soddisfazione. Con un solo obiettivo: il traguardo della maratona di Berlino!
Bis bald!
Stefano

mercoledì 6 luglio 2016

6 luglio 1959 - Brouillard, una prima di ghiaccio e folgore

"Al tramonto il vento del nord disperde la tempesta, come d'incanto. Illuminato dagli ultimi raggi radenti, il cono del Monte Bianco riappare etereo nel vento polare che fa fumare le sue creste. Ora abbiamo veramente vinto. Domani prima del sorgere del sole scenderemo a valle. Con il naso schiacciato contro i vetri, Oggioni ammira ancora una volta la sua vetta che, ironia della sorte, ha potuto toccare prima ancora che vedere. Poi cala la notte, ci avvolgiamo nei nostri sacchi gommati, e come tante altre volte ascoltiamo l'urlo del vento, ma con la ritrovata gioia di vivere."
Walter Bonatti, I miei ricordi

Il Pilastro Rosso di Brouillard (fonte: gulliver.it)

Il Monte Bianco è per Walter Bonatti la sede preferita per allenamenti impegnativi ed esperimenti alpinistici, ripetendo le vie storiche, nonché il terreno di caccia per nuove prime ascensioni. Prima del 1959, il curriculum alpinistico di Bonatti sul massiccio più alto d'Europa conta già alcune prime ascensioni di grande rilievo, come la prima salita della parete est del Grand Pilier d'Angle. Ma anche veri e propri exploit, come la famosa salita al Grand Capucin lungo la parete est e l'impresa in solitaria sulla parete sud-ovest dell'Aiguille du Dru.

Da La Stampa dell'8 luglio 1959

Bonatti nel luglio del 1959 vuole aggiungere un'altra prima assoluta: una salita al Monte Bianco, risalendo il Pilastro Rosso di Brouillard, e seguendo dunque la cresta di Brouillard per arrivare in vetta. In questa impresa non sarà solo ma accompagnato da uno dei pochi alpinisti con cui si è legato in cordata con fiducia, Andrea Oggioni.
Questa salita è ricordata da Bonatti non come la più complessa, nonostante la definisca «una delle più belle, più lunghe e più difficili scalate che abbiano come punto d'arrivo il Monte Bianco» ma come una delle più funestate dalle condizioni meteorologiche. La salita del pilastro, di per sé, procederà alla grande, se non per la stalattite di ghiaccio dalla quale partono schegge che colpiscono Oggioni in pieno volto. Questa, nelle diciotto ore di ascesa, risulterà essere l'unico inconveniente, un'inezia a confronto con ciò che li aspetterà.

L'itinerario seguito per salire il Bianco passando per il Pilastro Rosso di Brouillard

Superato il Pilastro Rosso di Brouillard, c'è ancora da percorrere la cresta per arrivare in vetta. I due si fermano poco oltre, per iniziare il bivacco, e rimandano al giorno dopo il completamento dell'itinerario. Nella notte, Bonatti, da alpinista consumato nonostante la giovane età, si accorge che qualcosa sta cambiando, che il maltempo sta arrivando. Non c'è tempo da perdere, bisogna ripartire. E bisogna farlo in fretta. Alle 5.10 del mattino ripartono spediti lungo la cresta: la via d'uscita più logica è la salita in vetta per poi riparare sul versante francese e sulla capanna Vallot. Ma prima, bisogna salire sul Picco Luigi Amedeo e sul Monte Bianco di Courmayeur.

Da La Stampa dell'8 luglio 1959

Il temporale infuria già sul Vallese, e velocemente sta per arrivare sul Monte Bianco. La tempesta è veloce, ma di grande potenza. Il vento produce un rumore tale da impedire qualsiasi tipo di comunicazione. Ogni forma è confusa nel ghiaccio e nella nebbia. I lampi sono ovunque attorno a loro, Bonatti e Oggioni si ritrovano obbligati a gettare periodicamente la piccozza sul ghiaccio per non rischiare di rimanere fulminati - cosa peraltro non facile, perché l'aria è carica di elettricità al punto tale che gli oggetti tendono a sembrare incollati alle mani.
Ma finalmente, dopo cinque ore di calvario nel maltempo più furioso, spuntano alcune orme: è la vetta. Le fatiche, raddoppiate, triplicate dalla tempesta, stanno per finire. Per entrambi c'è un moto di gioia, per averla scampata, per aver portato a termine l'impresa - e per Oggioni, è la prima volta sul Monte Bianco.

La verticalità del granito rosso del Pilastro di Brouillard (fonte: teamctblog.climbingtechnology.com)

Ancora due ore e i due potranno ripararsi nella capanna Vallot. La brutta avventura sarà solo più ricordo e la paura lascerà lo spazio alla soddisfazione per l'impresa.
È un'impresa, questa, non la più famosa - pochi infatti collegano il nome di Bonatti al Pilastro Rosso di Brouillard - ma sicuramente una di quelle che meglio illustra la tempra indomabile di Walter Bonatti e le sue capacità alpinistiche a 360°, che includono la bravura nel tirarsi fuori dai guai. Non di sola scalata, insomma, sono fatti i fuoriclasse dell'alpinismo.

martedì 5 luglio 2016

There's magic in the night

Ci sono forse parole per raccontare un concerto di Bruce Springsteen? Si può spiegare in qualche modo come ci sente durante e dopo un concerto di The Boss? Il rapporto, ai confini del viscerale, che si instaura tra il grande rocker del New Jersey e il suo pubblico trascende l'immaginabile. Il vortice di sensazioni che ti coinvolge in quelle quasi quattro ore di concerto è un incredibile miscela di energia, nostalgia, commozione, adrenalina. C'è tutto in un suo concerto. E quando lo vedi una volta, non puoi più essere lo stesso.

Let's rock! Bruce in Land of hope and dreams, prima canzone in scaletta

Fu per me così quattro anni fa, quando partecipai al mio primo concerto di Bruce Springsteen. Ai tempi non lo conoscevo ancora proprio bene, avevo ascoltato gli ultimi album ma la sua discografia degli anni Settanta e Ottanta mi era quasi sconosciuta - fatta eccezione per i classici. Sono parzialmente perdonato: io ho all'incirca la stessa età del suo album più famoso, Born in the U.S.A., uscito proprio un anno prima che io nascessi - correva l'anno 1984. Da quel momento la passione per questo cantante mi ha travolto, la sua musica mi accompagna nella preparazione delle maratone ed è come nei grandi giorni in alta via. Nei momenti importanti, Bruce c'è. E c'è stato anche il giorno del mio matrimonio. Inevitabile che fosse prioritaria per me la caccia al biglietto per la (prima) data milanese del The River Tour 2016, serie di concerti in cui celebra i trentacinque anni dall'uscita di The River, un altro album essenziale nella sua discografia. Un tour "strano", senza album a supporto, annunciato senza molto preavviso, ma non per questo meno seguito.

Uomo del popolo

Stavolta non sono più da solo sulla tribuna di San Siro, con me ci sono quattro persone speciali a condividere questa emozione. E a condividere pareri, opinioni, al termine della maratona musicale che è un concerto di Springsteen. Ognuno arriva a San Siro con una sua storia personale, privata e in qualche modo legata a The Boss.
Dario lo ascolta da una vita, ma per un motivo o per l'altro non è mai riuscito a trovare il biglietto per un suo concerto. Fortunatamente ci ha pensato sua moglie Sara a fargli questo regalo di compleanno, un sogno che si realizza, un giorno che non potrà mai più dimenticare. Ah, se Dario un giorno non mi avesse passato il CD di The Rising durante la pausa pranzo dell'università, probabilmente non sarei neanche qui a raccontare del concerto di domenica.
Non so che cosa leghi invece Barbara a Francesca a Bruce Springsteen. Ma la loro emozione è palpabile. È il salto nel tempo: trentuno anni fa loro c'erano a San Siro, durante il primo concerto in Italia di Springsteen. E chi c'era quel giorno tramanda sempre che fu qualcosa di leggendario.

A due ore dall'inizio!

Un concerto è un concerto: ma un suo concerto è un'altra cosa. Prendiamo la durata: quasi quattro ore ININTERROTTE di musica. Chi altro le fa? Ligabue (presente ieri a San Siro, a quanto pare), due anni fa, concerto meraviglioso, ma... due ore, per altro intervallate, e basta. Ma a tanti altri gruppi non piace spingersi oltre due ore/due ore e mezza di concerto. Bruce, che viaggia verso i 67 anni, invece no: quasi quattro ore di musica sul palco, un animale da stadio.
Che, personalmente, mi accende in canzoni come Born to run, Out in the street, Darlington County, The rising o la famosa Born in the U.S.A., in cui non canta, ma urla le canzoni, con una grinta fuori dal comune. Questa passione accende la folla, ed essa risponde con altrettanto calore.

I sogni vivono stanotte (© Mathias Marchioni)

San Siro è un tempio del calcio ma lo è anche della musica. Tutti i concerti più leggendari tenutisi in Italia passano di qua: Bob Marley, Madonna, Michael Jackson, Bob Marley, David Bowie, U2, Muse sono alcuni tra i cantanti e le band che si sono esibite a San Siro. Ma come dimenticare il concerto del 21 giugno 1985? Sarà proprio questa data a far sbocciare la relazione di amore oggi più che mai attuale tra Springsteen e il Bel Paese. Ventotto brani, più di sessanta-settantamila fan in visibilio. Un trionfo.

Un uomo con la sua Fender Telecaster

Per passare poi al 28 giugno 2003, che lo stesso Bruce Springsteen annovera come uno dei suoi concerti più belli di sempre: «Dopo un paio di canzoni è venuto giù uno dei diluvi più incredibili che abbia mai visto. Eravamo sul punto di smettere, anche perché eravamo preoccupati che un fulmine centrasse l'impianto elettrico. Ma non uno di voi sessantamila pazzi italiani s'è mosso di un centimetro, e così abbiamo continuato e ne è venuto fuori quello che io considero uno dei migliori cinque concerti della mia vita.» Cercate Waitin' on a sunny day e "San Siro 2003" su YouTube: troverete un Bruce Springsteen cantare con gioia infinita questa canzone sotto uno spaventoso diluvio di proporzioni bibliche. E i suoi fan... scatenati sotto il palco!
Ed è Bruce stesso a sottolinearlo in concerto: Milano è una città speciale per lui e la sua band. Quella di domenica, è stata la sua sesta esibizione a San Siro.

Dentro San Siro

Ma non è solo il rock più puro che fa tremare San Siro. Anche le melodie di ballate come The River, Jungleland e Indipendence day, fanno vibrare gli animi più sensibili presenti ieri a Milano. Alcuni sono arrivati a piangere. Una canzone, una canzone bella, che effetto può avere dentro di noi? Potrebbe essere legata ad un ricordo, ad una storia d'amore, ad un amico, ad un aneddoto lontano decenni, ad un caro che non c'è più. Alla gioventù. Molti dei presenti ieri a San Siro sono persone che superano i quarant'anni. Come è normale e giusto che sia. Ma Bruce è un cantante che unisce le generazioni. Sulla metropolitana verso San Siro, ho visto famiglie, in cui i genitori hanno trapiantato la cieca fede per Springsteen ai loro figli. Ho visto ragazzine ansiose di vedere The Boss, con un entusiasmo tale che si potrebbe pensarle dirette ad un concerto di Justin Bieber. Tanti volti, tante età, tanti modi di reagire ai pezzi più commoventi: c'è chi se ne sta in religioso silenzio (come me), c'è chi scoppia in lacrime.

A furor di popolo

Bruce Springsteen per alcuni fan è considerato alla stregua di una divinità. E i suoi seguaci sono quasi come una confraternita. Arrivano da tutto il mondo ad ogni suo concerto, lo seguono in buona parte delle sue date. A detta della signora dell'albergo milanese presso il quale ho pernottato durante questo fine settimana, ci sono fan dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti! E allo stadio... ci sono persone che vestono magliette visibilmente consunte risalenti al Born in the U.S.A. Tour, altri che mostrano con orgoglio tatuaggi con l'icona di Springsteen sui bicipiti.
Poi ci sono quei fortunati che questo concerto non se lo dimenticheranno mai, come i/le giovani che Bruce ha portato con sé sul palco per suonare e cantare Dancing in the dark con Bruce e la E-Street Band. Bruce Springsteen, vox populi.

Quattro improvvisati chitarristi

Un concerto di Springsteen, come quello di domenica, è tante anime fuse tra loro in un unico vortice di musica. Nelle quasi quattro ore di show ci trovi il riassunto di una discografia immensa, ci trovi tutto lo spirito della working class hero di cui Bruce Springsteen è il miglior esponente. Ci trovi il sogno americano di Land of hope and dreams, sogno che è fatto del duro sacrificio raccontato in Jackson cage e Badlands ma anche della speranza cantata in Lucky town, infine del trionfo in The rising. Ci trovi storie di sentimento, a volte crudele, come in The river, a volte nascosto, come in Indipendence day, a volte dolcissimo, come in Sherry darling.

Luci a San Siro

L'apoteosi arriva quando si accendono i riflettori di San Siro. Ci siamo, è il momento, Bruce sta per iniziare i "bis", con la doppietta Born in the U.S.A. + Born to run. Delirio totale, non potrebbe essere altrimenti, per questi due pezzi leggendari. Bruce non vorrebbe mai andarsene dal palco, e il siparietto con Little Steven lo spiega bene a tutto il pubblico. Bruce non vorrebbe mai lasciare il suo popolo, ma ahimè, arriva il momento in cui deve salutarlo. Non prima di una esecuzione acustica di Thunder road. Questa si che lascia il segno.

Con Jake Clemons e Little Steven

E al termine, quando anche lui scompare nel dietro le quinte, rimane una grande nostalgia. Perché lo spettacolo è appena finito, sei stanco perché hai ballato per quattro ore, sei senza voce perché già dopo la prima canzone non ne avevi più, figurarsi dopo... Ma come vorresti che tutto ricominciasse dall'inizio!
Non possiamo che confidare in un suo nuovo album, un suo nuovo tour, una nuova esibizione in Italia (magari a San Siro...), un concerto il più presto possibile, insomma... Lunga vita a Bruce Springsteen!

Bruce e la E-Street Band ai saluti

"When I'm out in the street, I walk the way I wanna walk
when I'm out in the street, I talk the way I wanna talk
when I'm out in the street, when I'm out in the street"
Bruce Springsteen, Out in the street

lunedì 4 luglio 2016

La regina del nord

Ciao a tutti!
Il titolo di questo post, interamente dedicato a Lubecca, non è casuale. Perché la regalità di Lubecca non è solo nel soprannome che le è stato affibbiato dai tedeschi, "regina delle Hanse", ma nella sua eleganza, nella sua struttura, nel suo modo di porsi. Lubecca e soprattutto il suo centro storico, dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità, rappresentano in senso assoluto una delle meraviglie del nord della Germania. Perché la Germania non è solo la Baviera delle case a graticcio, dei paesaggi naturali e della tradizione birraia. La Germania è anche fatta di città come Lubecca, nobili e raffinate, nonostante ci si avvicini alla Scandinavia e al gusto del Mar Baltico. In questo post, proverò a raccontare qualcosa di questa città dal fascino indiscutibile.

Lubecca sul Trave

Che si arrivi in treno o in auto, la porta di ingresso per entrare in Lubecca non può che essere una: la Holstentor, l'imponente costruzione posta sul lato occidentale della città, ciò che resta della fortificazione risalente al XV secolo. La Holstentor è un simbolo non solo di Lubecca, ma dell'intera regione: la moneta commemorativa da 2 euro emessa nel 2006 dalla Germania (la prima di una serie che terminerà nel 2021), è dedicata al land più settentrionale, lo Schleswig-Holstein, ha nel suo rovescio proprio l'effige dell'Holstentor.
Due torri tra loro collegate da una costruzione di mattoni: la Holstentor è impressionante per più ragioni. I colori, tendenti al rosso e al marrone, sono quelli tipici dell'area e del gotico baltico, che tolgono maestosità ma ne accentuano la forza. La peculiarità è nelle forme, arrotondate e mai perpendicolari con alcun punto di riferimento: la Holstentor, da ovunque parte la si guardi, sembra storta, piegata. È il monumento più originale di una città altrettanto originale...


Holstentor, lato ovest

Holstentor, lato est

Superato il secondo ponte sul trave, dopo aver oltrepassato l'Holstentor, appare evidentissimo il profilo caratteristico di Lubecca, composto di sette torri appartenenti a ben cinque chiese, tutte dislocate all'interno dell'isola centrale: con le spalle alla Holstentor, incontriamo da sinistra a destra le torri di: Jakobikirche, Marienkirche (2), Petrikirche, Ägidienkirche e Dom (2). I ponti sull'Holstenhafen e sullo Stadttrave sono i punti migliori per osservare questo spettacolo dell'architettura baltica.

Le possenti torri del duomo

Tra queste, quella che più merita una visita è la Marienkirche, per più di un motivo. Perché le sue torri sono le più alte della città (circa 125 metri di altezza, un'enormità). Perché è una chiesa di una città baltica ma che si rifà al gusto gusto della Francia e delle Fiandre, grazie alle proporzioni verticalissime, slanciate verso il cielo. Perché è stato un modello per molte altre chiese del nord Germania in quanto una delle prime ad essere realizzata con il tipico elemento dello Schleswig-Holstein, il laterizio rosso in vista. Perché ospita due simboli per la pace, le 14 croci spezzate di Uecker, un macabro monito contro la guerra, e i resti delle campane spezzate nel bombardamento della Domenica delle Palme, nel 1942. Perché l'altare di Anversa è un capolavoro ligneo assoluto. Perché la Marienkirche ha il suo fiore all'occhiello nell'orologio astronomico: realizzato da un orologiaio di Lubecca, ha un effetto magnetico, impossibile staccarsi da esso.

Elemento tipico di Lubecca, gli archi

Lubecca non è ovviamente solo le sue torri, ma anche e soprattutto le sue case, soprattutto quelle più antiche. Questo è un vero e proprio patrimonio a cielo aperto: per dare un'idea dei numeri, oltre mille vecchie abitazioni sono attualmente sotto tutela artistica. Esse descrivono perfettamente lo sfarzo borghese (ma senza vette di esibizionismo) che ha caratterizzato la storia di Lubecca, soprattutto tra il XIV e il XV secolo. Le case più belle non a caso sono gotiche e rinascimentali, ma tutte presentano una facciata che sale verso l'alto con una forma triangolare; ornate da simboli e stemmi delle casate più ricche della città, queste abitazioni mostrano nella maggior parte dei casi (e come buona parte di altre strutture civili e religiose di Lubecca), il mattone rosso a vista.

Uno splendido balconcino del Rathaus

Una di queste, posta su Mengstraße - una delle vie più eleganti della città, è speciale, ed è quasi oggetto di culto e di pellegrinaggio per gli amanti della letteratura internazionale. Parlo ovviamente della Buddenbrookhaus, l'abitazione in cui ha vissuto il premio Nobel per la letteratura Thomas Mann, nativo di Lubecca e che in questa casa ha trascorso la sua gioventù con la famiglia. Ora è un museo dedicato a Thomas ed Heinrich Mann e a I Buddenbrook, forse il romanzo più celebre di Thomas Mann, "liberamente ambientato" in questa dimora - e nel centro storico di Lubecca.

Rathaus, parte prima...

...e parte seconda: che meraviglia!

Ma non si può dimenticare, parlando di edifici storici, il municipio di Lubecca. Uno dei Rathaus più datati di Germania è di gran lunga la costruzione più bizzarra dell'intera città. La struttura di questo edificio si sviluppa lungo una L, in cui i due lati circondano la vivace piazza, adibita a mercato. Da un lato assume i caratteri rinascimentali, deliziosi ed eleganti nella loggia bianca sovrastata da un muro in laterizio (...peccato per i cantieri in corso). Dall'altro lato assume i caratteri più gotici della Langes Haus (meraviglioso il porticato sottostante) e del Kriegsstubenbau, due edifici in mattoni, stavolta non più rossi, ma di colore nero (!), due edifici che aggiungono un notevolissimo tasso di originalità ad una costruzione che si raffigura come unica nel contesto architettonico tedesco. Non ho dubbi, dopo la Holstentor, è il Lübecker Rathaus ad essere il soggetto principe delle macchine fotografiche dei turisti in visita a Lubecca. Troppo affascinante...

La casa della corporazione dei marinai, uno dei migliori esempi dell'architettura di Lubecca

Anche per uscire dal caos del centro storico e soprattutto della Breite Straße, la via dello shopping nonché il principale asse urbano di Lubecca, non è male spostarsi verso la parte più settentrionale della città. Si possono trovare spunti di grande interesse, sicuramente meno conosciuti, ma lontani dalla calca. Ad esempio, la Jakobikirche, la chiesa dei marinai: oltre ad ospitare un organo ed un altare di grande valore, contiene una scialuppa di salvataggio utilizzata per portare al sicuro i passeggeri di una nave naufragata negli anni Cinquanta.
Meraviglioso, poi, è l'Heilig-Geist-Hospital: oltre alla caratteristica del laterizio a vista, tratto comune degli edifici di Lubecca, questa costruzione presenta tre originali frontoni dalla forma triangolare. Sul momento non ci ho dato peso, poi ho realizzato successivamente che l'Heilig-Geist-Hospital è anche l'edificio raffigurato nelle ultime edizioni de I Buddenbrook: più simbolico di così...
Per non farsi mancare nulla, si può camminare fino alla Burgtor, una delle porte d'ingresso di Lubecca e fiore all'occhiello del complesso del Burgkloster, l'antico convento dominicano posto all'estremità settentrionale dell'isola dalla forma ellittica sulla quale sorge Lubecca. Peccato non aver avuto più tempo a disposizione: il Burgkloster ospita infatto il Museo della Lega Anseatica.

Heilig-Geist-Hospital

Ma la vera tappa obbligata, prima di lasciare Lubecca, è una bucolica passeggiata in riva ai canali che fiancheggiano l'isola di Lubecca nel suo lato occidentale, lo Stadttrave e l'Holstenhafen, lungo due vie dal nome inconfondibile: An der Untertrave e An der Obertrave. La prima, ampia ed anche aperta alle automobili, permette di ammirare alcune tra le più importanti dimore delle ricche famiglie di commercianti. An der Untertrave non è altro che la miglior sfilata degli elementi dell'architettura del Baltico. An der Obertrave, beh... camminandovi si entra in un sogno: si perde un po' di fastosità ma si ritrova il romanticismo di un'atmosfera più popolare. Case più piccole, più modeste, solo apparentemente meno curate, ma divise dall'acqua da un piccolo prato. Passeggiare lungo sull'Obertrave è come catapultarsi in una realtà urbana che non è facile da potersi immaginare. Passeggiare sull'Obertrave vuol anche dire fantasticare, sognare gratuitamente ad occhi aperti. «Ce la compriamo una casa qui?» è stata una delle domande che più mi è balenata nella mia mente.

Burgtor

Difficile dire, dopo una giornata trascorsa a Lubecca cosa mi abbia impressionato di più, ogni singolo angolo della città fornisce uno spunto incantevole per una fotografia. Lubecca è l'immagine simbolo di un'altra Germania; di un passato che inizia attraversando la Holstentor; di un'atmosfera da fiaba da godere rigorosamente a piedi, passo dopo passo; di una terra che, vivendo tutto l'anno in Baviera, ci risulta un po' oscura. Ma noi, la luce, la vogliamo accendere: infatti, non vediamo l'ora entrambi di ritornare a Lubecca. Poi, da quando ho scoperto che esiste una maratona a Lubecca, che partenza e arrivo sono nel centro storico e il percorso è sostanzialmente Lubecca-Travemünde andata e ritorno... beh, ma quando torniamo???
Bis bald!
Stefano

domenica 3 luglio 2016

Dreams are alive tonite

We're runnin' now but darlin' we will stand in time
To face the ties that bind
The ties that bind
Now you can't break the ties that bind
You can't forsake the ties that bind
Bruce Springsteen, The ties that bind

Stadio Giuseppe Meazza... - 1 ora all'arrivo di Bruce Springsteen

Gente con la gioia nel cuore, gente di tutte le età, vecchi e bambini, gente che vuol divertirsi, gente che aspetta di saltare al ritmo di rock'n'roll, gente che vuole urlare a squarciagola canzoni che sono già leggenda, di ieri e di oggi, gente che vuole sognare con The Boss. Questo è il popolo di Bruce Springsteen, questo è il popolo che lo aspetta nella prima data italiana del The River Tour.

sabato 2 luglio 2016

Oggi essere italiani conta di più

Ciao a tutti!
Poche ore, poi parlerà il campo. L'ennesimo capitolo di una rivalità accesa si consumerà sul prato dello Stade Atlantique di Bordeaux. Quarti di finale degli Europei 2016,  una partita che avrebbe potuto anche essere una finale per la qualità del gioco messo in campo dagli Azzurri e dalla Mannschaft. E proprio per questo chi andrà a casa avrà più di un rimpianto. Soprattutto i tedeschi, campioni del mondo in carica e grandi favoriti della manifestazione. Inutile negarlo, la qualità a disposizione dei ragazzi terribili di Joachim Löw è clamorosamente superiore ai faticatori guidati da Antonio Conte. Tutti gli esperti internazionali danno poche chances alla nostra nazionale. E i tedeschi ridono.

Il duello più atteso: Manuel Neuer vs. Gianluigi Buffon

Hanno iniziato da subito, da quando la banda-Conte ha surclassato gli ormai ex-campioni d'Europa della Spagna: Bild (giornale in prima linea quando si tratta di sfottere) presenta un titolo piuttosto chiaro: "I nonnetti dell'Italia pronti per Jogi (Joachim Löw, ndr)". Ogni riferimento alla rosa con l'età media più alta del torneo è puramente casuale, no? Ad aumentare questo dato è sicuramente la stella indiscussa di questa nazionale priva di talenti in attacco, Gianluigi Buffon. Preso stupidamente di mira pure lui. Vecchio, non più al livello del n.1 tedesco, Manuel Neuer. Che forte è forte, ma senza quel carisma e quel bagaglio di esperienza che può vantare il capitano della Juventus e della Nazionale. Buffon, dal canto suo, sa che è bene tenere un basso profilo: "Certo, Neuer è più forte di me". Bravo Gigi, quanto a stile meglio non copiare i tedeschi. Loro in conferenza stampa si presentano con ben altro piglio. Il trequartista del Real Madrid Toni Kroos afferma che la Mannschaft è indubbiamente superiore e accederà alla semifinale. Ma una volta non era il campo a deciderle? Mi ha deluso invece il (solitamente astuto) tuttofare del Bayern Monaco Thomas Müller che è sicuro: "non lasceremo il campo piangendo", "il nostro cammino continuerà anche dopo i quarti". E se continuasse a casa loro?

Subito dopo la vittoria contro la Spagna

Bild rincara la dose con le solite psicostronzate teutoniche. Oltre al Buffon servo di Neuer, ho dovuto leggere di Boateng e Gomez insuperabili, di troppa arroganza da parte nostra (manco giocassimo con Messi in campo!), di un Khedira che rivelerà tutti i trucchi per scardinare la difesa, di un Löw che azzecca tutte le mosse e bla, bla, bla...
Arroganza italiana. Ma dove? Una stampa vergognosa come la Bild in Italia non esiste. O forse si, ma non è così popolare. Vedi sotto. 

Era il 2012 e Bild titolava: "vigliacchi contro uomini"... tutti sappiamo come è andata a finire! 

È stata una settimana emotivamente dura per me, questa. Sapere che sabato la tradizione vincente contro la Germania potrebbe finire, che da lunedì debba sorbirmi i miei colleghi esultare per una vittoria ai NOSTRI danni, quando già devo vedere automobili conciate con lo Schwarz-Rot-Gold nelle modalità più improbabili e sentire caos da carosello dopo una semplice partita di girone... beh, non è mica facile. In questi giorni gli Azzurri sono orgoglio nazionale e più di una volta ho ripensato a quell'introduzione prepartita di Fabio Caressa, nel 2006, prima della semifinale mondiale tra Italia e Germania, a casa dei tedeschi, nello stadio in cui erano imbattuti: "Alcuni vivono qui da sempre, non hanno mai rinnegato la loro terra. Quanto conta per loro oggi, i nostri giocatori lo hanno capito. Gliel'hanno letto negli occhi, in questi giorni, quando si sono fatti abbracciare. Adesso c'è una cosa in più per cui lottare, soprattutto per chi vive qui: oggi essere Italiani conta di più." Quanto le sento vere, dieci anni dopo, queste frasi. Con i colleghi non è stato facile, sono veramente sicuri di farci a fettine. Le risatine si sprecano. Argomentare con loro è complicato, d'altronde loro hanno una nazionale tostissima e dalla qualità smisurata. Mi attacco a Gigi, alla BBC in difesa, ai nostri giocatori semisconosciuti a livello internazionale e per questo insidiosi, alle forze fresche di una rosa che non ha dovuto combattere fino all'ultimo per vincere scudetti e coppe. Ma non è facile, uno contro tutti.

Lo vedremo stasera

Può anche darsi che io prenda un grosso abbaglio e da sabato sera debba chiedere scusa, ma ho come l'impressione che anche stavolta i tedeschi ci stiano sottovalutando. Non avremo i Baggio e i Del Piero, ma abbiamo una difesa di ferro. Non avremo talento nei piedi, ma un fuoriclasse in panchina. Non avremo il talento di Özil, Kroos e Draxler, ma corridori instancabili, pronti a lottare su ogni pallone. Difesa insuperabile, organizzazione tattica e tanto cuore, una rosa di giocatori che, a parte alcune eccezioni, nessuno conosce. Freschi e riposati, cattivi e affamati. Secondo me, la lezione di mezzo secolo di sconfitte non l'hanno mica ancora imparata. Non sarebbe male provare a sussurrarglielo all'orecchio ancora una volta: alla fine, a vincere siamo sempre noi italiani. Forza Azzurri, non deludeteci.
A presto!
Stefano

venerdì 1 luglio 2016

Tschüß, und forza Italia!

«Caro italiano, mi piace il tuo cielo blu - e dopo tre grappe, canto assieme a te "Azzurro" di Adriano Celentano. L'azzurro è il colore della maglia della tua nazionale.
Gli Azzurri. Da quarant'anni i tedeschi non riescono a vincere una grande partita contro di voi, Azzurri.
Perché ci lasciamo ingannare da voi, italiani. Gli italiani guardano solo il culo delle donne. I ragazzi italiani sono solo dei galletti. Gli italiani portano i jeans attillati, gli italiani cantano di notte sotto i balconi dove risiedono le turiste. I ragazzi italiani spendono i loro soldi nei vestiti. I ragazzi italiani sono cocchi di mamma, "la Mamma" è il più grande mito dei ragazzi italiani.
Il nostro grande errore è sempre stato considerare l'italiano come se fosse un buono a nulla. Questo era il loro trucchetto. In realtà gli italiani sono truffatori, fighetti, e se necessario cattivi.
I ragazzi italiani non sono romantici, gli italiani sono dei duri. E commedianti complicati da gestire. Quando uno di loro viene toccato, si rotola più di otto volte sul prato, come un soldato ferito a morte.
Ma vince le partite.
Sabato, ore 21. Per me la Germania non ha ancora vinto.»
Franz Josef Wagner, Bild, 1 luglio 2016

Alla fine parlerà sempre il campo

Alla fine devo dire che questo Wagner ha anche ragione. Un po' di luoghi comuni per raccontare noi italiani. In fondo è lo stesso modo in cui raccontiamo noi i tedeschi, per frasi scontate e stereotipi. Con onestà, tutto sommato. E finalmente uno che l'ha capito che la Germania non ha ancora vinto. Più siamo feriti, colpiti nell'orgoglio, in netta difficoltà, più ci esaltiamo. È dal 1962 che non lo capiscono.
Bis bald!
Stefano

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