martedì 9 agosto 2016

Cosa è il Liechtenstein?

"Cosa è il Liechtenstein? Come è fatto? Cosa ci si può trovare?": da queste semplici domande è nata una piccola sosta in questo piccolo stato, un principato per la precisione, che affianchiamo durante ogni viaggio tra Schweinfurt e la nostra terra natia. L'autostrada svizzera A13, che attraversa tutta la valle del Reno, permette di buttare l'occhio su questo staterello fatto di montagne, verdissimi pendii erbosi, su cui trovano spazio qualche gruppetto di case: una descrizione dal libro Heidi, personaggio peraltro nato proprio qui vicino (Vaduz dista una quindicina di chilometri da Maienfeld, in linea d'aria).

Il Castello di Vaduz

Facciamo un giro a piedi per Vaduz. L'atmosfera ci sembra ovattata: è luglio, e da queste parti luglio è il mese prediletto per le vacanze; è lunedì, è pomeriggio e fa terribilmente caldo. Poca gente in giro, qualche sparuto turista. Le condizioni ideali per provare a capire qualcosa di più sul Liechtenstein.
Deve essere un paese molto ricco: lo testimoniano i negozi di lusso e le boutique del centro di Vaduz. Scopro in seguito che il Liechtenstein è il paese con il più alto reddito pro capite del mondo. Le attività economiche e finanziarie qui trovano un terreno fiorente grazie al favorevole livello di tassazione. Deve essere un paradiso per i collezionisti di francobolli: se ne vendono un po' ovunque nei vari negozi del centro; di molto rari se ne trovano nel "museo delle poste", il Postmuseum des Fürstenturm Liechtenstein. Deve essere un paese molto tranquillo - ma se si ispira ai stati che lo circondano, Svizzera ed Austria, non riesco ad immaginarmelo in altro modo. Architettonicamente, è una interessante miscela di "antico" (il municipio di Vaduz ne è il miglior esempio) e di moderno. Il parallelepipedo nero del Kunstmuseum è un'opera curiosa e altrettanta curiosità mi suscita il contenuto: che ci sia anche parte del tesoro dei principi del Liechtenstein?


Il Kunstmuseum, sicuramente il più importante museo del paese

Parte del decantato tesoro dei principi di Liechtenstein si trova proprio in questo museo. Ma i principi, loro, dove stanno? Eh, loro stanno in alto, e guardano il popolo in basso. La residenza dei principi si trova infatti proprio nel castello duecentesco sulla rupe che sovrasta Vaduz. Lo si vede un po' da qualsiasi angolazione: dal centro storico di Vaduz, e lì sembra proprio che ti sovrasti. Lo si può apprezzare da vicino, anche se non visitabile: seppur restaurato nel secolo scorso, mantiene un certo spirito antico delle epoche più fiorenti di questo piccolo stato. Meraviglioso appare dalla strada per mezzo della quale si ci si avvicina. Tra i vigneti (si, in Liechtenstein si produce anche del vino!) la mole del Castello dei Principi svetta ancora più potente, nobile quanto la stirpe che guida la monarchia del Liechtenstein.

Balcone sulla valle del Reno

Di certo, il Liechtenstein merita ancora una visita, un approfondimento. In un paio d'ore... ci abbiamo capito poco. Ci incuriosiscono molto questi villaggi. Ma soprattutto non vedo l'ora di scoprire la sua terra: perché Liechtenstein non è solamente Vaduz, ma è anche le sue montagne, al confine con l'Austria. Grandi possibilità di trekking e di praticare sport invernali. Si trova nella precisa metà del nostro consueto viaggio tra Schweinfurt e Torino: vogliamo scommettere che nel principato torneremo abbastanza presto?
Bis bald!
Stefano

lunedì 8 agosto 2016

Uno sguardo sulla Pietà Rondanini

Ogni momento è buono per altrettanto buona arte. Sempre. Anche trovarsi a Milano per il concerto di Bruce Springsteen può essere un eccellente scusa per scoprire qualcosa di assolutamente nuovo. Io dovrei già recuperare cercando di scoprire Milano – città che ho sempre trascurato, per più di un motivo – ma, nell'impossibilità di farlo nel tempo a mia disposizione, mi sono consolato con una visita ad un pezzo d'eccezione dell'arte italiana. Che guardando alla sua storia, ben poco ha a che fare con Milano e con il luogo in cui è ospitato, l'Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco. Si tratta dell'ultima opera, incompiuta, di Michelangelo: la Pietà Rondanini.

Primi piani sui volti della Pietà Rondanini

La Pietà Rondanini, che prende questo nome dai marchesi romani che l'acquistarono nel XVIII secolo, è ritenuta l'opera incompiuta di Michelangelo Buonarroti, alla quale vi lavorò negli ultimi giorni prima di morire, a Roma, il 18 febbraio del 1564. Per molti altri quest'opera rimase in una bottega romana, prima di essere venduta ai marchesi Rondanini, i quali la disposero nell'omonimo palazzo romano di Via del Corso. Nel 1952 fu (inspiegabilmente) venduta al Comune di Milano, che la destinò alle Raccolte del Castello Sforzesco. Dall'anno scorso, dopo lunghi lavori di restauro, è visibile al pubblico nel nuovo museo dedicato esclusivamente a quest'opera, e allestito all'interno del Castello Sforzesco.
Osservando la Pietà Rondanini salta subito all'occhio che l'opera è incompiuta. Solo le gambe di Cristo e quello che avrebbe dovuto essere un braccio nella prima versione. Si, perché quello che si può oggi vedere della Pietà Rondanini è frutto di ripensamenti dell'artista - anche causati da una fessura nel marmo, che obbligò Michelangelo a dover scolpire la Madonna e il Cristo in un unico blocco. Di incompiuto, rimane molto, quasi tutto, ma i lineamenti sofferenti di madre e figlio sono ben impressi nel marmo. Ma la bravura e la capacità scultorea di Michelangelo sono massime anche in quest'opera non portata a termine: in un blocco unico, dove madre e figlio sono incorporati in un'unica figura, si intravedono più scene, la morte di Cristo, la sua deposizione e quindi la resurrezione.

I due metri della Pietà Rondanini nel nuovo museo all'interno del Castello Sforzesco

L'opera incompiuta indubbiamente affascina. Induce a riflettere su come avrebbe potuto essere completata, è bello poter immaginare come l'avrebbe terminata Michelangelo, o come l'avremmo finita noi. Nei due metri di marmo c'è molto della filosofia e del pensiero del Buonarroti, così dicono i critici. A me piace di più pensare a ciò che Michelangelo, costretto dal marmo a dover scolpire madre e figlio nel medesimo blocco, ha voluto farci vedere: madre e filgio sono un'unica entità, in cui non ci è dato di sapere chi sorregge chi: è la Madonna a sorreggere un figlio prossimo alla resurrezione, o è Cristo a soccorrere le pene della madre? Non lo sapremo mai, e i critici d'arte possono solo continuare a inventare teorie affascinanti. Ma in fondo va bene così. Gli ignoranti come me, continueranno ad osservarla, sempre con stupore. D'altronde, il nuovo allestimento dedicato alla Pietà Rondanini, che permette di ammirarla a 360°, è fatto apposta per stupire chi si vuole affacciare alla scoperta dell'ultima meraviglia di Michelangelo.
Bis bald!
Stefano

domenica 7 agosto 2016

Berlino Express: cinque, it's the magic number!

Ciao a tutti!
L’allenamento verso Berlino continua spedito. Un terzo di preparazione è già stato completato, avendo appena superato le cinque settimane. Da un certo punto di vista, queste sono le settimane più dure e stressanti, in quanto sono le settimane del "carico". Non si corre molto, ma si corre duro, si fanno allenamenti che lasciano tossine nei muscoli e mettono a dura prova gambe e soprattutto il fiato. E c'è anche un po' di palestra, utile a sviluppare forza negli arti inferiori e mantenere in forma tutto il resto della muscolatura - che serve eccome in una maratona.

Che fatica, eh? (fonte: lucariccardiboxingcoach.com)

Soprattutto ci sono le ripetute in salita. Lo sforzo che da qualche settimana compio su una rampa di 150 metri dalla pendenza media del 15% (come quella che utilizzo io in Bergstraße), per venti volte divise in quattro serie, serve soprattutto ad allenare il cuore a pompare maggior quantità di sangue, oltre che a rinforzare buona parte della muscolatura delle gambe. Purtroppo, si conclude con poco fiato e gambe decisamente appesantite. Ma ho scoperto in passato che questa è una delle modalità di allenamento che più può portare a benefici nella preparazione di una maratona. I buoni risultati ottenuti nel 2013 alla maratona di Venezia e un anno fa alla maratona di Firenze ne sono testimonianza diretta.
L'allenamento standard delle ultime settimane è molto semplice: poco meno di un chilometro per prendere un po' di ritmo e completare il riscaldamento, poi via a quattro serie da cinque salite (e relative discese) di 150 metri, serie tra di loro intervallate da un tratto di scarico di circa 800-900 metri, in cui rifiatare e rilassare un po' i muscoli; per chiudere, ancora un chilometro di scarico con rampetta finale. I dati che ho riportato nella tabella che segue spiegano molto bene l'evoluzione e i progressi fatti nei vari allenamenti.

Dati sugli allenamenti in salita (settimane 3-4-5 di allenamento)

Sul singolo allenamento ho accorciato il tempo di quasi un minuto e mezzo, che è già un fatto sostanziale. Soprattutto, sono riuscito a migliorare la mia velocità di corsa in salita. Tradotto: più fiato a disposizione! Nonostante il tempo di scarico tra una serie e l'altra, si sia dilatato – ma è fisiologico – e nonostante abbia corso progressivamente con condizioni atmosferiche più favorevoli, è evidente il progresso fatto durante la fase di salita. Confronto con un anno fa? Difficile da fare: sull'unico allenamento con quattro serie ho un tempo superiore di circa due minuti, che non è una cattiva indicazione. Ma l'anno scorso, avevo lavorato su allenamenti da cinque serie, ancora più massacranti, non confrontabili con quelli di quest'anno, più "leggeri".
Cinque, come le ripetute in una singola serie. Cinque, questo numero magico... Cinque è il numero che mi serve anche per tenere a bada mentalmente la fatica. Dopo la prima ripetuta, internamente mi dico "cinque"; dopo la seconda, "dieci", e così via... e man mano che corro, che le ripetute si accumulano, così come si accumula la fatica e viene meno la forza, quel numero aumenta fino a "cento". Quello è il momento più dolce dell'allenamento: quando tocco per l'ultima volta la fine di Bergstraße e la fatica estrema è raggiunta, devo solo più pensare a portare le gambe a casa.
E metterle sotto un tavolo, perché dopo un tale sforzo, ho una fame...
Bis bald!
Stefano

sabato 6 agosto 2016

6 agosto 1958 - Dall'alto della montagna scintillante

"Gli ambienti alpinistici di tutto il mondo hanno appreso con ammirazione la conquista, da parte della spedizione italiana, del «Gasherbrum IV», che in dialetto pachistano significa «Parete lucente». L'impresa, a quanto permette di giudicare un messaggio inviato da Riccardo Cassin e giunto oggi a Karaci, è destinata a rimanere tra le più spericolate della storia dell'alpinismo. Il nome e la classe dei vincitori fornivano del resto ampie garanzie. Cassin ha amalgamato i suoi uomini e ha predisposto ogni particolare per il successo, come poteva solo un uomo di grande esperienza alpinistica. Del resto egli aveva con sé autentici assi: Bonatti; Piaz; Pirovano; Comici; Carlo Mauri; Toni Gobbi, notissima guida di Courmayeur; Giuseppe Oberto, guida di Macugnaga; Giuseppe De Francesch, guida di Moena; il fotografo e orientalista Fosco Maraini e il dottor Zeni, che è stato il medico della spedizione. La spedizione italiana, partita dall'Italia in aprile, arrivò a Karaci il 18 maggio e il 30 maggio proseguì, avvalendosi della collaborazione di 483 portatori, verso il ghiacciaio del Baltor. Al 16 di giugno Bonatti, Gobbi e Oberto fissavano il campo base a 5100 metri. Iniziava praticamente di qui la scalata. Sei giorni più tardi veniva fissato il campo n. 1 a 5650 metri; il 25 giugno il campo n. 2 a quota 6150. Di qui veniva compiuta una esplorazione per individuare il punto attraverso il quale sferrare l'attacco decisivo.

La montagna lucente, illuminata dalle ultime luci del tramonto (fonte: mountainsoftravelphotos.com)

Cassin e Oberto il 1° luglio sfuggono miracolosamente a una gigantesca slavina che scivolando dalla cima del «Gasherbrum V» (un altro picco dello stesso massiccio) attraversa tutta la valle. Nei giorni successivi altri due campi vengono fissati a quote superiori sino ai 7200 metri. Il tempo stringe. Si sta approssimando il periodo dei monsoni. Terribili, violentissimi venti investono le gole dei monti e le pareti, strappando letteralmente gli alpinisti. Il 14 luglio il primo tentativo.

Bonatti, Cassin e Mauri durante la spedizione al Gasherbrum IV (fonte: fuorivia.it)

Bonatti e Mauri partono alle 4 del mattino dal campo n.5 e si avventurano sulla cresta nord-est. Affrontano difficoltà di quarto e di quinto grado, investiti dal vento che si fa sempre più violento. Alle 11.15 i due alpinisti sono a duecento metri dalla vetta. Vedono già a portata di mano la vittoria. A questo punto il tempo si fa proibitivo. Nonostante l'audacia più volte dimostrata, Bonatti e Mauri devono desistere.

L'annuncio su La Stampa del 23 agosto 1958 (oltre due settimane dopo la conquista della vetta!)

Il maltempo non dà tregua. Cassin allora decide di ritirare i suoi uomini al campo base. Dopo una pausa per riorganizzare i campi, si ritenta l'impresa.
Sono le 5 del mattino quando Mauri e Bonatti lasciano il campo n.6 e si avviano verso la cresta finale. Il cielo è sereno, ma soffia un vento dannato. La temperatura è bassissima. I due scalatori superano di slancio la Torre Grigia, la terza Torre e la Torre ultima, affrontando quindi la cresta di nord-est, che rappresenta la chiave dell'arrampicata, attraverso una erta «seraccata» di ghiaccio. Superata questa, grazie all'impiego di numerosi chiodi, Bonatti e Mauri procedono oltre il cono di neve, affrontando la delicatissima cresta dove la neve copre pericolosamente i lastroni di ghiaccio. Finalmente, alle dodici, la vetta. Un abbraccio, qualche rapida fotografia e il tempo di piantare le bandiere. Poi i due vincitori iniziano la discesa, spinti dell'approssimarsi dell'uragano. Nel suo dispaccio, Cassin descrive la discesa, resa infernale dalla bufera. Il momento critico è durante il passaggio dal campo n.6 a quello n.5. Bonatti e Mauri devono far ricorso a tutta la loro forza d'animo e a tutte le loro energie di giovani alpinisti per superare le difficoltà rese indescrivibili dal vento e dalla temperatura oscillante sui 40 gradi sotto zero. Alla fine i due sono stremati.

Bonatti in cima a braccia alzate, è la foto simbolo della conquista del Gasherbrum IV (fonte: banff.it)

In un breve messaggio di Walter Bonatti, giunto oggi a Genova dal campo base del «Gasherbrum IV», a quota 5250, sono contenute ulteriori notizie sull'ultima fase della impresa alpinistica. Walter Bonatti scrive: «Tutti i miei compagni, meno Maraini (si tratta dello scrittore-fotografo della spedizione) erano partiti scaglionati nei giorni scorsi per preparare i campi. Carlo (Mauri) ed io, destinati all'assalto finale siamo stati gli ultimi a muoverci».
«Siamo partiti il primo giorno in quattro e abbiamo raggiunto la quota 7700, dove abbiamo fissato il sesto campo, e il giorno dopo alle 5.30 Carlo ed io siamo partiti per la vetta, che abbiamo raggiunto alle 12.38». Bonatti aggiunge che la salita è stata difficilissima, anche per le condizioni atmosferiche che hanno poi reso particolarmente arduo anche il ritorno."
La Stampa, 23 agosto 1958

venerdì 5 agosto 2016

Wanted - The Big Five: il leopardo

"Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti s'assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e subito lo divora."
Leonardo da Vinci

Lo sguardo del predatore

Il più bello, il più leggiadro, il più sfuggente e proprio per questo il più ricercato: è il leopardo, l'ultimo dei Big Five.
Nei due giorni di safari abbiamo avuto il modo di osservare a breve distanza un leopardo africano, un vero esempio di Panthera pardus pardus, completando la ricerca dei Big Five, ma possiamo dire di essere stati decisamente fortunati a osservare questo animale... Perché si nasconde molto, grazie a una sua caratteristica peculiare, quella di poter rimanere senza bere per molto tempo. Proprio per questo motivo è anche un animale difficile da studiare. Ma è un animale, come gli altri felini della savana, dalla forza incredibile: per concludere i suoi pasti, il leopardo trascina sugli alberi le proprie prede prive di vita, arrampicandosi senza problema con una carcassa tra i denti.
Ed è proprio nascosto tra gli alberi il leopardo con il quale ci ritroviamo faccia a faccia. Proprio quando il tempo a disposizione per l'uscita in jeep stava per terminare, dopo un vivace scambio di messaggi radio, il nostro pilota Moses preme improvvisamente sull'acceleratore: sulla jeep non capiamo cosa sta succedendo e perché improvvisamente stiamo viaggiando a questa velocità, ma ce ne rendiamo conto dopo pochi minuti: un leopardo è stato avvistato e le jeep presenti in zona si fiondano su uno degli obiettivi più prestigiosi. Visivamente, eh si, è un animale di altra categoria! Tutto sommato se sta tranquillo tra le fronde, nonostante un faro puntato sul muso, faro che ci permette di vederlo e di fotografarlo, di scattare una foto che vale tutto il nostro viaggio: indubbiamente il contatto con il leopardo è stato, uno dei momenti più forti di tutto il safari e del viaggio in Sudafrica.
Bis bald!
Stefano

giovedì 4 agosto 2016

Unser Schweini

Ciao a tutti!
Non sono solito comprare giornali in Germania - e come li leggo? - ma raramente faccio attenzione alle prime pagine, a meno che qualche collega legga qualcosa di molto interessante durante la pausa pranzo. Ma nell'ultimo weekend monacense un fatto mi è subito saltato agli occhi, grazie alle Zeitungskästen (i distributori di quotidiani) presenti nel centro di Monaco. Su tutti i giornali, dai locali TZ e Süddeutsche Zeitung, fino ai più "nazionali" Frankfurter Allgemeine e Bild, campeggiava in prima pagina una foto ed un titolo riguardante uno dei giocatori più simbolici della storia recente della Mannschaft (la nazionale tedesca di calcio), il centrocampista Bastian Schweinsteiger.

Schweinsteiger ferito durante la finale dei Mondiali 2014

Il capitano della nazionale tedesca si ritira. A trentadue anni, e a soli due anni dall'abbandono del capitano nei trionfali mondiali brasiliani del 2014, nonché mostro sacro della storia della Mannschaft, Philipp Lahm, anche Schweinsteiger ha deciso di lasciare il passo alle nuove generazioni. Tanti infortuni, un'ultima stagione a Manchester tutt'altro che brillante in quanto condizionata da questi, un ritiro che avviene dopo aver vinto tutto con la squadra in cui è cresciuto, il Bayern Monaco, e soprattutto dopo aver trascinato la nazionale tedesca alla vittoria della Coppa del Mondo: personalmente, reputo giusta la decisione di Schweini, come è affettuosamente soprannominato.
Se la carta stampata tedesca, comunque molto attenta agli eventi calcistici, accoglie come uno shock il ritiro di Fußballgott, come invece lo chiamano i tifosi del Bayern, non è assolutamente per caso. Perché se ne va un pezzo di storia del calcio tedesco: 500 presenze, 66 marcature e otto campionati vinti con il Bayern Monaco; 120 presenze, 25 reti e un Mondiale con la nazionale, quarto per numero di presenze nella storia della Mannschaft. Numeri che spiegano tanto, ma che non dicono tutto.

La copertina di Bild in una delle tipiche Zeitungskästen di Monaco

C'è molto di più nel ritiro dalla nazionale di Schweinsteiger, nella sua abdicazione da capitano e da leader carismatico. L'intera Germania perde un giocatore che, oltre alle sue elevate qualità tecniche, era un trascinatore in campo, dove scendeva con grande determinazione. Un vero esempio per i compagni di squadra. L'immagine che sicuramente i tedeschi ricordano con maggior piacere è proprio nella finale dei Mondiali del 2014 contro l'Argentina, quando si presentò alla premiazione dei vincitori con una ferita alla guancia procuratasi durante uno scontro di gioco. È un'immagine espressiva, simbolo di una squadra e di un'intera nazione che sapeva di dover gettare il cuore oltre l'ostacolo per portare a casa la vittoria, dopo una decade di grandi delusioni ad un passo (o quasi) dal trionfo. L'immagine del guerriero ferito ma che non molla mai, è quella che meglio rappresenta la Germania, non solo come una squadra di calcio ma anche come nazione.  C'è un po' di amarezza da parte dei tifosi tedeschi? Si, e la comprendo perfettamente.
Bis bald!
Stefano

mercoledì 3 agosto 2016

Il santuario delle otarie

Ciao a tutti!
Il villaggio di Hout Bay, giacente sull'omonima baia, può sembrare a prima vista una ridente borgata di mare, un manipolo di case di pescatori, con un piccolo (ma neanche tanto) porto in cui barche e pescherecci fanno a spallate tra loro. Invece Hout Bay, dietro il suo bastione principe, il verticalissimo Karbonkelberg, nasconde un grande tesoro. È un'isoletta di roccia, coperta qua e là di alghe. Si chiama Duiken Island, ma è ben più famosa per ben altri motivi. Essa è infatti conosciuta come il "santuario delle otarie".

Le otarie del Capo, quelle sveglie e quelle addormentate...

Hout Bay è a tutti gli effetti un piccolo porto, in cui le navi scaricano in continuazione tonni e aragoste dalle acque dell'oceano. Prende il nome dal fatto che quando venne scoperta (dall'olandese Jan van Riebeeck) era interamente ricoperta da foreste, foreste dalle quali venne ricavato il legname utile alla costruzione dei primi insediamenti di Città del Capo (hout significa legno, in olandese). La baia è stupenda, popolata da una fauna di prim'ordine (abbiamo avvistato anche numerosi delfini oltre a qualche sparuta balena) e circondata da una cornice di montagne che inizia ad ovest con il citato Karbonkelberg, meta di scalatori ed escursionisti e termina a est con il Constantiaberg e il Nordhoeek Peak, sotto il quale si fa largo la panoramica strada del Chapman's Peak Drive.

Il porto di Hout Bay

L'economia di Hout Bay, oltre alla pesca, si basa sul turismo e sui servizi di trasporto verso la Duiken Island. Con un traghetto, per raggiungere questa isola - meglio, un gruppo di scogli che emerge dalla superficie dell'oceano - serve una decina di minuti circa. Dalla barca non si può scendere (è vietatissimo sbarcare sulla Duiken Island!) ma il capitano del traghetto è molto bravo ad avvicinarsi quanto basta alle rocce dove vivono le otarie del Capo. Sono tantissime, centinaia! Per rendere l'idea, essere lì, a pochi metri di distanza da una colonia di otarie (oltre ad un consistente numero di volatili quali gabbiani e cormorani), è come essere dentro un documentario. Con la semplice differenza che la visita alla Duiken Island non è una banale esperienza visiva bidimensionale ma un'avventura sensoriale. Coinvolto anche l'olfatto: le otarie non emanano un buon odorino...

A testa alta...

Quanto ai sensi, le otarie brillano per vista e udito. Riescono a captare suoni a grande distanza e di qualsiasi natura, ed è questa una delle loro armi per difendersi dai predatori, in primis il grande squalo bianco - che non lontano da qui, nella False Bay, prolifera. D'altronde, Madre Natura doveva ripagare lo sgarbo fatto all'otaria. Quando le si osservano in movimento, è evidente quanto goffo e sgraziato sia questo animale.

Hout Bay vista dalla strada verso la Chapman's Peak Drive

Unica pecca di Duiken Island, volendo muovere una critica a questo luogo incantato, è che la sua colonia di otarie non sia riproduttiva. Non è qui che i piccoli dell'otaria vedono la luce, bensì più a nord, sulle coste atlantiche di Sudafrica e Namibia. I venti che spirano attorno al Capo di Buona Speranza sono troppo violenti per i cuccioli di otaria, che rischierebbero di essere portati via dalle onde. Meglio aspettare un anno dalla gestazione, a quell'età le piccole otarie sono pronte per il lungo viaggio (1600 chilometri!) verso le coste più meridionali del Sudafrica.

La verticalità della parete sud del Karbonkelberg

Ma non è per questa specie di..."mancanza" che sconsiglierei a tutti coloro che volessero recarsi in Sudafrica di non andare a Hout Bay ad ammirare le otarie del Capo. Animali meravigliosi, che vivono in totale pace ed armonia con la natura che le circonda. Animali unici, il cui privilegio di osservare ed ammirare non ci è concesso ogni giorno. Per questo, quando la prua del traghetto torna a puntare la costa di Hout Bay, è come se si chiudesse quella porticina che, per qualche minuto, si è aperta su una porzione di mondo che fino ad ora ci era stata celata...

Fuori dall'acqua, un altro colore

Bis bald!
Stefano

martedì 2 agosto 2016

Senza titolo (e di poche parole)

Marienplatz, Monaco di Baviera, estate 2016
     
Una frase, "l'amore è più forte dell'odio".
Qualche candela, fiori, un libro aperto.
In memoria delle vittime della strage di Monaco di Baviera del 22 luglio 2016... ma in memoria di tutte le vittime, tutte le vittime di quel terrore che qualcuno vorrebbe spargere in Europa.

lunedì 1 agosto 2016

Wanted - The Big Five: l'elefante

"Quando due elefanti litigano in mezzo all'erba... è l'erba a rimetterci."  
antico proverbio della Liberia
     
Grande eleganza in grande massa
     
Ciao a tutti!
Dei Big Five, l'elefante rappresenta l'animale dalla mole più imponente, osservarlo da breve distanza ci fornisce l'idea della piccolezza dell'essere umano a confronto. Per le dimensioni, certo, impressionanti. Ma soprattutto per una forza che non pare avere limite alcuno.
Il nostro primo contatto con l'elefante africano, durante i safari, ci ha spiegato immediatamente con che animale ci trovassimo di fronte. Ci siamo avvicinati molto con la jeep, fino a vederli ad una distanza di pochi metri. L'unico rumore era quello dell'otturatore delle macchine fotografiche. Gli elefanti, apparentemente indisturbati, mangiavano il fogliame degli alberi, fino a quando qualcosa (cosa non lo sapremo mai) li infastidisce. E... decidono di scappare in fretta e furia. Incredibile, la velocità che riescono a raggiungere - e la nuvola di polvere che alzano nel cielo. I numeri di questo meraviglioso animale sono incredibili, proprio a partire dalla velocità che riesce a raggiungere in corsa: nonostante una massa di tonnellate, l'elefante può toccare una velocità fino a 40 chilometri orari.

Contatti ravvicinati

Restando sui numeri relativi a questo animale, mi ha stupito quanto serva all'elefante in termini di acqua e di cibo: circa 150 litri di acqua e tra i 300 e 400 chili di foraggio al giorno! Eppure bisogna fare attenzione, molto di quanto l'elefante si prende poi viene restituito. Lo sterco dell'elefante è molto nutriente e viene assorbito fino al 40% dall'ambiente circostante. È solo un'indicazione di quale funzione di equilibrio l'elegante svolga nella savana. Oltre a concimare il terreno, l'elefante, grazie al suo stile piuttosto distruttivo nel cibarsi di fogliame, permette la crescita di nuove piante, soprattutto di quelle più basse.

Buon appetito, colosso

Osservando un elefante - esperienza che auguro a tutti una volta nella vita - è proprio la sua maniera di nutrirsi che più colpisce. Raccogliere foglie con la proboscide? Macché. Molto più facile sradicare la pianta alla base. Posso garantire che la forza di un elefante fa veramente paura. Non oso pensare cosa potrebbe succedere se invece di un un tronco, nelle grinfie di una proboscide, ci fosse un uomo. Niente paura, l'elefante è un animale che dona grande tenerezza. Quando mangia, sembra che stia sempre sorridendo...

Perno sulle zampe e guarda come ti sradico una pianta

Bis bald!
Stefano

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