giovedì 24 dicembre 2015

Weihnachtsmarkt 2015 @ Schweinfurt

E poi ci sono i mercatini di casa tua. Che li senti tuoi quasi come se fossero un frutto della tua terra d'origine. Tutte quelle luci, e quei profumi, a poche manciate di metri da casa, a pochissimi minuti di cammino. Gli odori delle Gebrannte Mandeln quando esci di casa e un'ondata di aria, qui non inquinata ma profumata, ti invade piacevolmente. Sono i mercatini del quotidiano, quelli che attraverso con la bici ogni mattina di dicembre, quelli in cui mi reco quando ho voglia di trovare il calore umano e il calore del vino, quello dove mi trovo con i colleghi.

Luci ovunque in Schweinfurt town

Questi sono i mercatini di Schweinfurt. Di certo non i più ricchi, nemmeno i più spettacolari. Ma la cornice di casa è quella che te li fa amare di più. Al punto che sta per scappare una lacrimuccia quando capisci che si è alla fine e il 24 dicembre non ci saranno più. Così è stato infatti: l'ultima sera di mercatini, con qualche bancarella già pronta a smontare tutto l'ambaradan, abbiamo cercato di prendere tutto il meglio dello spirito natalizio della nostra città: mandorle, vino, Kinderpunsch. Perché sappiamo che i mesi che verranno, gennaio e febbraio, sono freddi, grigi. E manca tanto il calore di un dicembre che da nessun'altra parte come in Germania è un mese di puro distillato di felicità. Dobbiamo fare il pieno.

Freude

Giulia mi dice: "Il prossimo anno ritornano. E il prossimo anno è vicino..."
Io: "Grazie tante, bisogna aspettare il prossimo dicembre..."
Facciamoci forza.

Aussicht sulla piazza del mercato in versione natalizia

Bis bald!
Stefano

mercoledì 23 dicembre 2015

Chapeau

Ciao a tutti!
Dopo più di quasi due anni di effettiva esperienza di lavoro in Germania ho una certezza che niente e nessuno potrà mai togliermi: quando si è sotto pressione, quando c'è un problema imminente da risolvere, quando le grane si fanno spinose ed urgenti, gli italiani hanno una marcia in più rispetto ai tedeschi. È qualcosa che a me piace definire, restando nel gergo tipico della dinamica aziendale, "maggiore capacità di problem solving". Ne avevo avuto l'impressione già durante i miei primi mesi, ma nel 2015 ho vissuto due episodi, agli antipodi l'uno dall'altro, dai quali ne ho tratto la conferma definitiva.

In cammino - o discussione - continua, alla ricerca di una soluzione (fonte: itkam.org)

Esempio numero 1. Agosto, in vacanza a Parigi, rompo per (diciamo così) eccesso di superficialità un'astina degli occhiali. Ad agosto è tutto chiuso, solitamente, ma non in Germania. E così, nell'unico giorno tra le vacanza a Parigi e il mio rientro di una settimana in Italia, ci rechiamo in qualche negozio di ottica per informarci sulla sostituzione dell'astina rotta. Tutti ci dicono che c'è molto da aspettare, perché le astine di ricambio vanno ordinate, i fornitori sono in vacanza, bla bla bla. Mi metto il cuore in pace, aspetterò, non è un problema irreparabile avendo con me gli occhiali di riserva. L'attesa intanto si fa lunga. Passano tre settimane e di ricambi non se ne intravede l'ombra. A settembre torno per un weekend in Italia e risolvo il problema. Perché in Italia trovo commessi che mi dicono "queste astine vanno ordinate, ma ne abbiamo altre, non proprio delle stesso colore, che possono essere montate ugualmente sui tuoi occhiali". In due-tre giorni i miei occhiali tornano a svolgere regolarmente il loro compito, a discapito di tre settimane attese invano.
Esempio numero 2. Pochi giorni fa, riunione con tutti i miei colleghi per prendere alcune decisioni sulla gestione delle attività. Arrivo a questa riunione decisamente svogliato - ho dormito male e ho un fitto mal di testa - ma tant'è, devo parteciparvi. La riunione si svolge in tedesco, quindi posso cogliere la metà di ciò che viene detto. Il problema fondamentale è trovare un nuovo sistema per numerare le attività. Un'ora di parole, discussioni, persone che si incazzano. Io li guardo e lascio fare. Poi il mio superiore, a un quarto d'ora dalla fine mi interpella e chiede la mia opinione, soprattutto in riferimento ai lavori che seguo più da vicino. Dico la mia, una soluzione tanto semplice quanto logica, applicabile anche a tutte le attività di cui non sono il responsabile. Bene, in dieci minuti ho risolto il problema. E non stavo neanche bene...
Eppure, la Germania e i tedeschi guidano l'Europa, politicamente ed economicamente. Più di una volta mi chiedo come tutto ciò sia possibile.
Bis bald!
Stefano

martedì 22 dicembre 2015

Cinque chilometri di passione - Il racconto della mia Firenze Marathon 2015

Prima di affrontare la Firenze Marathon, avevo vissuto vigilie pre-gara - per così dire - piuttosto agitate. La maratona, con tutta la preparazione che richiede, è una cliente esigente. Stefano Baldini disse che "alla maratona si dà del lei". Non si scherza con i 42,195 chilometri ed è questa sorta di timore reverenziale che mi ha sempre fatto vivere una vigilia con una bella dose di tensione, a volte sana, ma talvolta anche fatta di nervosismo. Sabato sera, più che in ogni altra occasione, avrei avuto più di un buon motivo per mettermi a letto con molta agitazione addosso. Nelle ultime due settimane ho convissuto con l'incognita-soleo, improvvisamente dolorante durante l'ultimo lungo (vedi post).

Il sorriso nel sapere tutta questa fatica sarà finita

Un'incognita importante, di quelle che non possono far dormire sonni tranquilli ad un maratoneta.
Invece, la serata di sabato è volata via in grande relax. Passeggiata nel centro storico di Firenze, un regalo per Giulia in una di quelle librerie raffazzonate e piene di volumi polverosi, il classico mezzo chilo di pasta pomodoro e basilico, un po' di televisione finalmente in lingua italica e una novità assoluta: il kinesiotaping fai da te. Dopo l'arnica, il ghiaccio e pomate varie, il cerotto magico è l'asso nella manica che mi ero riservato per la sera prima della maratona. "Bravo Stefano, hai scoperto l'acqua calda", qualcuno potrebbe pensare. Certo, peccato che quei cerotti me li debba mettere da solo. E non si tratta di metterli su una coscia, una zona di facile accesso, ma su un polpaccio. E metterli male potrebbe anche voler dire compromettere la gara. Mi studio i video di applicazioni e autoapplicazioni kinesio fino allo sfinimento. E poi procedo. Studio per benino il posizionamento del cerotto, la cosa più difficile. Strappo la carta, presto attenzione a non toccare la colla e inizio ad stenderlo sul polpaccio, con il polpaccio in tensione: basta estendere le dita dei piedi. Viene fuori un buon lavoro, al punto che mi faccio coraggio e mi incerotto anche il diaframma, un muscolo che non è mai molto rilassato. Operazione ancora più complicata, perché va effettuata a polmoni pieni, o a torace espanso affinché abbia successo. Anche qui mi pare di aver raggiunto un discreto risultato. Posso andare a dormire tranquillamente.

Il lungo fiume di maratoneti

La mattina inizia col solito rituale. Colazione, un bel po' di tempo in bagno, incerottamenti antivesciche, incerottamento nasale, vaselina, arnica, lavoro di spille per fissare il pettorale e vestizione. Poi si parte in direzione Lungarno Pecori Giraldi. Fuori è un po' nuvoloso, ok, ma soprattutto fa piuttosto freddo. Dalla mia bocca esce vapore acqueo a volontà. La macchina della maratona è in gran fermento, molti atleti si stanno già scaldando con intensità. Io invece, ancora con la testa a letto, me la prendo comoda. Sono momenti che vanno vissuti con estrema calma. Perché non capitano tutti i giorni, e questa emozione, così unica e complessa da descrivere, è cosa che mi succede una/due volte all'anno. Si ripete e si rinnova, sempre uguale e sempre diversa contemporaneamente.
Sono le 8.30 circa quando scrivo a Giulia per darle il mio messaggio di "arrivederci" al termine della maratona. È un momento importante, perché saluto colei che più di ogni altra persona sa e conosce i sacrifici che ho fatto. E perché è la donna che amo, punto. "Sarai vicina al mio cuore" non è una frase di rito ma la realtà. Per la Firenze Marathon ho voluto fare un po' di esibizionismo supplementare. Due cerottini classici dalla funzione totalmente nulla: uno è in segno di solidarietà con le vittime dell'attentato terroristico di Parigi, l'altro è per Giulia - rigorosamente sul braccio sinistro, dove più pulsa forte il motore che vorrei mi portasse al traguardo di Piazza Santa Croce.

Faccia perplessa davanti a Palazzo Pitti

Esco dal tendone, come molti altri, coperto da una mantellina appositamente fornita dall'organizzazione. Fa freddo. Su un prato lungo l'Arno svuoto per l'ultima volta la vescica e mi dedico a riscaldamento e stretching. Le sensazioni sono buone. Zero fastidi e tanta tanta voglia di correre, di dare gas alle gambe. Entro nella gabbia, cerco di guadagnare qualche posizione, poi mi fermo e attendo che giungano le 9.15. Lì si concentrano tre mesi di allenamenti, sudore, chilometri, giornate vissute in funzione della corsa, magliette dagli odori più terrificanti, discussioni, dolori muscolari. E nonostante ciò, un maratoneta vive per essere lì, nella gabbia di partenza, per poter godere di quei minuti in attesa dello sparo. Minuti che sembrano infiniti quando ci si schiera, minuti che scorrono troppo celermente quando l'ora del via. Impressionante poi, il minuto di raccoglimento per le vittime del terrorismo. Non c'era alcuna vibrazione in grado di scalfire quel muro di silenzio.
Arrivano le 9.15. Guardo ancora in alto per qualche secondo, un'ultimo sospiro prima della corsa, quindi si parte verso il settimo traguardo sulla distanza della maratona.

Il via alla Firenze Marathon 2015

I primi chilometri scorrono molto veloci. Forse anche fin troppo veloci. Le gambe si muovono bene, non ho alcun segnale di fastidio, mi sento in grande forma. Sono le prime falcate, quelle in cui ogni maratoneta si sente di poter spaccare il mondo. Eppure sono i più difficili, perché bisogna sapersi controllare. Ultimamente riesco a farlo meglio che in tempi passati, ma quando mi ritrovo davanti il muro di atleti che rimangono appiccicati ai palloncini delle 3h15' (che si muovono anche troppo velocemente), decido di non badare troppo a secondi in più o in meno. Quel muro non mi piace, mi dà fastidio, lo devo superare. Che non vuol dire, molto semplicemente, mettere la freccia e sorpassare. Ci va più tempo, necessito di un paio di chilometri corsi tra 4'17"/km e 4'23"/km, un passo decisamente veloce. Questi sono i chilometri caratterizzati dai grandi corsi esterni di Firenze, viali nei quali il popolo della maratona può "disperdersi" perfettamente.

Primo, emozionante, passaggio in Piazza del Duomo

Poco dopo i sei chilometri di corsa inizia un settore importante di gara, un settore lungo poco più di otto chilometri, nel quale si scrive una fetta importante della propria performance. Sono gli otto chilometri del Parco delle Cascine. Importante è non strafare, non seguire l'istinto che ti direbbe di andare a superare uno dopo l'altro chi ti precede. So che che nei primi chilometri sono andato forte - forse anche fin troppo forte - ed è quindi il caso di rallentare un attimo. Entro nel parco ad un passo che mi permetterebbe di chiudere in 3h07', un sogno, ma non realistico; ne esco con un passo da 3h09', un'altra musica. Veramente, non è facile tenere a bada le gambe e sforzarsi di correre cercando di non superare i 4'30"/km. Il parco è un tratto di maratona che all'apparenza può essere divertente ma in realtà è assai noioso, il panorama è monotono e si aspetta sempre di poterne uscire. Quando, finalmente, arriva quel momento, inizia tutta un'altra corsa.

Un treno di runner pronto a superare il sottopassaggio (© Andy Shtilla/Germogli)

Dopo la svolta a destra, verso il sottopassaggio di Piazzale Vittorio Veneto, si affronta il primo ponte sull'Arno e si imbocca un lungo tratto di Lungarno. Continuo a correre molto bene, in quanto il tempo che impiego a percorrere un chilometro oscilla sempre intorno ad una media di 4'30". Continuando su questa scia, si potrebbe pensare veramente di chiudere in 3h10'. Ma non mi illudo, la maratona è un cliente complicato e ciò che si sogna al quindicesimo chilometro è spesso una chimera. Metro dopo metro, tutto può cambiare. Ad esempio, può cambiare il terreno di corsa. Dopo il Lungarno c'è un curvone a destra per prendere Via dei Serragli; qui comincia un tratto di asfalto in pessime condizioni, che dura per qualche centinaio di metri, e si sente già una differenza nella scioltezza di corsa. Non basta la folla assiepata in quel tratto di percorso ad alleggerire la sensazione di fatica che sovviene in quei momenti, dovuta ad un terreno più difficile e anche alla leggerissima salita verso Porta Romana. Salita che, comunque, è fortunatamente seguita dalla discesa verso Palazzo Pitti (tra l'altro, ma quanto è grande?) e verso Ponte Vecchio.

Tutta la sofferenza in Lungarno Vespucci

Il tempo per affrontare Ponte Vecchio è però ancora immaturo, sono trascorsi poco più di diciannove chilometri e lì non sono ancora passati neanche i campioni della disciplina. No, c'è ancora molta strada da lasciarsi alle spalle prima di ritornare a Ponte Vecchio. C'è ad esempio un altro lungo tratto di Lungarno, che porta al Ponte San Niccolò, sul quale ricade in pratica la mezza maratona. In quell'istante il mio ritmo di corsa è ancora ottimo e sotto il passaggio ai 21,097 km è ancora incoraggiante: se ripetessi una seconda metà di corsa come la prima potrei terminare veramente in 3h10'. Continuo a dire fra me e me che non è possibile, che sto andando troppo forte, che dovrei salvare un po' la gamba e tutta una serie di cose così. Eppure sto bene, mi sento di poter mantenere quel passo. Tutto ciò fino al chilometro numero 24.

I top runner nei loro primi chilometri di corsa

Siamo in via Aretina, la maratona ha già superato i confini più orientali del percorso; la strada sembra presentare anche una leggera salita. Inizio a sentire le prime avvisaglie di stanchezza, non un dolore specifico, nulla di terribile, ma è un segnale. Qui si cambia registro, la corsa non sarà la stessa. Si potrebbe dire che è una mini-crisi, che dura circa due chilometri, in cui inizio a segnare tempi rispettabilissimi (4'32"/km è ancora un ottimo passo), ma l'impressione è che debba forzare l'andatura per restare in linea con il passo medio. Tutto sembra svanire come d'incanto quanto si entra nel tratto che conduce i maratoneti a correre nella zona degli stadi. Penso "almeno io sì che potrò fare il giro dello stadio Artemio Franchi", non come quell'invasato dell'ex giocatore della Juventus Amauri (che sognava di fare il giro dello stadio se avesse segnato un goal alla Juventus indossando la maglia della Fiorentina). Non so se è questo pensiero che mi distrae per un attimo dalla corsa, ma la realtà è che mi sento meglio ora, che le gambe sembrano ritornate a fare il loro dovere. Ok, non proprio come dopo quattro chilometri di gara, ma le sensazioni sono migliori. Sono più tranquillo, anche pensando ai miei tribolati finali di gara.

Gruppo ancora compatto, prima di entrare nel Parco delle Cascine

Ma la maratona è lunga. Non ci si può rilassare con la mente. Neanche un attimo, a meno che il traguardo sia già stato superato. Non è finita finché non è finita, punto. Perché gli imprevisti, o le sorprese, sono sempre dietro l'angolo. O al chilometro 30: famosa tra i maratoneti è la "crisi del trentesimo chilometro". Un atleta davanti a me borbotta "sempre 'sti cazzo di maledetti ultimi dodici chilometri". Quasi a volerlo fare apposta, in un momento in cui la strada tende impercettibilmente a salire, lì mi coglie la seconda mini-crisi della mia corsa. Nulla di folle, non un crollo improvviso, ma la coscienza che quel ritmo a lungo non si può ancora tenere per molto. Rimango tranquillo perché so che ho corso talmente forte prima che anche con un deciso rallentamento posso comunque chiudere con un ottimo tempo finale. Nonostante ci si metta di mezzo un cavalcavia folle. È il cavalcavia dell'Affrico, un enorme ponte sulla linea ferroviaria che in breve arriva a Campo di Marte. Le pendenze di questa salita sono a prima vista spaventose: 15% forse? Si vede che è un cavalcavia tosto, di quelli che non conviene affrontare con rabbia. Meglio intraprenderlo con calma, senza esagerare e poi pagare qualche centinaio di metri dopo. I chilometri 31 e 32 vengono corsi a 4'39"/km e 4'38"/km, frutto di un piccolo cedimento e di una cavalcavia massacrante. Poi la discesa... da questo momento mi aspetta una curva a destra e poi il lungo viaggio verso il centro di Firenze. La fine si avvicina, la parte più emozionante della maratona si avvicina!

Fatica, gioia... cosa?

Il cuore di Firenze è sempre più a portata "di gamba", non vedo l'ora di arrivarvi. Di chilometri ne ho già corsi parecchi, e le gambe iniziano a cementificarsi, come se le fibre muscolari iniziassero a tessere una trama in grado di bloccarne ogni movimento. Ma ci sono ancora energie per correre veloci. Nei successivi quattro chilometri mantengo ancora un bellissimo ritmo: 4'35", 4'34", 4'30", 4'27"/km. Per essere tra il chilometro 33 e il chilometro 36, niente da dire, anzi, sono tempi strabilianti. Seppur a corto di energia, riesco a trarre il meglio da alcune situazioni, come nei sorpassi nei pressi di Piazza della Santissima Annunziata, a scapito di alcuni podisti chiaramente piemontesi (le canottiere delle squadre torinesi me le ricordo ancora bene), o dal tifo indemoniato al quale assisto in Via dei Martelli, preludio all'improvvisa comparsa davanti al mio sguardo, di Santa Maria del Fiore e del Battistero. Un momento di puro godimento, tanta gente ad acclamare e a sostenerti nel momento in cui la forza inizia a venire meno. La spinta del pubblico a volte può fare i miracoli.

Il trampoliere all'uscita di Ponte Vecchio (© New Press Photo)

Superata Piazza San Giovanni si imbocca Via Roma per poi svoltare a destra in Piazza della Repubblica, una delle più belle di Firenze, anch'essa gremita di tifosi. Il passaggio sotto l'arco che delimita il lato occidentale della piazza è da brividi, per il calore del pubblico. E per il freddo che l'ombra trasmette sulla pelle sudata. A partire da Piazza della Repubblica il tifo inizia a scemare, in quanto si sta abbandonando il cuore del centro storico di Firenze. Le strade si fanno strette, ombrose, questa è la Firenze più vecchia. Sento ancora sensazioni positive, nonostante la stanchezza stia già bussando alla porta. Vedo che il cronometro inizia a segnare tempi più elevati ma non mi preoccupo più di tanto, quando raggiungi il chilometro 37 è anche normale, no? Non si può rimanere freschi come una rosa lungo l'intero percorso. Poi, accade ciò che non ti aspetti.

Il canale nel Parco delle Cascine (© Andy Shtilla/Germogli)

Ho da poco superato il chilometro 37, mi trovo in un'ampia strada non lontana da Santa Maria Novella, Via Il Prato. Vedo che il passo si è alzato improvvisamente. Eppure... a me non sembra di aver rallentato. C'è una doppia curva a sinistra, per prendere Via Montebello. In quell'istante, tac, si spegne la luce. Le gambe non ne vogliono più sapere, si bloccano improvvisamente. Non so cosa può essere successo, ho sempre pagato i finali di gara in qualche modo, ma un crollo così repentino non l'avevo mai vissuto. E mancano poco meno di cinque chilometri. La strada è ancora lunga e ora inizia ad affiorare un po' di paura, la paura di non poter chiudere sotto le 3h15', l'obiettivo inseguito da tanto tempo, nonostante io sia arrivato al chilometro 37 con tutte le carte in regola per provare a chiudere ben tre minuti più veloce. Bisogna arrivare alla fine, sulle gambe in pratica non posso più fare affidamento ora, questo è il momento che sia la testa a portarmi all'arrivo di Piazza Santa Croce.

Stringevo i denti, eccome se li stringevo...

Le strade che portano a Piazza Santa Croce le ricordo alla perfezione. Quando inizio il Lungarno Vespucci credo che il più sia fatto, la strada riporta in centro. Ma di chilometri ne mancano ancora quattro e mi sembra di non trarre giovamento alcuno dagli incitamenti del pubblico. Sono veramente alla frutta, vedo tanti che mi sorpassano, ora. C'è un ponte, Ponte Santa Trinità. Attacca in salita, senza sconto alcuno. Pochi metri, ma sono una coltellata alle mie cosce. Ci si rimette per poche centinaia di metri sulla sponda destra dell'Arno e si entra in Borgo San Jacopo. Lì la stanchezza e la fatica si trasformano in paura. A causa dello sbalzo termico tra un tratto soleggiato ed un tratto ombreggiato (in Borgo San Jacopo la strada è stretta e i palazzi alti), suppongo, la vista mi si annebbia improvvisamente e mi sembra di poter stramazzare al suolo da un momento all'altro. Una sensazione bruttissima, mai provata prima durante una gara. Chiudo gli occhi un attimo, poi li riapro e guardo il cerotto sul braccio sinistro. Non si deve mollare. Nonostante tutto, c'è ancora la lucidità per arrivare in fondo. Ma ora è proprio il turno di Ponte Vecchio. Mamma mia, Ponte Vecchio. La salita di Ponte Vecchio squarcia in due le gambe. Mentalmente, madonne e santi vengono tirati giù dai loro scranni tra le nuvole. Sono pochi metri, ma sembrano decine, centinaia, migliaia. Quel lastricato è tremendo, durissimo. Sono i piedi che vi appoggiano sopra o sono le caviglie? Ciò che sento è una percezione di affanno incalcolabile. Vado così piano che le persone sul percorso hanno il tempo di leggere il mio nome sul pettorale e provare ad incitarmi.

Via delle Cascine

Non so bene per quale magia riesco a ritrovare un barlume di energia poco dopo aver superato Ponte Vecchio. C'è un po' di discesa e soprattutto ci sono i due passaggi più emozionanti. Prima c'è Piazza della Signoria, una di quelle piazze che attraversate durante una maratona spiegano alla perfezione il perché del tanto sacrificio di mesi per arrivare fin lì. Sono ovviamente brividi di grande gioia, quando svolto a destra e di fronte a me appare, grandioso in tutta la sua mole, Palazzo Vecchio. Poi Via dei Calzaiuoli. Altro calvario, prima di ritrovare lo slancio in Piazza del Duomo. Si passa tra Santa Maria del Fiore e il Battistero di San Giovanni, tra due ali di folla. Nonostante la fatica, nonostante l'acido lattico, nonostante tutto ciò che si può pensare in quei secondi, questi momenti sono l'estasi del maratoneta. Questi luoghi non si possono correre ma noi maratoneti si, li possiamo correre, come i grandi atleti e in mezzo a migliaia di altri atleti. Valicare l'angusto passaggio tra due dei simboli di Firenze è come aver conquistato una montagna... perché dai, ora che sei giunto lì, quanto potrà mancare ancora? Poco? Tutto è relativo: sono pochi o sono tanti due chilometri?

Piccolo al confronto con Palazzo Vecchio

Giro attorno al Duomo, alzo un pochino la testa per distrarmi e trovare energia nel marmo della cattedrale fiorentina, ma di energia proprio non ce n'è più. Cerco di capire quanto può mancare, perché anche la forza di guardare ancora l'orologio è finita. E non voglio vederlo! L'ultima volta che l'ho fatto avevo visto che stavo correndo ad oltre 5'/km. Meglio non farsi scoraggiare dai numeri.
Quando di fronte compare il Museo del Bargello, bisogna svoltare a sinistra, in Via Ghibellina. Sono alloggiato non lontano proprio da questa via e so quanto sia lunghissima questa stretta strada fino alla zona della partenza dalla quale bisogna ripassare. Infatti, è eterna. Quel lungo rettilineo, tutto in lastricato sembra una strada senza una fine vera e propria. Qui scatta l'ora dell'ultimo chilometro di corsa. Un ultimo chilometro da correre a denti stretti, sperando che sia anche breve e facile. Una curva a destra, per ritornare in Viale della Giovine Italia, da dove è partita la corsa poco più di tre ore prima. Lì compare la Torre della Zecca Vecchia, e inizio a realizzare dentro che ormai è fatta. Da lì - apparentemente - non può mancare molto.

Solite bischerate alla fiorentina

Bisogna stringere fortissimo i denti, perché i metri da correre sono ancora solamente più una manciata. Svolta a destra su Lungarno della Zecca Vecchia. Un tifoso ci urla che mancano cinquecento metri, che è finita. Finita un corno. Si scende a destra, davanti alla Biblioteca Centrale di Firenze, poi una curva a destra. La folla è sempre più gremita, capisco che ce la faccio, niente mi può fermare, ora. Sicuro? Davanti a me un podista si ferma improvvisamente. Dal gesto e dal movimento capisco immediatamente che si è stirato qualche muscolo. Questa è una scena che vorrei mai provare personalmente, ma neanche vedere perché posso comprendere la delusione di quell'atleta. Ma sono obbligato a vederla e quindi a scansarlo - era proprio davanti a me. Compaiono i miei genitori, a Firenze per sostenermi, poco prima di Santa Croce. Urlo loro un liberatorio "visto che ce l'ho fatta ancora?", forse perché, alla fine, i figli dovranno sempre dimostrare qualcosa ai loro padri e alle loro madri, indipendentemente dall'età raggiunta. E io credo di aver dimostrato loro quanto mi hanno messo al mondo forte e quanto mi hanno cresciuto tenace, in un'occasione come questa in cui sono stato messo a dura prova.

-2 chilometri, più o meno

Sotto i miei piedi c'è già il tappeto blu. L'arrivo è ad un passo, Santa Croce è già visibile. L'ultima curva, poi l'arrivo. Provo uno sprint, se possiamo chiamarlo così, dopo tutta quella fatica. Ma non si sente più niente, quando c'è l'arrivo la gioia ricopre ogni sensazione di dolore. Stavolta ce l'ho fatta, so che l'obiettivo non mi è sfuggito. Esulto, perché so di essere arrivato in fondo ancora una volta, perché so di essermi migliorato, perché ho alzato l'asticella dei miei confini, perché so che ho scavato dentro di me nel profondo durante gli ultimi tre mesi (nel quale si cresce, sempre). e perché i muscoli, soprattutto quelli per cui temevo hanno resistito senza alcun tipo di noia. Sul traguardo di Piazza Santa Croce, in questa incantevole cornice, in questa splendida domenica di novembre, mi lascio andare ad un gesto di esultanza senza freni. È lo sfogo, dopo tre mesi intensi di lavoro duro e dedizione all'allenamento. Molto lestamente, mi giro per guardare il cronometro di corsa. Segna tre ore e quattordici. Ce l'ho fatta, sono sceso sotto le 3h15' in maratona. Non so con quale tempo di preciso, ma ce l'ho fatta. Sarà un bellissimo tempo, 3h14'32", più di un minuto meglio che all'ultima maratona, corsa ad Amburgo sette mesi prima.

L'arrivo in Piazza Santa Croce

Metto una medaglia al collo, sudata, sospirata, attesa, guadagnata ma soprattutto meritata. Il valore di questo pezzo di metallo al collo è tutto negli ultimi chilometri. La crisi è stata tale che gli ultimi cinque chilometri li ho corsi in 4'57"/km, un passo incredibilmente lento. Rispetto alla media di corsa che avevo mantenuto prima di entrare in crisi, ho perso ventisei secondi ad ogni chilometro. Potevo veramente chiudere con due minuti in meno. Ma non è questo che mi rende meno felice. Volevo partire un po' più forte del solito, provarci, fare una corsa coraggiosa e chiudere senza rimpianti, senza dover dire "se fossi partito più forte, però...", dare tutto, insomma. Ci sono riuscito e alla fine il mio atteggiamento ha pagato. Credo di aver subito anche il lastricato di Firenze, micidiale, e alcuni tratti di asfalto assolutamente inconcepibili. Valgo qualcosa in più delle 3h14' della Firenze Marathon 2015? Forse si, ma non me ne preoccupo, ora. La risposta ce l'avrò solo nel 2016. Ora solo riposo per membra stanche e per un animo felice. E con una maratona in più.
Bis bald!
Stefano

lunedì 21 dicembre 2015

Weihnachtsmarkt 2015 @ Rothenburg ob der Tauber

Ciao a tutti!
Dopo Würzburg, anche Rothenburg ob der Tauber sta diventando una località irrinunciabile per i nostri fine settimana all'insegna dei mercatini natalizi. Anche quest'anno ci siamo recati nella perla della Franconia, nonché la cittadina più celebrata lungo la Romantische Straße, per i tradizionali Christkindlmarkt. E lo facciamo in una incredibile giornata di sole e di "caldo", data la stagione invernale. Mai, nelle mie precedenti cinque visite a Rothenburg avevo trovato un cielo così sereno. Non sarà che il preludio ad una giornata meravigliosa di festa.

Io e l'orso gigante

Anche quest'anno, Rothenburg ob der Tauber si conferma l'equivalente di Norimberga, quanto a spettacolarità, non delle bancarelle ma delle vetrine. Il fasto negli addobbi è quasi sfrenato e sono i negozi più famosi a trainare tutti gli altri. Quelli di peluche, per esempio, ma soprattutto Käthe Wohlfahrt: è la catena di oggetti e addobbi natalizi più famosa di Germania - e presente in tutta la Germania - a catalizzare gli sguardi ammirati dei turisti, che si fermano anche per minuti ad ammirare le vetrine dei tre/quattro locali che Käthe Wohlfahrt usa per esporre la sua bellissima merce. Merce che equivale, questo si, ad un'opera d'arte. Alcuni carillon e qualche presepio valgono assolutamente la cifra (elevata) da sborsare per portarsi a casa l'oggetto.

Handwerkkugeln

Dopo due anni di coda di fronte al negozio principale di Käthe Wohlfahrt, di code all'interno del negozio stesso e di bailamme generale - perché negli spazi ristretti di questo magico mondo in periodo natalizio non può che esserci caos... - abbiamo rinunciato ad un giretto nel negozio più conosciuto di Rothenburg ob der Tauber, per concentrarsi sugli altri negozi del paese e sulle bancarelle del Christkindlmarkt, che quest'anno circondano la restauratissima Marktplatz ed occupano anche alcuni spazi del Rathaus: qui trovano spazio i lavori di bravissimi artigiani della zona: palle di Natale fatte a mano, statuine per il presepio scolpite nel legno di ulivo, utensili di cioccolato (così belli che mangiarli sarebbe un peccato) sono solo alcuni esempi.

Una sobria vetrina di Käthe Wohlfahrt

E ovviamente non ci facciamo mancare il meglio dell'enogastronomia locale da mercatino di Natale, incuranti degli assembramenti di folla di fronte ai distributori di salsicce e vino. Bratwurst, con o senza pagnotta, Pommes, gebrannte Mandeln, Glühwein e il pranzo è servito.
Fermandosi per qualche minuto, notiamo qualche differenza con gli anni scorsi: se i cinesi e i giapponesi abbondano come sempre a Rothenburg ob der Tauber, ci sono invece pochissimi italiani e molti inglesi/americani. Già, non è l'Immacolata, non ci sono ponti, mentre da oltreoceano si viene in Europa per respirare una bella boccata di atmosfera natalizia. Dove, se non nel paese più natalizio di tutta la Germania?

Salutiamo anche quest'anno la Marktplatz...

Bis bald!
Stefano

domenica 20 dicembre 2015

Weihnachtsmarkt 2015 @ Würzburg

Ciao a tutti!
Per il terzo anno consecutivo non ho rinunciato a salire in automobile, guidare per una mezz'oretta circa, spendere altrettanto tempo a cercare parcheggio nel traffico di una città di oltre 120.000 abitanti nel bel mezzo del periodo degli acquisti natalizi (frenetici, ma mai come in Italia). Per il terzo anno consecutivo non ho rinunciato a trascorrere un po' di tempo ai Weihnachtsmarkt di Würzburg. Non saranno spettacolari come a Norimberga, non li amerò come quelli sotto casa, a Schweinfurt. Ma ad un giro in Marktplatz per vedere cosa ha Würzburg da offrire quest'anno nei suoi annuali mercatini di Natale.

Festa di luci in Marktplatz

Ho ritrovato un po' tutto quello che avevo lasciato l'anno scorso. Poco o nulla è cambiato, se non che è stato leggermente allargato all'ala coperta della Marktplatz. Ho ritrovato tutto il bello di passare un'ora e mezza a girovagare tra le casette in legno predisposte per i Weihnachtsmarkt, anche facendosi largo tra la folla che si assiepa in punti chiave della piazza (ossia dove sono le "stazioni" del Glühwein) o divincolandosi dalla coda che si viene a formare per un Bratwurst. Nonostante le temperature folli di questo delirante dicembre, completamente fuori dalle medie del periodo, c'è ancora molta gente che non rinuncia a mettersi in fila per il salsicciotto nel panino o stringersi attorno ad un tavolino di fronte a del vino rovente.

Invasioni di cuori di zucchero e cannella

Lo fa perché è bello stare in compagnia, soprattutto quando la giornata giunge verso la conclusione e le luci iniziano a fare capolino sulla piazza. Quello è il momento migliore per trovarsi e condividere la gioia di uno dei periodi più belli dell'anno. Soprattutto in Germania, quando le piazze di ogni città vengono inondate dall'aroma del vino e dalla fragranza delle mandorle, quando si riscopre la bellezza di comprare (o di comprarsi) un piccolo regalo. Quando si vedono facce che, nonostante i problemi di tutti i giorni, riescono ad apparire liete.

Un corridoio illuminato verso la Markt

Anche io, finalmente in vacanza e al termine di qualche settimana veramente stressante e complicata, riesco a trovare un attimo di pace mentale e godermi il meglio dei mercatini di Natale. Dolci che straripano ovunque, il fumo che scappa dalle griglie, i Lebkuchen a forma di cuore appesi in ogni angolo, le luci delle candele e i riflessi delle palline natalizie, il calore e l'allegria di questa gente. Ora me ne rendo conto: siamo vicini a Natale. Evviva!
Bis bald!
Stefano

sabato 19 dicembre 2015

(C)ome la vuole la bistecca?

"Perché poi – fuori di Toscana – un la sanno nemen tagliare: la fanno bassa, senza filetto... Basta tu guardi le bistecche disossate! Icché le sono: braciole! Ma pe' noi la bistecca... arta tre diti! Ma un la sanno nemmen còcere... la bistecca: zàzzà! e via!"
Accademia della Crusca

Un chilo di piacere (fonte: mangiaguardagodi.it)

Ciao a tutti!
Potrei ricordare il 2015 anche come l'anno di un sogno da tanto tempo conservato nel cassetto e finalmente esaudito: provare finalmente la bistecca alla fiorentina. Per farlo sono dovuto andare a Firenze a correre una maratona e quale occasione migliore della cena post-gara per rifocillarsi con uno dei piatti simbolo della cucina toscana? Un chilo di bistecca cotta al sangue (accoppiato ovviamente ad un buon Chianti), per recuperare le energie spese durante i 42,195 chilometri della Firenze Marathon, è proprio quello che ci andava.
E così, torno da Firenze con una tanto desiderata esperienza enogastronomica in più, un momento di puro piacere (per altro trascorso ad una manciata di metri da Santa Maria del Fiore, nelle vecchie botteghe di Donatello), di quelli che possono caratterizzare un intero fine settimana, una vacanza tutta. Forse, esagerando, anche più della stessa maratona.
Dopo la mia prima bistecca alla fiorentina, su una cosa posso mettere la mano sul fuoco, alla faccia di vegetariani e vegani. Non ci saranno mai più visite a Firenze o in Toscana, senza un pezzo di lombata del vitello di razza chianina, alta almeno cinque centimetri e cotto non oltre dieci minuti. Love it!
Bis bald!
Stefano

venerdì 18 dicembre 2015

Un passatempo per Natale...

C'è stato l'entusiasmo di Giulia per questo libro, fatto di sorrisi ed espressioni felici.
C'è stata la settimana parigina, durante la quale un confronto con Victor Hugo era inevitabile.
E ora di tirare le somme ed imbarcarsi in questa "avventura" letteraria, I miserabili. Sarà un lungo viaggio? Guardando alle oltre milletrecento pagine divise in due tomi, direi di sì. Ma non importa che il viaggio sia lungo, piuttosto che corto. Il viaggio deve essere intenso. Questo è ciò che cercherò, intensità, tra le pagine de I miserabili, durante queste vacanze di Natale. (Con una mappa di Parigi tra le mani)


Bis bald!
Stefano

giovedì 17 dicembre 2015

Occhi sulla piazza

Ciao a tutti!
Firenze è una città in grado di ammaliare tutti coloro che vi si recano in visita. D'altronde, con la quantità di cultura e di bellezza che vi si può trovare, è presto spiegato. Ma una cosa più di ogni altra mi ha sempre stregato del centro storico fiorentino, forse perché costituisce un unicum nel mondo, ed è la Loggia della Signoria, forse più conosciuta come la Loggia dei Lanzi.

Un monito su Piazza della Signoria

Perché sento il fascino di questo monumento storico fiorentino? Forse perché mi piace essere travolto dal fascino di un qualcosa di assolutamente unico al mondo (si, ok, a Monaco di Baviera c'è qualcosa di simile, o meglio, ampiamente ispirato alla Loggia dei Lanzi, ecco). Non conosco altrove, in così pochi metri quadri e in una simile cornice, una tale quantità di arte esposta al pubblico. E poi, le forme: il porticato della Loggia dei Lanzi trasforma l'esposizione di alcuni capolavori della scultura italiana in un vero e proprio spettacolo teatrale. Solo a Firenze l'arte viene esposta in questo modo, con grandissimo coraggio. Gli spazi ampi della Loggia dei Lanzi permettono di fermarsi un attimo in più, a contemplare la leggiadria dei marmi e dei bronzi che trovano superbo riparo sotto questo "tetto" edificato nel XIV secolo, durante il primo periodo della Repubblica fiorentina.

La Loggia dei Lanzi

La Loggia dei Lanzi ha una storia tutta sua già nel nome e nella sua costruzione. Il nome deriverebbe dal numero corposo di lanzichenecchi che formavano la guardia privata di Cosimo I de' Medici. La costruzione risale alla fine del Trecento e fu commissionata per ospitare le cerimonie pubbliche della Repubblica. Dal Cinquecento, essa fu utilizzata per esporre alcune opere scultoree, che però non furono scelte a caso. Una di queste, la più celebrata tra le presenti, fu addirittura commissionata dal Granducato di Toscana. Si tratta del Perseo con la testa di Medusa, il bronzo di Benvenuto Cellini.

Il Ratto delle Sabine del Giambologna

Quest'ultima opera ha una storia piuttosto distinta, a partire dalla commissione di Cosimo I de' Medici: nelle sue intenzioni si voleva simboleggiare, con il taglio della testa di Medusa da parte di Perseo la fine dell'esperienza repubblicana a Firenze, e con i serpenti che escono dalla testa le numerose discordie create dalla repubblica stessa. Ma la fama dell'opera di Cellini sta nella sua tecnica di realizzazione: non per brasatura, come la maggior parte dei bronzi, ma per fusione. L'operazione fu molto complessa (basta vedere quanto è distante la testa di Medusa dal corpo centrale di Perseo), si narra addirittura che Cellini dovette fondere le stoviglie presenti nella sua abitazione e bruciare alcuni mobili.

Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini

Oltre all'ottocentesco Ratto di Polissena e al "romano" Patroclo e Menelao, le altre due opere di rilievo appartengono al Giambologna. Si tratta del Ratto delle Sabine e di Ercole e il centauro Nesso, capolavori della scultura marmorea, due opere che fanno della torsione la loro caratteristica principale. Non si possono osservare da un solo lato, vanno circoscritte con lo sguardo, circumnavigate, per poterle ammirare in tutta la loro potenza. Perché di potenza si tratta, che sia quella di Ercole nell'intento di uccidere il centauro Nesso o dell'uomo che rapisce con rabbia una giovane donna. Il marmo scolpito dal Giambologna sembra sprigionare audacia e forza viva. Ed emoziona, non c'è null'altro da aggiungere. Come tutte le altre opere che giacciono sotto la volta della Loggia dei Lanzi, come tutte le altre statue di Piazza della Signoria, è pietra che prende vita.
Bis bald!
Stefano

mercoledì 16 dicembre 2015

L'affare del latte

Ciao a tutti!
Anche la Germania ha i suoi misteri, e uno di questi riguarda il latte in polvere. Non è un mistero, ad esempio, che in Germania si possa trovare a cifre veramente convenienti, se paragonate all'Italia. Mi è molto più difficile capire perché in catene di negozi come dm o Rossmann, la vendita di latte in polvere sia limitata al numero di tre confezioni ad ogni acquisto. A tal proposito, Giulia mi è venuta in soccorso citando la vicenda della sua bislacca compagna di corso cinese, che spedisce regolarmente latte in polvere ai suoi compatrioti - tenendosi una cospicua percentuale per sé.
La curiosità verso questo fenomeno, di (in)civiltà e illegalità tipiche della cultura cinese, mi ha portato a scoprire alcune cose molto interessanti. Questa restrizione nell'acquisto di latte in polvere, che profuma molto di vecchio regime comunista, ha origine dalla forte domanda dalla Cina, una domanda così massiccia che nel 2013 ha addirittura svuotato gli scaffali dei negozi tedeschi, specie nelle grandi città. I consumatori cinesi si rivolgono ai fornitori tedeschi per il latte in polvere dei loro bambini, in quanto economico e sicuro.


Sicuro? Eh si, in Cina il latte in polvere non è mica sicuro. Qualche anno fa in Cina vennero svelati numerosi casi di produttori di latte in polvere affetto da sofisticazione alla melammina, un composto chimico che può causare danni devastanti alla funzionalità renale. Gli effetti di questa sofisticazione in Cina mettono i brividi: si sono contati infatti trecentomila casi di bambini avvelenati da melammina (e purtroppo, sei morti). Per questo motivo la Cina, un paese con la tendenza dell'esportazione, è diventato in questo caso un fortissimo importatore.
Già, ma in Germania non vengono fatti controlli su questi movimenti di latte verso l'Estremo Oriente? Secondo me, no. In fondo, a pensarci bene, una domanda massiccia di latte in polvere dall'estero garantisce molti benefici (introiti, tasse, occupazione). Per ora, ma in futuro? Nella produzione di latte in polvere è vietato per legge l'uso di pesticidi e questi rigorosi limiti influenzano anche i volumi di produzione: si è proprio sicuri che il latte in polvere finora prodotto basterà per tutti qui in Germania?
Bis bald!
Stefano

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...