domenica 17 luglio 2016

Bücher: Frêney 1961

"E pensare che un giorno, in un angolo recondito del suo cuore, aveva sperato di abbandonare la vita proprio in questo modo! Di vederla scivolare via nel vento delle sue montagne; d'altronde in che altro modo sarebbe potuto morire? Lui amava solo la montagna, e per essa sarebbe morto più volentieri che per qualsiasi altra cosa. Finalmente poteva vedere il confine tra la terra e il cielo, tante volte sfiorato ma mai raggiunto pienamente come in quel momento. Allora alcune voci confuse nel cuore gli suggeriscono di spiare nei suoi ricordi, di guardare tutta la sua esistenza, di lasciarsi andare alle immagini di una vita intera. Si ricordò delle notti stellate quando camminava verso una parete e sentiva i ramponi che scricchiolavano mordendo il ghiaccio. Avanzava così accompagnato da quel rumore, sotto il firmamento illuminato. A volte aveva avuto l'impressione che fossero le stelle a scricchiolare. Che tutto il firmamento emanasse quello scricchiolio. E quante volte aveva visto levarsi il sole? Durante la sua vita di alpinista, Oggioni si era alzato quasi sempre prima della grande stella, come un devoto prima del suo dio. E ogni volta, quando arrivava la palla di luce, sentiva il ghiacciaio reagire al caldo improvviso. Il fischio delle pietre che cadevano liberate dalla morsa del gelo. Lo vedeva girare per tutto il giorno, il sole, disegnando con le ombre figure sempre più allungate sulla roccia. L'alpinismo! Quanti soli diversi aveva visto. Quante albe, quanti mezzogiorno accecanti. Quanti tramonti! Che non avrebbe più avuto davanti agli occhi."
Marco Albino Ferrari, Frêney 1961


Un'opera straordinaria in un contesto di immane tragedia: questo il primo pensiero che ho avuto dopo aver riletto (cinque anni dopo la prima volta) Frêney 1961, il romanzo-cronaca di Marco Albino Ferrari sul dramma del Pilone Centrale del Frêney. In assoluto, uno dei volumi di "letteratura di montagna" che conservo con più affetto, per tanti motivi. Innanzitutto perché mi ha aiutato a comprendere la figura non solo alpinistica ma soprattutto umana di Walter Bonatti. In secondo luogo, perché non è solo il racconto di una delle più grandi tragedie della storia dell'alpinismo - forse la più grande della seconda metà del XX secolo - ma un vero e proprio romanzo thriller.
Per chi non conoscesse la vicenda, consiglio di leggere questo mio post più approfondito in cui ho raccontato questa pagina di alpinismo. In breve, nel luglio 1961 una cordata italo-francese di sette uomini, tra cui Bonatti, si ritrova bloccata dal maltempo sulla parete del Pilone Centrale del Frêney per circa quattro giorni, salvo poi tentare una disperata ritirata, che in condizioni proibitive, porterà alla morte di quattro dei sette componenti della spedizione. Ferrari, che di montagne è un grande esperto (è direttore di Meridiani Montagne), racconta con grande dovizia di particolari e dettagli puramente tecnici la cronaca della salita, del bivacco e della ritirata. Ma grazie alla documentazione dell'epoca (giornali in primis) e alle testimonianze di chi è sopravvissuto alla tragedia (Bonatti, Gallieni, Mazeaud) e di chi ha vissuto in prima persona quei giorni drammatici, Ferrari ha ricostruito scene di grande carica emotiva, i dialoghi tra gli alpinisti, i pensieri e riflessioni dei protagonisti nei momenti di tensione. Ha ricostruito in parole i timori degli alpinisti e lo sgomento di familiari e conoscenti a valle. Rendendo questi fatti di mera cronaca un avvincente romanzo thriller, in cui il susseguirsi degli eventi è costantemente intervallato da colpi di scena.
Nel racconto della tragedia, Ferrari lascia sempre una porta aperta alla speranza: anche leggendo per la seconda volta questo libro, e nonostante la vicenda fosse a me ben nota, mi rimane sempre la sensazione che in questa storia, da un momento all'altro, possa esserci un punto di svolta positivo. Fulmini in ogni dove, bufere di neve, bivacchi all'addiaccio, ritirata in condizioni impossibili, lo sfinimento che uccide, crepacci traditori, corde ghiacciate, soccorsi che non arriveranno mai, la pazzia che prende il sopravvento... eppure lo spiraglio per un finale felice c'è sempre. Proprio quello spiraglio che Bonatti inseguì in quegli sciagurati giorni , fiducioso che non sarebbe stata la sua fine, consapevole che solo mantenendo accesa nel cuore e negli occhi la luce della speranza, si poteva uscire dall'incubo.
Frêney 1961: un libro di montagna, adatto anche a chi la montagna non la conosce, ma anche un formidabile thriller, da leggere tutto d'un fiato.
A presto!
Stefano

Giudizio: 10/10 

sabato 16 luglio 2016

16 luglio 1961 - Frêney

«Sono arrivati, sono arrivati» gridava qualcuno. Poi, con un sorriso, il primo che Bonatti vide quella mattina, il giornalista si mise a parlare: «Siamo a Courmayeur, quello di fianco a me è Walter Bonatti, appena sceso dalla sua avventura sul tetto d'Europa. Allora Bonatti... dica ai nostri telespettatori: com'è andata?» fece Emilio Fede con la sua faccia un po' inebetita. Bonatti lo guardo negli occhi e solo allora capì veramente che era tornato nell'altra metà del suo mondo. «Mazeaud mi ha detto che Oggioni è morto...» disse piangendo. «Come mai vi siete salvati solo voi?» Tutti gli occhi della gente erano puntati su du lui. E Bonatti, di fronte a Bianca, pronunciò una frase che fece felice Emilio Fede: «Ci siamo salvati solo noi tre: Mazeaud, Gallieni e io. Gli unici che avevano una donna e un amore ad aspettarli». Poi lo mandò via con un gesto e andò da Bianca.
Marco Albino Ferrari, Frêney 1961

Da La Stampa Sera, 15 luglio 1961

Un grande alpinista, una leggenda delle montagne, un gigante delle grandi pareti, non si dimostra tale solo nella vittoria e nelle imprese. È tale anche nella tragedia. Quella che Walter Bonatti ha vissuto in prima persona, sicuramente la più grande della sua carriera alpinistica, probabilmente una le più nefaste e allo stesso tra le più "celebrate" dell'intera storia dell'alpinismo, ha aiutato a celebrare ancora di più la sua già maiuscola figura di alpinista. Ma soprattutto ha celebrato l'uomo Bonatti, in grado di rimanere forte nella catastrofe, umano nella disgrazia. L'evento in questione risale al luglio del 1961 ed è tristemente conosciuto come la tragedia del Pilone Centrale del Frêney.

Da La Stampa Sera, 16 luglio 1961

Il Pilone Centrale del Frêney era un obiettivo ambito da più di un alpinista, in quanto era l'unico dei pilastri del Monte Bianco, sul versante italiano, ad essere rimasto inviolato. Walter Bonatti e Andrea Oggioni lo studiano da tempo, ma è una salita complessa anche nella preparazione. La salita fino alla base del pilone è lunga, massacrante. Sono poche le settimane in cui ci sono le condizioni climatiche e di roccia ideali alla salita. Questo pilone, poi, è il parafulmini del Monte Bianco, trovarsi qui durante una tempesta, beh, vuol dire andare incontro alla morte. Nel luglio del 1961 sembrano esserci le condizioni giuste per la salita. Bonatti e Oggioni, assieme al loro amico Roberto Gallieni, partono per il Bivacco della Fourche, avamposto tra il il Ghiacciaio del Frêney e il Ghiacciaio della Brenva.

Il Pilone Centrale del Frêney (fonte: montagna.tv)

Qui ritrovano però un altro gruppo di alpinisti, parigini, anche loro con l'obiettivo del Pilone Centrale del Frêney. Non sono degli sprovveduti, anzi, si tratta di alcuni tra i migliori esponenti dell'alpinismo francese: il carismatico Pierre Mazeaud, l'imponente Antoine Vieille, il preparatissimo Pierre Kohlmann e il talentuoso Robert Guillaume. Tra le due cordate si crea subito uno spirito di intesa e di collaborazione, grazie al quale decidono di unirsi per dare l'assalto al Monte Bianco salendo lungo il Pilone del Frêney.

Da La Stampa, 16 luglio 1961

È il lunedì del 10 luglio 1961, quando i sette iniziano la salita sul granito rosso del Frêney. Tutto procede per il meglio fino al pomeriggio del martedì successivo. Quando Mazeaud, passato in testa, sta per approcciare la salita all'ultimo tratto del pilone, l'insidiosa cuspide sommitale che sarà ribattezzata "Chandelle", nubi minacciose si affacciano velocemente all'orizzonte. Mazeaud è costretto a scendere, spaventato dall'elettricità di cui si stava saturando l'aria. Lascia un martello in parete: quello sarà il punto più alto che la cordata italo-francese riuscirà a raggiungere sul Pilone Centrale del Frêney in quei terribili giorni del luglio 1961. E da quel momento inizia il dramma: il francese Kohlmann viene colpito da un fulmine, che lo centra nell'apparecchio acustico, rendendolo sordo e annerendogli il volto. Per Kohlmann è l'inizio del calvario.

Da La Stampa Sera, 14 luglio 1961

Bonatti, che del Monte Bianco è profondo conoscitore, e sul quale ha già scritto la storia dell'alpinismo, sa che i temporali di luglio non sono mai particolarmente lunghi. Si trovano a circa 150 metri per raggiungere la cresta sommitale che li avrebbe portati in cima al Bianco, dal quale avrebbero avuto una facile via d'uscita. Sei ore di bel tempo e tutto si sarebbe risolto con un semplice spavento e un'impresa in tasca. Bonatti è convinto di liquidare la situazione con un bivacco all'addiaccio, in attesa di una finestra di sole. Che non arriverà mai.
Per tre notti, i sette alpinisti sono costretti a bivaccare su una piccola cengia nel bel mezzo della parete, che si riempirà progressivamente di neve, in posizioni scomodissime, a temperature rigidissime, nutrendosi di carne secca e ingurgitando vitamine, costantemente esposti al pericolo di essere centrati dai fulmini. Intanto, tutte le vie di uscita si coprono inesorabilmente di neve, rendendo difficile ogni manovra, le loro, e quelle dei loro soccorritori, che nel frattempo stanno organizzandosi. Ogni appiglio in parete è ricoperto dalla neve, dunque è impossibile uscire in vetta; superare un ghiacciaio dopo una tempesta è come camminare su un filo sospeso nel vuoto, ogni crepaccio nascosto può essere la fine.

Da La Stampa Sera, 18 luglio 1961

All'alba di venerdì 14 luglio Bonatti e Mazeaud convengono che non si può indugiare oltre, bisogna scendere. La via di uscita non può che essere una: ripercorrere la parete del pilone sfruttando il materiale lasciato sulla parete, superare l'insidioso tratto dei Rochers Gruber, risalire il Colle dell'Innominata per poi ripiegare sulla Capanna Gamba. È l'unica via di salvezza. Bonatti, in cuor suo, sa che è un'impresa disperata ma prega tutti di mantenere la calma, perché solo con la calma si può uscire da quella situazione. E spera che i soccorritori stiano già muovendosi verso di loro.

Da La Stampa Sera, 18 luglio 1961

Purtroppo questo non avverrà, la squadra di soccorso capitanata dalla guida Ulisse Brunod, erroneamente, raggiungerà il Bivacco Lampugnani invece di muoversi verso il Colle dell'Innominata.
Il "viaggio della speranza" di Bonatti e compagni sarà un vero e proprio calvario. Fatta eccezione per Bonatti e Gallieni, gli altri componenti della cordata sono allo stremo delle forze, sfigurati, denutriti e massacrati dalla tempesta. Ogni movimento è rallentato perché non ci sono più le forze: serve quasi un giorno per scendere da una parete complicatissima da scendere. Farsi largo nella neve altissima, poi, rende ogni manovra più complicata. È una via crucis. Il primo a morire è Antoine Vieille, ai Rochers Gruber, di sfinimento. Poi, sul Ghiacciaio del Frêney, è la volta di Robert Guillaume, che cade in un crepaccio.

Da La Stampa, 18 luglio 1961

L'ultimo ostacolo, prima di trovare la salvezza nella Capanna Gamba, è il Colle dell'Innominata, la cui salita, già difficile di per sé, è ancora più ardua per via della neve. Andrea Oggioni, sfinito e privo ormai di energie, bloccato da un nodo di corde ormai ghiacciate, non riuscirà a raggiungere il colle. Per Kohlmann, ormai in preda alla pazzia, la fine sarà a pochi metri dalla Capanna Gamba: un movimento brusco di Gallieni viene inteso da Kohlmann come un'aggressione. Bonatti e Gallieni, in quel momento in testa, devono liberarsene e lasciarlo al suo destino, in quanto il rifugio è ad un passo e lì avrebbero potuto dare l'allarme.
Nella Capanna Gamba tutto è spento e tutto tace, oltre venti soccorritori stanno dormendo al caldo mentre fuori sette uomini stanno morendo (e alcuni, morti, lo sono già da ore). L'arrivo di Bonatti e Gallieni mette in moto l'intervento della squadra di soccorso, che riuscirà ancora a salvare Mazeaud, ma nulla potrà per Kohlmann e Oggioni. Si conclude qui, la domenica del 16 luglio 1961, una delle più grandi tragedie alpinistiche della seconda metà del XX secolo.

Bonatti in salvo a Courmayeur con la compagna Bianca (fonte: realtasopravvalutata.blogspot.com)

Il post-Frêney durerà a lungo e produrrà un ampio dibattito nell'opinione pubblica italiana, che si dividerà in due schieramenti, pro- e contro-Bonatti. I sostenitori di Bonatti accusarono i soccorsi di essere stati negligenti, in quanto fu inutile dirigersi al Bivacco Lampugnani quando era palese che non avrebbero mai potuto ripiegare in quella direzione, e ottusi, poiché Brunod avrebbe allontanato in malo modo le indicazioni provenienti da due alpinisti messisi in salvo in quegli stessi giorni, i quali affermavano di aver sentito delle voci provenienti dal Ghiacciaio del Frêney. Gli accusatori di Bonatti, invece, lessero nella morte di Oggioni il sacrificio di un amico, mentre il grande alpinista si era messo "comodamente" in salvo. Perché Bonatti si e altri quattro no? Solo la testimonianza di Mazeaud prima, e un risolutorio articolo, firmato dall'illustre penna di Dino Buzzati, scagioneranno l'operato di Walter Bonatti, definito proprio da Mazeaud "autorevole ed umano".

Da La Stampa Sera, 18 luglio 1961

La montagna quel luglio del 1961 respinse Bonatti, e quell'avventura costò la vita ad un suo amico fraterno ed altri tre compagni di cordata. Fu una ferita dura da rimarginare per Bonatti. Ma allo stesso tempo, anche grazie alla Legione d'Onore che gli fu conferita dalla Francia, il mondo conobbe l'uomo Bonatti, animo limpido ed integerrimo, nella gioia e nel dolore.

venerdì 15 luglio 2016

Bücher: Ama il tuo nemico

"Dai sobborghi di Città del Capo, Durban, Port Elizabeth e Johannesburg giunsero storie di signore bianche che, abbandonando secoli di pregiudizi e restrizioni, abbracciavano le domestiche nere, ballando con loro nei viali alberati di impeccabili quartieri come Houghton. Per la prima volta i mondi paralleli dell'apartheid si unirono, le due metà divennero una cosa sola, ma in nessun luogo più apertamente che a Johannesburg e a Ellis Park in particolare, dove il carnevale di Rio si sommò alla liberazione di Parigi in un'esplosione di maglie verdi. Un vecchio signore nero in mezzo alla strada sventolava una bandiera sudafricana e gridava: «Il Sudafrica è libero! Gli Springboks ci hanno resi liberi e fieri!»"
John Carlin, Ama il tuo nemico


È più difficile descrivere la grandezza di un libro a partire dallo stile di scrittura, dal modo in cui viene condotta la narrazione, dall'intreccio dei fatti che compongono la trama, oppure a partire dalla storia stessa (tutta vera)? Questo è il mio grande dilemma, giunto alla conclusione de Ama il tuo nemico di John Carlin. Questa mia rilettura di un libro con il quale mi sono già confrontato cinque anni fa nasce dal rientro dal Sudafrica. Fortissimo era il desiderio di rileggere questo testo che racconta una storia di crudeltà, di disumanità, che diventa redenzione e rinascita, umana, politica e sportiva. È la storia del Sudafrica, dell'apartheid e di come lo sport abbia messo la parola fine su decenni di atroce segregazione razziale.
La grandezza de Ama il tuo nemico risiede sicuramente nella storia della seconda metà del XX secolo del Sudafrica, segnata da una macchia che il figlio più illustre di questa terra a provato a rimuovere. Senza armi, senza violenza, solo con la forza delle idee, dei sogni e dell'amore. Tutto ruota ovviamente alla figura di Nelson Mandela, il vero artefice del miracolo sudafricano, e ai mondiali di rugby del 1995, disputatisi proprio in Sudafrica e vinti dagli Springboks, la nazionale sudafricana di rugby, per i neri un simbolo dell'apartheid. Una storia che consiglio di leggere, per conoscere il miracolo non solo sportivo, ma soprattutto politico e sociale che ne conseguì - a meno che abbiate già visto Invictus, il lungometraggio diretto da Clint Eastwood ispirato proprio dal libro di Carlin.
La grandezza della narrazione di Carlin sta nell'aver reso godibile un argomento potenzialmente pesante, per le implicazioni strettamente politiche e per i contenuti forti: l'apartheid è in fondo un sinonimo di violenza, fisica e soprattutto psicologica. Scrittura semplice, scorrevole, pagina dopo pagina. Il taglio è chiaramente giornalistico, ma se le emozioni paiono non trasparire inizialmente dalla penna di Carlin, in Ama il tuo nemico si vive un crescendo di pathos che sfocia inevitabilmente nell'apice dei fatti del giugno del 1995. La bravura di Carlin non si limita allo stile coinvolgente ma si estende alla capacità di inserire alla perfezione storie minori all'interno della trama principale, storie che dipingono perfettamente il quadro pre- e post-apartheid. La storia del rivoluzionario della township diventato avvocato, del teologo afrikaner, del giocatore bianco che sensibilizza gli Springboks, del carceriere affascinato dal carisma di Mandela, dell'avvocato bianco che prende la difesa dei neri, il giornalista che da un giorno all'altro diventa sostenitore di Mandela... Vicende di per sé inutili alla trama, ma fondamentali per contestualizzare il periodo storico.
Mandela + Carlin, il mix che racconta gli anni della risurrezione sudafricana e che spiega, in poco meno di trecento pagine, che "se non si può parlare alle menti, allora si deve parlare ai cuori".
Bis bald!
Stefano

Giudizio: 10/10 

giovedì 14 luglio 2016

Safari

Ciao a tutti!
Fare un viaggio un Sudafrica senza fare nemmeno un safari è peccato mortale. È un po' come dire di essere andati a Parigi senza aver visto la Tour Eiffel. Il safari rappresenta un'esperienza fondamentale nel contesto turistico sudafricano. I motivi sono facili da elencare: il Sudafrica, nel suo sterminato territorio, ospita una quantità incredibile di parchi e riserve naturali (circa seicento), all'interno dei quali si trova una tale varietà faunistica e floristica da impressionare tutti gli amanti della natura, specialmente di quella più selvaggia.

Tutte uguali, tutte diverse

Dire safari e dire Sudafrica, senza girarci troppo, significa dire Parco Kruger. È il più antico, il più grande, il più famoso parco naturale del Sudafrica. E non a torto. Fu fondato nel 1898 dal presidente dell'allora stato del Transvaal (il Sudafrica in quanto tale non esisteva ancora) Paul Kruger. Era un grande appassionato di caccia, ma era anche attento alle problematiche della conservazione della flora e della fauna sudafricana. In questo senso egli fu un precursore, in quanto anticipò le tematiche di salvaguardia della natura che sono componente fondamentale della cultura sudafricana di oggi.
Questo parco, situato nella porzione nordorientale del Sudafrica, al confine con Zimbabwe e Mozambico è qualcosa di semplicemente enorme: a spanne, esso copre un rettangolo immaginario le cui dimensioni sono di 350x70 chilometri. Quando le superfici in gioco sono queste è piuttosto normale immaginare come sia ricca la varietà della flora (nel solo Kruger si contano quasi trecento diversi tipi di alberi) e della fauna (qui sono presenti quasi 150 specie diverse di mammiferi). Merito, ovviamente, di una straordinaria diversità per quanto riguarda gli ecosistemi e i microclimi presenti nell'area del Kruger. D'altronde, il territorio si estende su una lunghezza di qualche centinaio di chilometri. Per comprendere meglio: quanti microclimi si possono incontrare scendendo nel tragitto dalle Alpi al Mar Mediterraneo, dalla Valle d'Aosta alla Liguria? Nello sterminato territorio del Kruger non siamo molto lontani…

Lo sfuggente kudu

Fare un safari è un'esperienza naturalistica completamente diversa dal vedere un canyon (come al Blyde River Canyon) o dall'ammirare pinguini (a Boulders Beach). In entrambi i casi citati si sta parlando di natura che mi piace definire con questo aggettivo: "contenuta entro recinti umani". Nei safari del Kruger la natura che si ha modo di osservare (da vicino come mai prima) è proprio come la si vede. Fatta eccezione per le recinzioni ai confini, non ci sono passerelle costruite dall'uomo, non ci sono sovrastrutture per i turisti, si è semplicemente immersi nel selvaggio… Qui non si può far altro che rimanere estasiati dal quotidiano spettacolo della natura e dal ciclico scorrere della vita, quel lento movimento che giorno dopo giorno si ripete periodicamente da anni, decenni, secoli, millenni.

Ippopotami, sempre a mollo

Il Parco Kruger offre diversi modi per entrare in contatto, anche molto da vicino, con la sua natura più selvaggia. Il più semplice, e probabilmente più economico, è quello di girarlo autonomamente in auto, rimanendo sempre sulle piste, asfaltate e non. Ma come abbiamo avuto modo di provare per esperienza diretta presso la Thornybush Game Reserve, è decisamente meglio recarsi in una riserva all'interno del parco e affidarsi alla competenza di ranger e guide naturalistiche. In una riserva si è normalmente più tranquilli e "al riparo" da altri turisti. Il servizio dei ranger, inoltre, è decisamente prezioso per più di una ragione: conoscendo a fondo il parco, sanno quali sono le aree dove ci sono più probabilità di trovare gli animali; sanno come agire in casi di pericolo e come comportarsi a tu per tu con gli animali; conoscono nei minimi dettagli caratteristiche di flora e fauna locale ed è quindi molto più piacevole imparare dalla loro preparazione e dal loro bagaglio di esperienze, piuttosto che leggere sterili nozioni da una guida cartacea. Altro fattore non trascurabile, con i ranger e le loro jeep ci si può addentrare nella savana più fitta, anche in "fuoripista": un dettaglio non da poco, come abbiamo scoperto durante i giorni di safari.

Il timido facocero

Che l'esperienza del safari sia qualcosa di assolutamente unico – o perlomeno, mai provata prima d'ora – lo si intuisce dal momento in cui si sale sul veicolo con il quale si andrà ad "esplorare" la savana. È un mezzo speciale, una jeep aperta progettata proprio per questo tipo di escursioni; di dimensioni notevoli, può trasportare fino a nove persone (guide escluse) disposte su tre file. La grande particolarità è che sul cofano motore si trova un sedile. È il posto riservato al traccista, figura chiave di un safari fatto a regola d'arte. Lo dice il nome stesso: con questo ruolo in pole position, il traccista può individuare tracce fresche in grado di testimoniare un recente passaggio di animali e quindi direzionare il safari verso una specifica area della riserva. È anche la figura della vittima sacrificale, nel caso un animale feroce attaccasse la jeep – in quanto privo di alcuna protezione, nonostante alcuni fucili siano comunque a disposizione, da utilizzare in casi di estrema emergenza. Le jeep presenti nella riserva sono collegate tra loro tramite un sistema radio, per cui è molto facile condividere informazioni sulla presenza di uno specifico animale. Ne abbiamo avuto una prova quando è stato avvistato un leopardo, un animale a cui piace restare nascosto tra gli alberi: quando la notizia si è sparsa, le jeep si sono affrettate a raggiungere la posizione comunicata via radio.

Una jeep da safari

Durante un safari ci sono alcune regole da rispettare: non ci alza in piedi e non si scende dalla jeep se non autorizzati dal ranger, non si urla. Ma l'entusiasmo all'inizio di un safari è tale per cui diventa difficile parlare a bassa voce o attuare il "passaparola" per riportare notizie ed informazioni alla fila più posteriore del veicolo.
"Fare un safari" non vuol dire andare a caccia. Per la precisione: si va a caccia, ma è una caccia… visiva, fotografica. Si vanno a cercare gli animali più misteriosi della savana, i cosiddetti Big Five, gli animali che storicamente sono stati i più insidiosi e difficili da cacciare: il bufalo, il rinoceronte, il leone, l'elefante e il leopardo. A loro dedicherò dei post a parte. Ma un safari non è solo cercare i Big Five, l'oggetto del desiderio di ogni escursionista, ma godere in generale della bellezza di questa natura qui ancora così primitiva. E di animali, durante un safari, se ne possono trovare di ogni genere. Partendo da quelli più comuni, come le antilopi, i facoceri, i babbuini e i bufali stessi, animali che fanno parte dei Big Five ma che non è difficile da avvistare.

Dentro la savana, nella notte che avanza

Tra gli animali più comuni ci sono anche alcune specie che non avevo mai sentito nominare prima. Sono tre specie di antilopi dalle peculiarità molto differenti tra loro: l'impala, il kudu e il nyala. L'impala è uno degli animali più teneri che abbiamo incontrato, e probabilmente è anche l'animale che più di ogni altro abbiamo potuto vedere con facilità durante i nostri safari. Tra le varie antilopi lo si può distinguere dalle cosce, attraversate posteriormente da una tipica striscia scura. Il kudu è invece un animale sconcertante per dimensioni e capacità atletiche: pesa qualche quintale, può saltare fino a due metri e ha uno scatto impressionante, ma soprattutto ha due corna con una serie di pieghe ad elica che rendono inconfondibile questa mastodontica antilope. Il terzo animale citato, il nyala è invece come un misto tra il kudu e l'impala, una bestia dalle grandi corna del primo ma col fisico più snello del secondo.

Il tenero impala

Come non stupirsi di fronte ad un branco di zebre? Tralasciando il simbolismo di questo animale per un tifoso juventino (come il sottoscritto) e nonostante sia un animale geneticamente vicino all'asino, impressiona per la grazia del suo corpo ma soprattutto per il morbido contrasto delle sue strisce bianche e nere. Ma perché le zebre hanno le strisce? La nostra guida ci ha fornito due valide ipotesi. La prima è di origine "sociale", in quanto le strisce delle zebre sono la loro impronta digitale, che è diversa in ogni singolo individuo: il cucciolo di zebra riceve una sorta di imprinting alla nascita e dopo pochi minuti sarà in grado di riconoscere la madre in mezzo a tante altre zebre proprio perché la sua strisciatura è unica. Ma pare che le strisce svolgano anche una funzione di termoregolazione cutanea: le strisce nere attraggono la luce mentre quelle bianche la respingono, un effetto "scambiatore di calore" che consente alle zebre di resistere per più ore sotto il sole cocente.

Campione di portamento

Più difficile da vedere è il coccodrillo. Il gruppo della nostra jeep l'aveva già avvistato nel primo safari, ma ho dovuto aspettare il secondo per vederlo. Oh, non riuscivo proprio a trovarlo con gli occhi. Sa mimetizzarsi bene, questo feroce predatore. E poi sta sempre fermo, più immobile di una tartaruga che dorme. Ma è tutto normale. In Sudafrica il mese di giugno è un mese invernale, le temperature sono dunque più basse e quindi per il coccodrillo il modo migliore per sentirsi bene è starsene beatamente fermi sotto il sole. Meno caccia, più spiaggia.
Altro animale di simbolica importanza nella savana è la giraffa. Ne avevamo viste alcune allo zoo di Berlino. Altissime, incantevoli. Ma qui, nel loro habitat, è tutta un'altra storia. Bestia meravigliosa, in un branco all'apparenza denota un'eleganza senza pari. La poesia svanisce quando la guida ci spiega come un maschio di giraffa capisce quando la femmina è in calore: assaggiando la sua urina…

Più immobile di una tartaruga

Ci sono poi animali estremamente curiosi. Uno di questi è l'antilope d'acqua, che è facilmente riconoscibile da un'ellisse bianca sul sedere. Oppure lo gnu, che secondo una leggenda africana è l'"ultimo animale creato da Dio", in quanto le sue parti esteticamente ricordano altri animali: le strisce della zebra, la coda della giraffa, la gobba della iena, le corna del bufalo e il muso del facocero. Insomma, qui Dio non è che abbia fatto proprio un lavoro a regola d'arte.

Una coppia di gnu che si dissetano

I mammiferi sono animali facili da osservare, tutto sommato. Con gli uccelli è ben diverso. Ce ne sono di tantissime specie, ma quelli che riesco a notare io sono i rapaci: gli sparvieri e gli avvoltoi sono facili da avvistare, soprattutto quando sono alla ricerca delle correnti ascensionali in grado di portarli, per mezzo di un movimento rotatorio, fino ad una quota di un chilometro dal suolo.
Per fortuna la nostra esperta guida, ce ne mostra alcuni. Quello che più mi è rimasto impresso è il turaco unicolore. Mai sentito prima, vero? Beh, qui lo chiamano "l'uccello vai-via", o meglio go-away-bird, in quanto il verso che produce sembra un avvertimento: «go away!». Come è strana questa fantastica natura...

Come se fossero in posa

Un safari con guide preparate può essere molto interessante anche perché si possono scoprire veramente tante curiosità sulla flora della savana, che di primo acchito paiono meno interessanti, ma invece... Sapevate che esiste una pianta che è perfetta per spegnere velocemente gli incendi in quanto le sue foglie sono così oleose che non prendono fuoco? Non a caso è chiamata Euclea divinorum. Sapevate che esiste una pianta che se bruciata funge da repellente naturale in quanto scaccia tutti gli insetti? È la pianta che viene bruciata se si vuole fare un barbecue nella savana...

Cartolina dal Thornybush

In una riserva i safari non si possono fare in totale libertà. Oltre ad essere accompagnati da personale esperto, è necessario rispettare orari precisi. Normalmente si esce all'alba e nel tardo pomeriggio. Quindi è normale che ci confronti con l'alba, con il tramonto e la notte. E in Africa, tutto ciò ha un altro valore. Qui circola un'aria non inquinata, sopra migliaia di chilometri quadri di nulla, se non di savana. Tutto pare incontaminato, anche il cielo. Qualche nuvola c'è, ma la volta che abbraccia la savana è cristallina. Le albe e i tramonti sono purissimi, uno spettacolo nello spettacolo. La notte consente di osservare tutto il firmamento celeste. Chi ama l'astronomia non rimarrà deluso dall'esibizione che il cielo punteggiato di stelle mette in scena ogni notte.
Neanche noi lo siamo stati, pur non capendoci niente di stelle. In una terra così orizzontale come l'Africa (ed in particolare l'area del Parco Kruger), noi alziamo lo sguardo in verticale. Lo puntiamo verso l'alto, inseguendo i nostri sogni. E ci chiediamo se tutta questa assurda meraviglia di questa terra, questa rigogliosità di animali e di piante, questa grazia che la natura ci sta donando quotidianamente, non sia essa stessa una visione onirica...
Bis bald!
Stefano

martedì 12 luglio 2016

Il canyon della fortuna

Ciao a tutti!
Quando si pensa al Sudafrica e alle sue meraviglie naturali è facile pensare immediatamente al Parco Kruger e alla sua fauna, piuttosto che alla Table Mountain che sovrasta Città del Capo. Il bello del Sudafrica, ma dell'Africa tutta, è che copre un territorio così vasto, così immenso, che anche negli angoli nascosti si possono trovare meraviglie naturali di prim'ordine. Una di queste si trova sicuramente nell'area nordorientale del Sudafrica, nella regione del Mpumalanga, ed è il Blyde River Canyon.

La miglior visuale del Blyde River Canyon

Nonostante, grazie ad una lunghezza di circa venticinque chilometri ed una profondità massima di ottocento metri, il Blyde River Canyon sia il terzo al mondo per dimensioni, non è questa una meta ancora diventata turistica quanto lo è il vicino Parco Kruger. Certo, manca l'attrazione della fauna selvaggia del continente africano. Ma può soddisfare altri palati grazie ad un altro tipo di bellezza. I due esempi migliori sono di gran lunga le Bourke's Luck Potholes e le Three Rondavels.

Le Bourke's Luck Potholes

Le Bourke's Luck Potholes sono uno straordinario esempio di ciò che l'erosione fluviale può creare in una zona rocciosa. È l'attrazione geologica dalla quale ha inizio tutta l'area del Blyde River Canyon. Ed è esso stesso un canyon di arenaria rossa, ma in miniatura, scavato dallo scorrere millenario dell'acqua. La sua caratteristica è nelle forme sferiche e cilindriche dell'erosione. La confluenza tra le acque dei torrenti Treuer e Blyde ha creato negli anni una serie di microvortici, i quali hanno dato vita ad una specie di microgrotte dalle forme arrotondate, cavità dalla morfologia stravagante (se si tiene conto che ci si trova all'interno di un canyon). Ancora una volta, è incredibile rendersi conto di come la roccia possa essere scolpita dalla natura per mezzo di due semplici ingredienti: il tempo e l'acqua.

The Three Rondavels

La storia di questo luogo curioso è essa stessa una curiosità. Prende il nome infatti da Tom Bourke, un cercatore d'oro che aveva previsto di trovare un consistente filone aurifero all'interno di questo canyon. Bourke spese la sua vita nel cercare quell'oro che l'avrebbe reso eternamente ricco, ma purtroppo questo venne ritrovato solo dopo la sua morte. In compenso ci guadagnò la gloria eterna, in quanto ha dato il suo nome ad una delle più importanti meraviglie sudafricane.

I salti di roccia della "fortuna di Bourke"

Basta spostarsi di pochi chilometri per passare dal micro al macro. Se le Bourke's Luck Potholes sono la rappresentazione più minuscola del Blyde Rover Canyon, il panorama sulle Three Rondavels ne è l'espressione più gigantesca. "The Three Rondavels", anche impropriamente chiamate "The Three Sisters" sono tre possenti bastioni rocciosi dal colore verde, in quanto ricoperti di erba e vegetazione bassa. Guardano dall'alto verso il basso lo scorrere del fiume Blyde e questo basta a rendere questo imponente luogo uno dei più scenografici del Sudafrica. Ma la grande peculiarità delle Three Rondavels è anche (soprattutto) nella loro forma  (forse?!?) unica al mondo. Le Three Rondavels si ergono in alto a forma di cupola, appuntita in cima, una forma che ricorda proprio le capanne dei più remoti villaggi africani. Anche loro sono frutto dell'erosione fluviale del fiume Blyde all'interno della catena montuosa del Drakensberg. Dal balcone presso il quale si affollano i visitatori non è facile staccarsi. Un panorama del genere ha più potere di attrazione di una calamita.

Più grande del canyon - ma solo in foto, eh

Di fronte alle Bourke's Luck Potholes e alle Three Rondavels ci si sente incredibilmente piccoli. E anche un po' impotenti. Non tanto per bellezza, o per dimensioni. Ma perché ci si rende conto di quanto, a confronto con la costante opera millenaria della natura, noi non siamo altro che piccola cosa. Non siamo altro che minuscoli puntini su questa bella Terra, con la grande fortuna di poter vedere alcune tra le meraviglie naturali più stupefacenti create nell'arco di millenni.
Bis bald!
Stefano

domenica 10 luglio 2016

Da dove ero rimasto

Ciao a tutti!
Questo è un titolo un po' ambiguo, ma è una traccia per comprendere i futuri passi (sarebbe meglio dire falcate) nel percorso podistico che ho iniziato da poco verso il nuovo appuntamento con i 42.195 chilometri, a Berlino. Perché la preparazione di una maratona deve forzatamente ripartire da ciò che di buono era rimasto. Di corsa ed affini, quest'anno non ho avuto molto da raccontare. Ma in realtà, qualcosa di buono da raccontare c'è: la mia ultima corsa, la mia ultima mezza maratona (nonché unica del 2016, finora), in quel di Gelsenkirchen, la 4°Vivawest-Halbmarathon.

Lungo il percorso della Vivawest-Halbmarathon © Martin Möller/FUNKE FotoServices

Il finale cronometrico è quello che é, 1h33'54": in mezza maratona non è più un gran tempo ma vista la preparazione alle spalle, discontinua per i vari malanni dell'inverno e della primavera scorsi e alla fine di tre (massimo quattro) settimane, posso essere soddisfatto. Se ci aggiungiamo anche un gran caldo - d'altronde, correre nella seconda metà di maggio implica temperature più elevate - posso anche ritenermi PIÙ CHE soddisfatto. Se considero che il risultato finale è un 62esimo posto con l'undicesimo tempo di categoria, allora posso considerare questo risultato come stratosferico.
Che corsa è stata questa mia ultima mezza maratona? Una corsa strana, innanzitutto per il tipo di percorso affrontato: stradale per una buona metà, ma anche un misto di sterrato in un parco, di una ciclovia, di passaggi all'interno della Zollverein. Non particolarmente duro perché i saliscendi sono stati tutto sommato contenuti nella prima metà di corsa, ma ricco di curve, talvolta anche strette.
Posso dire di non essermi risparmiato. Come al solito sono partito forte, con un bel 4'13"/km al primo chilometro. Troppo forte in questo caso, ma perdonatemi, avevo troppa voglia di correre dopo mesi di quasi totale inattività. Dopodiché mi sono regolato il passo intorno a 4'25"/km: non volevo arrivare negli ultimi chilometri con l'acqua alla gola. Essendo anche la prima parte di gara la più nervosa, direi che è stato un gran bel correre. A metà gara, quando la mezza maratona affronta la lunga ciclovia che divide Essen da Gelsenkirchen, ho trovato il primo momento di appannamento, chiudendo un chilometro in 4'29"/km. Piccola ripresa, poi un lento e graduale, ma mai drammatico abbassamento della prestazione... fino al chilometro 19, il peggiore chilometro corso (4'35"/km), quando si entra nel bel mezzo di Gelsenkirchen. Ma fatta eccezione per l'inizio esuberante, la mia mezza maratona è stata molto costante. Individuato il passo gara tra 4'25"/km e 4'28"/km l'ho mantenuto con costanza. E con fatica, perché le ultime centinaia di metri, peraltro in salita, le ho sentite eccome. Nonostante ciò, le gambe sono arrivate al traguardo ancora in stato ottimale. Ripensando a quanto fatto, direi che questa corsa è stata positiva e rappresenta un ottimo punto per ricominciare con la preparazione di ben più complicate sfide con il cronometro.

La partenza da Gelsenkirchen (fonte:vivawest-marathon.de)

Piccola nota sulla manifestazione: come corsa, questa Vivawest-Halbmarathon non mi ha particolarmente entusiasmato. Organizzazione impeccabile, ma senza lasciare il segno. Giudizio finale: senza infamia e senza lode. Un solo vero motivo per partecipare nuovamente in futuro: il passaggio nell'area della Zollverein. Quello sì che merita il costo di iscrizione.
Bis bald!
Stefano

sabato 9 luglio 2016

9 luglio 2006

"Nel cerchio di centrocampo, prima dei rigori contro la Francia, non volevo vicino nessuno. Sono napoletano, e quindi scaramantico. Il pensiero del momento era uno solo: «Guagliu', statemi lontani». In Francia nel 1998, proprio contro i padroni di casa, ci abbracciavamo, forte, intensamente, e dal dischetto fummo battuti. Non si scherza con i ricorsi storici. Sono stato fermo per quasi tutto il tempo, una statua. Intanto mi si è avvicinato Pirlo. Mi ha persino abbracciato, incurante della possibile sfiga in agguato. “Ecco, ci siamo” è stato il mio primo pensiero. “È finita, abbiamo perso.” Non ho esultato né per i nostri palloni buttati dentro, né per l'errore di David Trezeguet. Fabio Grosso si è alzato e ha cominciato a camminare verso il dischetto. A quel punto, Andrea mi ha quasi sussurrato: «Fabio...». «Dimmi, Andrea.» «Avrei una domanda: se Fabio fa gol, abbiamo vinto il Mondiale?» «Sì, Andrea.» «Ma sei sicuro?» «Sì, Andrea.» Era completamente andato. Non connetteva. Né lui, né io, né gli altri. Abitanti di un'altra dimensione, quasi padroni della Terra, ma allo stesso tempo marziani."
Fabio Cannavaro

Quattro volte campioni del mondo! (fonte: sportmediaset.mediaset.it)

venerdì 8 luglio 2016

Dieci motivi (personali) per rallegrarsi dell'eliminazione della Germania dall'Europeo

Oggi la Germania si è svegliata fuori dall'Europeo. Gli animi sono mogi, il ritmo è basso. Perché le aspettative erano alte. Anche io, personalmente, mi sarei aspettato una vittoria, non roboante ma una vittoria, contro i padroni di casa della Francia. E da una parte, me lo auguravo pure. Ma solo in parte, ripeto. Perché oggi, ho più di un motivo per essere contento che la Germania sia uscita dal torneo. Anzi, addirittura dieci motivi.

Antoine Griezmann sentenzia la Germania con il goal del 2-0 (fonte: eurosport.com)

10. Perché hanno eliminato gli azzurri. Beh, inutile nasconderlo: per quanto neanche Les Blues mi stiano molto simpatici, in quanto fonte di grandi delusioni in gioventù, dà soddisfazione vedere tornare a casa proprio chi a casa ti ci ha mandato. È la natura dell'essere umano, in fondo, chi in questo mondo non gode almeno un pochino delle sconfitte altrui?

Uno degli errori dal dischetto contro la Germania nei quarti di finale (fonte: tz.de)

9. Per quel lercio del loro allenatore. Grande selezionatore, ma qualche dubbio sui suoi modi di comportarsi in pubblico ci viene. La combo grattatina/annusata è una delle immagini extracalcistiche simbolo di questo Europeo, un'immagine da dimenticare in fretta.

Palpata, e poi annusata (fonte: 90min.com)

8. Per i commenti razzisti sui francesi. Quando l'ultimo quarto di finale ha designato la Francia come avversaria della Germania in semifinale, di commenti ne sono piovuti. I francesi sono storicamente antipatici a tutti, e i tedeschi - soprattutto per motivi storici - non fanno eccezione. Però spingersi fino a pronunciare commenti razzisti mi è sembrato eccessivo. «Sie sind les Blacks, nicht les Blues», un chiaro riferimento di cattivo gusto alla prevalenza di giocatori di colore nella selezione francese. Dimenticandosi, molto stupidamente, che a fare le fortune della Mannschaft nel Mondiale del 2014 sono stati immigrati o figli di immigrati (vedi post), tra i quali anche un giocatore di colore, Jérôme Boateng. Dopo il risultato della semifinale, la mia risposta ironica a quel commento non poteva che essere quella in foto.

Oggi, al mio collega

7. Per le macchine ridicole. Passino le bandiere, passino le vetrine dei negozi tappezzate di nastrini, passino i bambini con le magliette di Schweinsteiger & co., ma gli alettoni Schwarz-Rot-Gold e le bandiere tedesche appese ai finestrini sono veramente una pacchianata, la quale fine aspetto...sostanzialmente dall'inizio degli Europei. Senza contare che queste decorazioni mettono pure a rischio la sicurezza del veicolo (vedi post).

Imbarazzante (fonte: verkehrsportal.de)

6. Perché così si lamenteranno dell'arbitro (italiano). Io parlo al futuro semplice ma in realtà le critiche all'arbitro stanno già piovendo a livello torrenziale. Perché il rigore assegnato alla Francia è "discutibile", perché i cartellini hanno preso un via preferenziale verso la squadra tedesca. «Immer diese Italianer» (= "Sempre questi italiani"), commenta polemico il mio capo. Insomma, se non ci pensano i giocatori, ci pensano gli arbitri italiani ad eliminare la Germania. Anche in questo caso tutto il mondo è paese: Rizzoli era l'arbitro della finale in cui la Germania ha conquistato il Mondiale del 2014 contro l'Argentina; se si vince va tutto bene, se si perde è colpa dell'arbitro. Qui i tifosi tedeschi non mi sono parsi molto diversi dai tifosi italiani.

Rizzoli, cartellino e rigore (fonte: eurosport.com)

5. Perché il calcio è uno sport da uomini e non da bimbiminchia. Il calcio è uno sport di contatto, da duri, dove ci si fa male spesso. E nella nazionale tedesca ci sono troppe facce che l'immagine di "duro" proprio non ce l'hanno. Sembra quasi che Mario Götze, Joshua Kimmich o Julian Draxler, invece di ispirarsi ai campioni del passato e del presente, si ispirino a Justin Bieber...

Julian Draxler (fonte: tumblr.com)

4. Per l'arroganza dei tifosi. Si, proprio loro: gasatissimi. Convinti che la propria nazionale giochi il miglior calcio del mondo, che i propri giocatori siano dei del calcio, che il palleggio sopraffino prevalga su tutto. Convinti dunque di portare a casa a mani basse il titolo. Ma fare tanto possesso palla non serve a niente se poi la palla non la butti dentro. L'ex-allenatore del Cile, Jorge Sampaoli, quando un giornalista gli chiese come avesse fatto a perdere una partita per 3-0, nonostante il 73% di possesso palla, rispose con una storiella: «Una sera andai in un bar con una donna. Parlammo tutta la notte, flirtammo, le offrii molti bicchieri. Poi, alle cinque di mattina, all'improvviso arrivò un ragazzo, la prese per un braccio, se la portò in bagno, fecero l'amore e se ne andarono via. Ma non importava, per la maggior parte della serata era stata con me».

Tifosi in piazza a Berlino (fonte: dfb.de)

3. Perché a calcio si gioca con i piedi e non con le mani. Io ricordavo che a calcio l'unico che può toccare la palla con le mani è il portiere. Per i tedeschi invece non è così, loro possono giocare a calcio con i piedi. Potevano.

La rete impazza per i falli di mano della Germania

2. Per i commenti razzisti sugli italiani. Quando la nazionale italiana si mette di traverso sui piani di conquista calcistica della Germania, piovono regolarmente critiche e talvolta anche insulti. Da parte dei tifosi, ma anche dei giornali. Anche la scorsa settimana ne ho dovute vedere di tutti i colori (vedi post).
Ma il peggio l'ho visto su Facebook. Una catena di supermercati (REWE, ndr) ha indetto un concorso in cui invitava i suoi clienti a spiegare come "avrebbero mandato l'Italia a casa"; l'idea più originale sarebbe stata premiata con dei buoni spesi di 500 €. L'idea di per sé non sarebbe stata malvagia, anzi, ma era chiaro che l'antipatia calcistica - che a partire dalla seconda metà del XX secolo ha sostituito l'odio nazionalistico tra paesi in guerra tra loro - sarebbe sfociata in commenti di stampo razzista. Il risultato è stato infatti che centinaia di germanici leoni da tastiera hanno riversato nei commenti parole di ogni genere contro gli italiani e, cosa ancora più grave, è che i moderatori della pagina abbiano agito in maniera sommaria, parziale e ritardataria. Lo stesso episodio non si è poi ripetuto in occasione nella semifinale con la Francia: che ci sia un bel po' di odio represso nei nostri confronti?

Voilà, razzismo servito su un piatto d'argento

1. Perché così posso dormire. Un motivo stupido? Non direi proprio, perché qui in Germania si inizia a fare casino da subito. Per i tedeschi, anche una vittoria risicata contro la modesta selezione nordirlandese è una buona ragione (!!!) per scendere in strada e suonare il clacson come se non ci fosse un domani... chissà come sarebbe stato festeggiare l'approdo alla finale.

giovedì 7 luglio 2016

Dodici settimane e 443 chilometri

Ciao a tutti!
È in questo inizio di luglio, in questa estate interlocutoria, che ancora non vuole dirci se vuole essere torrida o mite, che inizio un nuovo lungo percorso. Proprio questa settimana scatta l'eterno conto alla rovescia verso il nuovo traguardo che qualche mese fa (anche con l'aiuto della buona sorte) ho deciso di voler raggiungere. Straße des 17. Juni, o per essere più precisi, la Porta di Brandeburgo: lì ha inizio e fine la maratona di Berlino.
Come annunciai due mesi fa (vedi post), la maratona "dell'anno", perché sarà l'unica del 2016 e ovviamente per il blasone che si porta dietro, sarà la maratona di Berlino. La maratona più veloce del mondo, dove sono stati abbattuti consecutivamente sei record del mondo della maratona. Il percorso è velocissimo in quanto buona parte della corsa si svolge sugli ampi viali berlinesi; ad occhio, inoltre, non presenta neanche molte curve. E Berlino stessa giace su una piana che più piatta non si può.

Maratoneti in Potsdamer Platz (© DPA)

Ad attrarmi particolarmente è ovviamente il prestigio di questa manifestazione, che può vantare quasi 37.000 atleti giunti all'arrivo posto appena dietro la Porta di Brandeburgo. Ma è innegabile che la concreta possibilità di migliorare sensibilmente il proprio personale, mi seduce, e non poco. Certo, la preparazione che sto iniziando in questi giorni non sarà semplice. Perché l'appuntamento con la BMW-Berlin Marathon è fissato per domenica 25 settembre, e ciò significa che gli allenamenti più duri saranno da svolgersi tra i mesi di luglio ed agosto. Siamo in Germania, e tradizionalmente il clima è più temperato che in Italia: ma non dimentico l'estate dello scorso anno, quando trascorremmo i mesi estivi con punte fino a quasi 42°C. A proposito di record, a Kitzingen, a poche decine di chilometri di distanza da Schweinfurt, venne raggiunta la temperatura massima della storia della Germania, da quando esistono le registrazioni dei dati meteorologici. Ovviamente mi auguro di no, altrimenti ciò significherebbe dodici settimane di levatacce all'alba, per poter correre in condizioni accettabili.

La maratona di Berlino, sogno per più di un maratoneta (© DPA)

Dunque, si inizia a correre sul serio. Le dodici settimane che stanno per arrivare parleranno di allunghi, ripetute, serie in salita, palestra, lunghi, tappeto, stretching, bici. Dodici settimane dure, intense, (immagino) ricche di soddisfazione. Con un solo obiettivo: il traguardo della maratona di Berlino!
Bis bald!
Stefano

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