venerdì 9 settembre 2016

A tribute vol.3

Nel mio cuor, nell'anima
c'è un prato verde che mai
nessuno ha mai calpestato, nessuno
se tu vorrai conoscerlo
cammina piano perché
nel mio silenzio
anche un sorriso può fare rumore    
Lucio Battisti/Mogol, Nel cuore nell'anima
     

Leggenda inarrivabile della musica italiana, canzoni immortali, melodie che sono già storia: tutto questo è stato ed è, Lucio Battisti.

giovedì 8 settembre 2016

Ai confini del mondo: Cape of Good Hope

Ciao a tutti!
Il Sudafrica che abbiamo conosciuto si compone di tanti piccoli tasselli: natura, panorami, città, roccia, acqua, persone, sole, tradizione. In questo grande paese c'è veramente di tutto e tutto va a comporre questo puzzle meraviglioso. Tutto ciò che abbiamo incontrato nel nostro viaggio ci ha impressionato, ma se devo mettere qualcosa in cima alla lista, qualcosa che ci ha mozzato il fiato, qualcosa di cui provo ancora nostalgia oggi, a tre mesi da quei giorni sudafricani, beh, non posso che scegliere il Capo di Buona Speranza. Cape of Good Hope, per gli inglesi. Kaap die Goeie Hoop per gli afrikaner.

Il Capo di Buona Speranza
La bellezza del Capo di Buona Speranza non è esclusiva dell'estremità sudoccidentale del continente africano. Risiede anche nel percorso per raggiungerlo. Da Città del Capo, il percorso di settanta/ottanta chilometri che conduce a Città del Capo regala panorami fantastici a ripetizione, come una mitragliatrice che svuota il suo caricatore, partendo dalle spiagge di Sandton fino al recinto naturale di Hout Bay, per arrivare a quella che è universalmente conosciuta come una delle strade più belle della Terra, la Chapman's Peak Drive. Costruita nel 1922, la Chapman's Peak Drive collega Hout Bay e Noordhoek attraverso una via scavata nell'arenaria. La sua storia racconta sette anni di lavori per la realizzazione e soprattutto tanta manutenzione per i frequenti incidenti, a causa della caduta di pietre dall'omonimo monte, il Chapman's Peak. Proprio per questo motivo, la Chapman's Peak Drive è stata chiusa anche per lungo tempo. Per percorrerla c'è da pagare un pedaggio, ma posso garantire che il passaggio a picco sul mare (in parte simile a quello della Costiera Amalfitana) è da urlo. Di certo è una delle strade più thrilling che abbia percorso.

Lo spettacolo della Chapman's Peak Drive (fonte: traveladdicts.com)

Al termine del Chapman's Peak Drive ci si trova dinanzi ad un altra spiaggia da sogno: è la Noordhoek Beach, una distesa di tre chilometri di sabbia bianca che si allunga verso sud come a voler abbracciare un Oceano Atlantico in fuga. In parte ci riesce: qui i venti sono decisamente forti e le acque sono pericolose. Non di certo una spiaggia dove immergersi, più una spiaggia per obiettivi fotografici.

Hout Bay, il punto di partenza per la "Cape Point Route"

Dopo aver attraversato qualche spensierato paesello, si entra nella parte terminale della penisola del Capo. Quando le case spariscono, la natura si fa largo con prepotenza. Ed è natura selvaggia, non particolarmente diversa, da un certo punto di vista, da quella incontrata durante i safari nel nord-est del Sudafrica. Solo che qui, nella penisola del Capo, il cielo e il mare abbracciano ogni lembo di terra.

Noordhoek Beach

E dunque si arriva ai confini del mondo. Capo di Buona Speranza, meglio conosciuto turisticamente parlando come Cape Point. Chissà poi perché "di Buona Speranza". Il suo primo nome, quello affibbiato da Bartolomeo Diaz, era Capo Tormentoso. Ogni riferimento alla forza e alla violenza delle acque che lo circondano non è casuale. Qui gli incidenti navali, nonostante tutta la tecnologia dei giorni di oggi, sono ancora più che possibili.

Lo specchio di luce della False Bay

Cape Point è innanzitutto il suo faro. Una costruzione dalla storia piuttosto curiosa. Venne costruito proprio sul punto più alto della piccola penisola che si getta a picco nel mare, a 249 metri s.l.m., con l'intento di renderlo visibile a lunghissima distanza per tutti i navigatori. Chi lo progettò non tenne però conto delle nuvole che, tipicamente in estate, coprono la penisola, rendendolo inservibile. Fu un naufragio, però, a cambiare la storia del faro. Venne infatti ricostruito in posizione più visibile (a 87 metri s.l.m.) solamente dopo il naufragio della nave portoghese Lusitania. Il primo faro è rimasto lì, intatto e visitabile, raggiungibile per mezzo di un sentiero, con vista sulla Diaz Beach, che si fa largo tra le infiorescenze vermiglie di aloe vera. Oppure, si può raggiungere con l'Olandese Volante.

Tutto il blu di Cape Point

Eh no, non scherzo. A Cape Point The Flying Dutchman esiste veramente. Nulla a che a fare con la leggenda del vascello maledetto, condannato a navigare in eterno, ovviamente. Qui l'Olandese Volante è un piccolo trenino che sale fino al faro. Dove, di fronte alla lastra blu dell'Oceano Atlantico, ci si sente veramente ai confini del mondo. Anche se, a dire il vero, il Capo di Buona Speranza non è il confine tra l'Oceano Atlantico e l'Oceano Indiano (erronea leva di promozione turistica), non è laddove le correnti oceaniche del Bengala e di Agulhas si incontrano e nemmeno il punto più meridionale del continente africano. Questi primati spettano invece a Capo Agulhas, assai meno noto e frequentato. Perché ritenuto meno spaventoso dai marinai, perché meno scenografico del Capo di Buona Speranza.
Ma quando si è lassù, tutte queste elucubrazioni perdono ogni senso. Nell'estremità totale di Cape Point, dove lo sguardo perde la capacità di distinguere il contorno delle cose perché il cielo e l'oceano diventano un'unica entità turchese, bisogna solo rimanere in estasi. Il panorama a 360° è di un'immensità fuori dal comune. La penisola che dal Capo di Buona Speranza si allunga verso Città del Capo, verso l'Africa. Un'unica immensa parete blu, l'Oceano Atlantico. Una spiaggia che odora di paradiso incontaminato ed irraggiungibile, la Diaz Beach. E, verso est, la False Bay (così chiamata perchè, a causa della sua grande ampiezza, confondeva i marinai) che, illuminata dal sole, diventa un grande specchio, una lama argentata, una pianura di luce. Qualcosa che riempie gli occhi, oltre alle memory card delle macchine fotografiche.

Sul (vero) Capo di Buona Speranza

Ma non può mancare un saltino al vero capo di Buona Speranza. Forse è meno scenografico, meno panoramico. Ma quello è la vera estremità sudoccidentale dell'Africa. Un altra realtà, dove, tra rocce sulle quali si infrange senza pietà la prepotenza dell'oceano campeggia un cartello: "Cape of Good Hope". Un cartello in legno che segna un luogo lontano, che chissà quante storie di uomini, marinai e tragedie potrebbe narrare. Qui, le coordinate spaziali non hanno più senso, esiste solo un punto dall'altra parte del mondo.

Il faro di Cape Point

Bis bald!
Stefano

mercoledì 7 settembre 2016

Bücher: Torino è casa nostra

"Al contrario di un tempo, un tempo abbastanza recente, Torino è diventata altro da sé nell'immaginario collettivo degli italiani. Ho perso il conto delle volte che, eravamo ancora nel secolo scorso, quando presentavo uno dei miei libri in un'altra città italiana e dicevo che ero di Torino mi sentivo rispondere: «Oh, poverino». A un certo punto, invece, eravamo già nel nuovo millennio, la reazione è diventata: «Ah, che fortuna!». A Roma, nella redazione di una radio, mi sono sentito dire che tanti ragazzi della Capitale oggi sognano di venire a vivere a Torino come negli anni Settanta sognavano di andare a studiare a Bologna. Roba da non credere. Ancora ancora, avessero voluto venire a studiare a Torino come già a Bologna. Ma loro no: vogliono venirci a vivere. Vivere. Vivere a Torino. Nell'ex città-fabbrica che città-fabbrica non è più e che, a ben vedere, non è mai stata. E che, questa è davvero grossa, anche se in realtà non c'è troppo da stare allegri non si vergogna più di divertirsi."
Giuseppe Culicchia, Torino è casa nostra


Ciao a tutti!
Mi sono avvicinato a Torino è casa nostra con grande curiosità. Trovato per caso nello scaffale di una delle mie librerie preferite, ho subito pensato che questo libro che parla di Torino, non poteva essere una semplice guida turistica della mia città (dico impropriamente mia, in quanto per studio l'ho frequentata per otto anni), ma molto, molto di più. Perché non è una guida turistica, ma un racconto di cosa è stata Torino e di cosa è ora.
Torino è casa nostra è un racconto composto di tanti racconti. Culicchia immagina Torino come un appartamento, e ogni capitolo è una delle sue parti: l'ingresso, la camera da letto, il salotto. Tutti luoghi che hanno in Torino il loro corrispettivo. Ecco, per fare un esempio, se Torino fosse un'abitazione, Porta Palazzo ne sarebbe la cucina. Il bello di Torino è casa nostra è che non è proprio una guida turistica, è una raccolta di storie legate a Torino e ai suoi luoghi, storie in cui i protagonisti sono spesso persone semplici - torinesi di nascita, ma anche d'adozione - che hanno legato la loro vita alla città sabauda.
È stato bello, per uno che a Torino ha vissuto gli anni più giovani (osservando nel frattempo i cambiamenti legati alle Olimpiadi) ma che da questa città è fisicamente lontano, ritornare con la mente in luoghi che hanno caratterizzato la propria gioventù. Luoghi che celano piccole vicende personali. Luoghi che si possono conoscere solo se si è vissuti in questa città, luoghi perfetti per chi questa città non l'ha vissuta ma la vuole scoprire. Luoghi che in realtà non conosco e che, in futuro, grazie a questo libro, vorrei poter visitare.
Piccola annotazione e bacchettata: Culicchia tifa Torino, ha pieno rispetto per questa (infausta, a mio modo di vedere) scelta, e ha pieno diritto di "sfottere" la più blasonata rivale cittadina, noi non ci offendiamo. Dire però che "l'altra squadra di Torino" gioca a Venaria è un'imprecisione che non si addice a uno scrittore. E non la chiamerei nemmeno... licenza poetica.
Bis bald!
Stefano

Giudizio: 9/10 

martedì 6 settembre 2016

Insegnamenti olimpici: la sofferenza

«Per arrivare qui ho sofferto tanto. E ho sofferto così tanto che ha cominciato a piacermi, perché il trucco per diventare campione è quello di soffrire ed allenarsi tantissimo»
Fabio Basile (oro olimpico nel judo maschile, categoria -66 kg)

L'urlo di rabbia e di vittoria (fonte: gazzettadiparma.it)

Le Olimpiadi, in tutte le edizioni, lasciano qualcosa di bello da ricordare. Qualcosa che va oltre la comprensibile gioia personale dell'atleta medagliato o la soddisfazione del bottino olimpico personale. Ci sono momenti, attimi e frasi che possono rimanere ben fissati nella mente. Uno di questi l'ha concesso il primo oro della spedizione italiana a Rio de Janeiro, il judoka Fabio Basile. Concessosi ai microfoni dopo l'incontro che gli è valso il titolo olimpico, ha dichiarato di aver scoperto "il piacere di soffrire".
Ecco, questo (da maratoneta) mi ha colpito. Ci penso e ci ripenso. Poiché nessuno lo dice che in fondo noi podisti corriamo perché ci piace soffrire, incuranti dell'acido lattico che frantuma i muscoli. E come in tutti gli altri sport, la sofferenza nell'allenamento è la via maestra da percorrere per il successo. Nel judo come nella corsa. Superare le proprie barriere, pagando un pegno di sofferenza, di dolore a volte, per volere raggiungere un obiettivo. E scoprire che faticare è bello: ovvio per un maratoneta, assai meno per chi non corre o chi non fa pratica sportiva. Tanti mi chiedono: "Ma come fai?". Per chi corre tanti chilometri, per chi corre maratone, faticare è la bellezza del correre, soffrire è un'implicita ed essenziale ragione di vita.
Bis bald!
Stefano

lunedì 5 settembre 2016

Berlino Express: fuoco e sangue!

Maratona è corsa di resistenza ma è anche spingersi al di là dei propri ostacoli, per vedere cosa c’è oltre e per spostare i nostri limiti. È un processo fisico, atletico, ma soprattutto mentale. Oltre alle doti di forza e resistenza, è necessaria la volontà di volerlo fare. Per raggiungere l’obiettivo - correre una maratona, oppure correrla per migliorare la precedente - si deve aggiungere qualcosina in più. Facendo attenzione a non strafare, comunque, perché è tanto importante l’allenamento quanto il riposo.

Il sangue del podista
Due uscite a suon di ripetute 120-60-30 sono state sufficienti per capire che si poteva osare di più: perché fare due serie da nove quando se ne potevano fare due da dieci? Con qualche opportuno accorgimento sui tempi e sui percorsi, ho concentrato l’allenamento in un’uscita da quasi diciannove chilometri. Una mezza maratona (poco manca) fatta di ripetute, impensabile all'inizio del ciclo di preparazione.

Dopo ogni allenamento, è tempo di vesciche

Onestamente un po' mi sono pentito della scelta fatta. Questo allenamento, in concomitanza con i lunghi, si è rivelato veramente stancante. In cinque giorni ho corso fino a quasi settanta chilometri, un numero folle per le mie capacità. Purtroppo, come già raccontato in un precedente post, ho anche avuto la sfortuna di affrontare questi allenamenti impegnativi nei giorni più caldi dell'anno. Così caldi che una seduta non l'ho proprio portata a termine. Troppo calore per le mie gambe. Aggiungiamoci le vesciche su minoli e piante dei piedi (il sudore inevitabilmente, aiuta), e il sanguinamento dei capezzoli (tipico problema di molti atleti che corrono lunghe distanze)... non è difficile comprendere quanto sia stato sfiancante questo periodo di allenamento. Conoscendo le gioie, molto interiori, che la maratona mi regala in poco più di tre ore, e mi lascia per tanto tempo dopo aver tagliato il traguardo, sono disposto a sudare e sanguinare. Non ho paura.

Qualche dato in più sulle ripetute 120-60-30

Nella tabella sopra ho riportato qualche dato sugli allenamenti svolti secondo la logica 120-60-30. Sono numeri ancora sterili, perché non confrontabili con i precedenti allenamenti, perché non ho un riscontro sui lunghi. Qualcosa di interessante certamente c’è. Ad esempio, vedere come su una distanza molto più lunga, riesca a correre tempi che un anno fa correvo su distanze ben più corte. Ancora più notevole, vedere i tempi fatti con gambe "fresche" e quelli con gambe "stanche" (corsi a pochi giorni dal precedente allenamento): la differenza è minima, solo qualche decimo di secondo sul passo, sia nella fase di ripetuta e nella fase di riposo. Guardando nel complesso, posso essere soddisfatto, perché 4'19"/km su un allenamento di ripetute non potevo minimamente immaginarlo realizzabile su un percorso di quasi diciannove chilometri. Ora invece si, perché è realtà.
Bis bald!
Stefano

domenica 4 settembre 2016

Wertheim, non solo un centro commerciale

Ciao a tutti!
Wertheim è un nome che la maggioranza dei tedeschi conoscerà soprattutto per essere una delle più importanti mete dello shopping, grazie al Wertheim Village, uno dei più grandi e più noti in Germania. Gli amanti dello shopping forse non sanno, o dimenticano, che Wertheim è innanzitutto una cittadina meravigliosa, dal fascino d'altri tempi. Buona parte del merito va alla sua posizione, del tutto strategica, alla confluenza tra il Meno e uno dei suoi torrenti, il Tauber (quello che passa da Rothenburg, per intenderci).

La Marktplatz di Wertheim

Così strategica che il monumento simbolico di Wertheim, il suo castello, è stato messo a ferro a fuoco durante la Guerra dei Trent'Anni e da quel momento è caduto in rovina. Pur non avendolo visitato, è evidente come questa rocca non sia integra, seppure gli interventi di manutenzione su ciò che rimane siano costanti. Raggiungibile a piedi, il Burg domina la vista sulla valle del Meno e dal basso risulta una sagoma inconfondibile. Altro luogo chiave della città è la Spitzer Turm, una torre un tempo adibita a prigione, posta nei pressi del punto in cui le acque del Tauber e del Meno si uniscono. È questo un altro "oggetto" che rende unica la visuale di questa città.

Haus der vier Gekrönten

La porta di ingresso alla città più settentrionale del Baden-Württemberg si fa largo tra hotel di grande eleganza, dichiarando immediatamente al visitatore come il tenore della vita qui sia elevatissimo. In realtà, superato l'arco che conduce al centro, troviamo una classica cittadina tedesca dalle origini medievali: un centro storico fatto di viuzze, vicoli, case a graticcio (bellissima la Haus der vier Gekrönten), piccoli negozi e interessanti locali dove bere e mangiare.

Casette in piazza

La piazza del mercato, la famigerata Marktplatz, è dal mio punto di vista una delle più belle finora incontrata in Germania. Arrivando da nord, fanno capolino sulla piazza la mole Stiftskirche e in lontananza, la cosiddetta Fontana degli angeli, donando alla Marktplatz un'armonica visuale di insieme. Il suo perimetro è costellato di case a graticcio una più curiosa dell'altra. A vincere la palma della casa più bizzarra è certamente la Zobel'sche Haus, che è in assoluto una delle più strette e più antiche abitazioni di tutta la Franconia (di cui fa parte nonostante sia nel territorio del Baden-Württemberg). Osservandola, mi chiedo comunque come sia possibile vivere in una simile abitazione. Non erano i tedeschi quelli grandi e grossi?

Un angolo ameno del centro storico di Wertheim

Battute a parte, è evidente come il tenore e la qualità di vita siano altissimi qui a Wertheim. Merito anche di una posizione fortunata, alla confluenza tra due fiumi, incastonata tra le colline della Spessart. Un'amena località di villeggiatura, Wertheim, non solo per gli appassionati dello shopping sfrenato, ma anche tanti tedeschi che ricercano turismo di qualità all'insegna del relax.
Bis bald!
Stefano

sabato 3 settembre 2016

E noi partiamo! - La massima di viaggio n.14

"Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più, t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti."
Italo Calvino, Le città invisibili

In grande attesa di calcare queste soavi spiagge...

Settembre, andiamo. È tempo di migrare, scriveva D'Annunzio. Nessuna transumanza stavolta, bensì una meritata settimana di vacanza verso lidi più caldi… Personalmente, sono impaziente all'idea di sbarcare per la prima volta sul suolo della Grecia, una terra vicina per geografia, cultura e tradizione, fino a questo momento vista solamente in fotografia. Poche ore di attesa, e Grecia sarà: le candide spiagge di Creta ci aspettano!
Bis bald!
Stefano

venerdì 2 settembre 2016

Bücher: La ricetta del vero amore

"In quel momento non sapevo ancora che a volte la vita non concede molto tempo a due persone, nemmeno se sono fatte l'uno per l'altra. Non sapevo che avrei aperto un ristorante a Saint-Germain e avuto una figlia, così simile alla madre da farmi star male, a cui un giorno avrei spiegato che non conta il numero degli anni, ma come li vivi."
Nicolas Barreau, La ricetta del vero amore


Chi come me ha adorato Nicolas Barreau ne Gli ingredienti segreti dell'amore non può non emozionarsi con La ricetta del vero amore. Almeno un pochino: perché questo libro, sostanzialmente il prequel del primo romanzo citato, non può essere considerato come un vero e proprio romanzo. Mi piace più definirlo "racconto lungo". E visto che in entrambi in casi, si parla di cibo ("ingredienti", "ricetta"), trovo opportuna la definizione di "antipasto".
La ricetta del vero amore porta il lettore indietro nel tempo, agli anni Sessanta, rispetto alla collocazione molto attuale delle trame di Barreau, per raccontare le vicende dei genitori di Henri e Valerie, i genitori di Aurelie Bredin. In queste pagine, veloci e leggere, scorrevoli e molto innamorate, si trova l'origine di alcuni elementi chiave de Gli ingredienti segreti dell'amore. Ma è questa una storia che può essere letta e goduta come una vicenda a sé stante.
In La ricetta del vero amore c'è tutta la poesia dell'innamoramento: Henri è il ragazzo introverso che si innamora di Valerie, una ragazza tanto disinvolta quanto bellissima, con in comune la passione della letteratura; lei che si fidanza con un uomo che Henri non potrà mai essere, ricco e avvenente; lui che nelle bancarelle dei bouquinistes parigini trova un'incredibile soluzione al suo problema d'amore; un invito a cena che si rivelerà… beh, non vado altro. Gli ingredienti – è proprio il caso di dirlo - per trascorrere piacevoli momenti in compagnia di un piccolo libro, li ho già elencati tutti!
Bis bald!
Stefano

Giudizio: 8/10 

giovedì 1 settembre 2016

Berlino Express: i giorni più difficili

Dopo qualche anno - questo è il quinto - passato a correre e a prepararsi per una maratona, non mi stupisco certo del fatto che durante le settimane più intense di allenamento, qualcosa possa andare storto. O semplicemente, non come speravo potesse andare. Anche in vista della maratona di Berlino, qualcosa si è messo di traverso, ed è stato il caldo infernale della seconda metà di agosto. «Dopo Ferragosto, in Germania l'estate è finita», dicevano. Invece, la colonnina di mercurio sale, sale, continua a salire. Fino a toccare punte clamorose di 37 gradi. Se poi, oltre alle temperature equatoriali, ci aggiungiamo anche le settimane più intense ed importanti di tutta la preparazione, si fa in fretta a capire le mie difficoltà.

Di corsa nella Gramschatzer Wald

Perché questi giorni di fine agosto sono stati tormentati da notevoli difficoltà nel completare gli allenamenti, specie nei giorni in cui si sono registrati i picchi di temperatura.
Tutto è cominciato con le due serie di ripetute 120-60-30 (descritte in questo post), che in un'occasione ho dovuto correre nelle ore più calde della giornata (che in Germania spesso non sono intorno alle 13-14 ma nel tardo pomeriggio, chissà come mai...). Avevo già sensazioni non delle più positive all'inizio, ma dopo aver completato la prima serie (anche bene) ero più ottimista. Alla seconda serie, con il sole in faccia, ho dovuto staccare, troppo caldo, troppo sudore, così tanto da colare negli occhi. Testa che non ne vuole sapere, gambe che rispondono "nossignore" di conseguenza, portandomi a correre intorno ai 5'/chilometro. Mi sono detto: ok, hai corso nelle ore più calde della giornata, in parte sotto il sole, forse hai corso troppo forte all'inizio, forse non hai recuperato (complice anche il caldo torrido) dagli ultimi sforzi. Errori, da non ripetere: un giorno in più di riposo per arrivare riposato al lungo del fine settimana.

Un po' come questa la sensazione: correre nel deserto (fonte: adventures4you.com)

Per l'uscita da 31 chilometri mi sono organizzato un programma a tavolino per scavalcare il problema del caldo. Corsa durante la tarda mattinata, nella rete di sentieri che attraversa la foresta della Gramschatzer Wald, all'ombra, quindi a temperature più umane. Ma è proprio nel fine settimana che vengono toccate le temperature più alte, che sfiorano i quaranta gradi e al sole si suda anche da seduti. Immaginate correndo...
Nell'anello di circa tre chilometri da ripetere dieci volte, appositamente tracciato sulla mappa, c'è anche parecchio saliscendi, un fattore che inevitabilmente favorisce il consumo di risorse atletiche. Già al primo giro mi accorgo di non poter correre ritmi veloci, per il caldo e per il saliscendi. La quantità di sudore espulso è enorme, da poterlo raccoglierlo in un bicchiere al termine della seduta. All'inizio dell'ottavo giro alzo bandiera bianca. Impossibile continuare a correre con profitto in quelle condizioni, a poco più di 21 chilometri percorsi mi fermo e (un po' mestamente) raggiungo a piedi la macchina.
A mente fredda, mi sono promesso che prima di riprovare la maratona di Berlino ci penserò più di una volta. Gli allenamenti più tosti per arrivare al top a fine settembre cadono nel mese di agosto, e anche in Germania possono essere letali. Non voglio sapere come si stanno preparando gli italiani che vivono in Italia, a questa maratona. Si trasferiscono per un mese in montagna? Si alzano in piena notte per allenarsi? Dal cuore della Franconia, non ci sono tante chances di trovare aria fresca quando la temperatura sfiora i quaranta gradi. Posso solo sperare in un po' di vento o in un bell'acquazzone rinfrescante. C'è ancora qualche giorno di allenamento duro, prima di lasciar spazio a lunghi e scarico...
Bis bald!
Stefano

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