lunedì 17 luglio 2017

Il momento del Sassolungo

Tre Cime di Lavaredo: fatto. Marmolada: fatto. Ora è il momento del gruppo del Sassolungo. L'ultima parte della settimana dolomitica ha inizio ora, dal Passo Sella, un tempio per chi conosce e ama la montagna, da dove raggiungerò il Rifugio Pertini, che sarà la base dei prossimi due (ed ultimi) giorni di escursioni tra Trentino-Alto Adige e Veneto, due giorni su sentieri conosciuti e lungo percorsi che i miei scarponi non hanno ancora calcato. Ai piedi (e non solo, se il meteo lo consentirà) di alcune tra le più suggestive vette delle Dolomiti.

Di fronte ad un tempio della montagna. Foto di archivio, 8 luglio 2011

Solo percorrere la tortuosa strada che porta al Passo Sella può provocare un tuffo al cuore...addentrarsi nei sentieri che partono da qui, non potrà che essere spettacolare!
A presto! (che mi aspettano in rifugio...)
Stefano

Marmolada, è solo un arrivederci

Il giro della Marmolada è concluso! Stamattina, in circa due ore, ho terminato la quarta ed ultima tappa attorno al gigante delle Dolomiti, dal Rifugio Contrin, in cui ho pernottato stanotte, fino a Canazei. È stata un'ultima tappa felice e nostalgica allo stesso tempo. Come spesso capita in queste occasioni, da una parte c'è la gioia di aver completato un percorso naturalisticamente e panoramicamente meraviglioso, non difficile ma a tratti arduo; dall'altra, c'è la malinconia della fine di un viaggio - e quando questo è fatto di momenti che rimarranno nell'archivio dei bei ricordi, è ancora più difficile.

Le acque del torrente Avisio a Canazei: il giro della Marmolada (sullo sfondo) è terminato! 

L'ultima tappa è stata una lunghissima discesa, a parte alcuni brevi tratti di salita, verso Canazei, sfruttando inizialmente la sterrata che corre a fianco del Rio di Cirelle, e successivamente il sentiero denominato Troj di Ladins. Anche stavolta ho iniziato l'ultimo tratto di cammino presto, quando il Sass Vernale, sotto la quale vetta sorge il Rifugio Contrin, è ancora all'ombra. Tutto il sentiero, nei tratti iniziali è all'ombra, è così presto che pure questo sentiero - un classico dell'escursionismo in Val di Fassa - sempre affollato è vuoto; durante la discesa incontro solo un anziano signore che mi apostrofa così: "Giovanotto, perbacco che zaino!" (non a torto). Di illuminato, però, c'è già il gruppo del Sassolungo. Sul Sassolungo e sul gruppo di Sella, tutto il sentiero offre numerosi spunti panoramici, quasi come a voler dire: hai finito il giro della Marmolada, ora tocca a noi.
E ora tocca a lui! 

Ma la Marmolada rimane lì, fiera e leggiadra. La potrò rivedere ancora nei prossimi giorni, certo. Ma la rivedrò in futuro. Ci porterò la mia famiglia, farò vedere loro dove ho camminato, farò vedere loro quanto è meravigliosa questa montagna.
A presto!
Stefano

domenica 16 luglio 2017

La luna all'Ombrettola

Dopo la tappa più lunga, ecco che arriva la frazione con il passaggio più alto di quota. E con la quale si conclude sostanzialmente il giro della Marmolada. Domani, la lunga discesa verso Canazei sarà il veloce epilogo a tre giorni di trekking in compagnia di un maestoso massiccio come quello della Marmolada.

Dal Passo d'Ombrettola

Per raggiungere il Rifugio Contrin, avevo due possibilità di percorso. Esse coincidono con altrettanti passi: il Passo Ombretta, a quota 2704; il Passo d'Ombrettola, a quota 2864. Il gestore del Rifugio Falier mi consiglia il secondo che, sebbene comporti un dislivello e una estensione chilometrica superiori da coprire, è un sentiero migliore per panorama, sia sul versante veneto verso Rocca Pietore, sia sul versante trentino verso Canazei. Il motivo è molto semplice: il panorama è indiscutibilmente superiore salendo e scendendo dal Passo d'Ombrettola. In salita, restando il sentiero sul lato del Monte Fop e del Sasso Vernale, consente una migliore visuale sulla parete sud della Marmolada; in discesa, la vista può spaziare sulle cime che separano le due valli di San Nicolò e San Pellegrino. E non solo, come scoprirò più tardi.

La parete sud della Marmolada

Inizio la tappa molto presto. Il Rifugio Falier, come ogni rifugio CAI che si rispetti, consente di fare colazione già all'alba. E il Falier ospita sempre qualche alpinista pronto a cimentarsi con qualche via sulla sud della Marmolada, che necessita di lasciare il rifugio quando è ancora quasi notte. L'affollamento del rifugio, inoltre, mi induce a svegliarmi anticipatamente per poter essere alle 6 in prima fila per fare colazione. E così, non sono neanche le 7 che sono già in cammino verso il Passo d'Ombrettola, quando del Pelmo si intuiscono solo i contorni e alle spalle la Valle Ombretta è di un verde ancora tenue, illuminato com'è dalle prime luci del giorno. Decido di intraprendere la salita con passo tranquillo, perché so che la tappa non sarà eterna come quella del giorno precedente, ma anche perché il tallone dolorante durante la tappa precedente dà ancora fastidio.

Valle d'Ombretta alle prime luci del giorno

Salendo guardo costantemente la parete sud della Marmolada, una delle più ambite dagli alpinisti di tutto il mondo. Su questa roccia tanti fuoriclasse dell'alpinismo hanno lasciato un segno indelebile: Gino Soldà, Ettore Castiglioni, Reinhold Messner, per citarne alcuni. Altri alpinisti invece, come Heinz Mariacher, Maurizio Giordani e Armando Aste, legheranno per sempre il loro nome e la loro carriera alpinistica a questa parete. Una parete che sembra così aspra, come fatta di tante enormi e spesse dita, levigate dal tempo e dall'acqua, che si protraggono verso il ghiaccio della Marmolada. Quando i primi raggi del sole filtrano e vanno ad illuminare le punte di queste dita di roccia, la sud della Marmolada si trasforma in una superba visione.

La luna nel Vallone d'Ombrettola

A mano a mano che guadagno quota, la sud della Marmolada si cela sempre di più per far spazio ad un altro monolite, il Sasso Vernale, poca cosa rispetto alle dimensioni della Marmolada, ma che risulta imponente perché vi cammino a fianco. Il sentiero sale su regolare, ripido ma senza eccessi, prima su prati e poi sullo sfasciume tipico delle alte quote dolomitiche.
Il paesaggio roccioso che mi accompagna fino al Passo d'Ombrettola è grazia selvaggia. Sulla destra ho le forme oblunghe del Sasso Vernale, sulla sinistra si apre un circo di pietra con le vette del Monte Fop, del Sasso di Valfredda e della Cima d'Ombrettola. Uno scenario che adoro, quando mi trovo da solo, nel silenzio delle alte quote, circondato esclusivamente da roccia. I verdi prati della Valle Ombretta sono lontanissimi, attorno a me c'è solo un silenzio che viene interrotto momentaneamente da qualche piccola frana in lontananza.

Ed è solo roccia e pietrisco

Ma in realtà non sono solo. Non lontano da me ci sono tantissimi ungulati. Solo col binocolo scoprirò trattarsi di stambecchi. Inizialmente non ero riuscito a intuire se fossero stambecchi o camosci, ma la potenza del binocolo ha chiarito tutto: sono stambecchi, che essendo relativamente giovani, hanno le corna più corte. Con uno di loro, più anziano e probabilmente più abituato a trovarsi a tu per tu con l'uomo, ingaggio un emozionante faccia a faccia, a suon di scatti fotografici.

Pascolando all'ombra del Sassolungo

Sono quasi sotto il passo, dove si trova il tratto più difficile della salita. Lo sfasciume è tale che un passo in avanti ne comporta un mezzo in indietro. È la regola di questo tipo di terreno. Ma il cielo inizia a prendere sempre di più il largo, al colle manca pochissimo. Dunque arrivo al Passo d'Ombrettola. Eh, qui mi fermerò a lungo, perché il panorama che da questo passo si può osservare è qualcosa da riverire a lungo. Di fronte a me, con lo sguardo verso la discesa intercetto con la vista il gruppo del Sassolungo e del Sassopiatto, più a sinistra l'imponenza del Catinaccio. Grandiose le Cime Cadine e la Cima dell'Uomo (un altro tremila dolomitico), oltre le quali spuntano alcune lontane vette innevate: sono l'Ortles, il Cevedale e la Palla Bianca. Se invece mi giro, posso vedere tanti altri gruppi dolomitici: Croda dei Toni, Sorapiss, Antelao, Pelmo, Civetta. Ci sono vette a sufficienza per dichiarare il Passo d'Ombrettola come uno dei migliori balconi delle Dolomiti. Grazie, Dante Dal Bon (gestore del Rifugio Falier)!

Stambecco solitario

La discesa invece si rivela più ardua del previsto. Bisogna affrontare uno sfasciume come in salita, ma la differenza è che si presenta molto più ripido e in alcuni tratti non vi è segnavia. Solo dopo essere sceso di 150/200 metri - ed essermi fermato ripetute volte per togliermi dei sassolini dagli scarponi - ritrovo finalmente segnavia ed ometti di pietra, che mi rendono più agevole la discesa. Impossibile perdersi quando attorno a te c'è un deserto di roccia, ma il buonsenso del camminatore suggerisce sempre di restare su un sentiero segnato.

Il gruppo del Sassolungo visto dal Passo d'Ombrettola

Quando finisce lo sfasciume, iniziano i pascoli. E che pascoli. Verdissimi, protetti da montagne imponenti. Attraversare queste praterie è un idillio. Passeggiare tra i rododendri e i pini o tra prati al culmine della loro fioritura, dove l'unico rumore, oltre allo scroscio dei torrenti, sono le scampanellate delle mucche... Beh, questo è il paradiso!

Arrivato al Rifugio Contrin

Il Rifugio Contrin non è lontano, l'ho individuato quando ero ancora tra le pietre. Basta scendere, un passo alla volta, e raggiungerò la meta di questa tappa. Non ho fretta. È solo ora di pranzo, e in un'assolata domenica estiva, un rifugio ha molto da fare. Mancheranno cinque minuti al rifugio, io mi metto all'ombra di un piccolo pino. Guardo tutto ciò che mi circonda, e provo a vivere questi momenti intensamente. So che non potrò godere della pace e della bellezza di questi luoghi a lungo. Domani... c'è Canazei!
A presto!
Stefano

sabato 15 luglio 2017

Sempre più piccolo

Ciao a tutti!
La seconda tappa del Giro della Marmolada, dal Rifugio Viel dal Pan al Rifugio Falier si prospettava come la più lunga in assoluto nel tour attorno alla "regina delle Dolomiti". Lunga lo è stata eccome, perché in una sola tappa sono passato dal trovarmi di fronte alla parete nord, quella del ghiacciaio e del Passo Fedaia, fino all'arrivo sotto la parete sud, dove si trovano i più importanti itinerari di arrampicata. Lunga e dura, certo, ma anche estremamente panoramica.

Il Rifugio Padon all'ombra della Marmolada

Il Rifugio Viel dal Pan può vantare infatti una balconata incredibile, situato com'è, appena sotto la cresta che separa le valli che portano ai passi Pordoi e Fedaia. La mattina si apre con un cielo terso, preludio di una buona giornata. Il colpo d'occhio sulla Marmolada e sul sottostante Lago di Fedaia è memorabile. Dispiace invece constatare l'ulteriore arretramento del fronte del ghiacciaio. Rispetto a sei anni fa, il ghiaccio ha perso terreno (100-150 metri?) e l'estremità del massiccio della Marmolada è sempre più grigio e sempre meno bianco. Lo scioglimento dei ghiacciai è un problema globale ma fa male vederne le conseguenze su un ghiacciaio relativamente piccolo - il più grande nelle Dolomiti, che non conta molti ghiacciai.

Scrutando la Marmolada

Per lunghissima parte della tappa, il sentiero rimane in quota, tra 2300 e 2500 metri di altitudine, tagliando a mezza costa quei rilievi che separano il Fedaia e il Pordoi, che fanno capo al Sasso Cappello e alla Mesola. Talvolta si aprono notevoli scorci panoramici, in particolar modo sul Gruppo di Sella, esattamente di fronte alla Marmolada, sulle Tofane e sulle Dolomiti di Fanes, con meravigliosi scorci sui verdi pascoli della Val Badia.

Piz Boè, Arabba e oltre

Il sentiero è estremamente comodo e praticabile. Nessuna salita particolarmente faticosa, nessuna discesa ripida. Incontro due rifugi, il Rifugio Gorza e il Rifugio Padon, situati all'arrivo degli impianti che portano gli sciatori in quota, rispettivamente da Arabba e da Malga Ciapela. Il primo che ho citato, posto al Passo di Porta Vescovo, è un enorme struttura, moderna recentemente rinnovata, e... chiusa. L'afflusso turistico estivo non può essere paragonato a quello invernale, ma con l'aria fredda che tirava oggi...qualcuno si sarebbe sicuramente fermato a consumare qualcosa di caldo! Il Rifugio Padon è invece vivo e vegeto ed è collocato nella posizione ideale per una sosta a base di caffeina.

Il Lago di Fedaia

Effettivamente dopo un paio d'ore in quota, anche se assolutamente non dure, una piccola pausa non fa male. Perché ciò che mi attende è una lunghissima discesa a valle, seguendo in parte un percorso denominato Alta Via delle Creste. Non scendo subito di quota, rimango su pendii erbosi per parecchio tempo (al punto tale che mi sorge spontaneo chiedermi se non sto sbagliando sentiero), fino ad arrivare ad un piccolo passo, il Passo delle Crepe Rosse. Di qui inizia una discesa difficile, su un sentiero stretto e ripido, da affrontare con le giuste cautele, qualcosa che non mi consente di buttar l'occhio sulla Marmolada. Circa trecento metri di discesa che mi spaccano in due le gambe al punto tale che, quando ritrovo un po' di pianura, mi stendo per terra stremato. Ho infatti trovato un prato tra alcune casette (di pastori, suppongo) nella località Ère, perfetto per riposarmi e per rifocillarmi.

Dopo la discesa dal Passo delle Crepe Rosse

Come da consiglio dell'istrionico gestore del Rifugio Viel dal Pan, evito di continuare il mio giro della Marmolada lungo la strada che scende dal Passo Fedaia a Rocca Pietore, ma sfruttare la pista di sci che corre al suo fianco. Tra vaste praterie ai piedi della Marmolada, boschi e greggi di pecore impazzite, raggiungo velocemente Malga Ciapela. Ma con la mente torno indietro di quasi vent'anni. Era il 1998 e in questa località transitava il Giro d'Italia. Proprio a Malga Ciapela, a pochi chilometri dallo scollinamento del Passo Fedaia, ci fu lo scatto decisivo che permise a Marco Pantani di conquistare la maglia rosa. Dolci e nostalgici ricordi di gioventù.

Ère

Dalla stazione della funivia che sale alla Punta di Rocca della Marmolada, inizia di fatto la salita che chiude la tappa odierna al Rifugio Falier. La strada sale blandamente, per poi inerpicarsi tramite una serie di ripidissimi tornanti all'interno di una fitta foresta di conifere. Non è tardi, non ho fretta, quindi salgo con calma, mantenendo un passo lento e regolare, cosicché, quando gli alberi iniziano a diradarsi, posso godermi il panorama sul Pelmo e sulla Civetta.

Valle Ombretta e la sud della Marmolada

Il tratto di salita più arcigno termina a quota 1900 metri, agli alpeggi di Malga Ombretta. Sono pascoli meravigliosi, questi. Praterie appartate, racchiuse a nord della parete meridionale della Marmolada e a sud dalle pendici del Monte Fop. Qui ho il primo contatto visivo con ciò che è la parete sud della Marmolada: un grandissimo anfiteatro roccioso, un complesso sistema di colonne calcaree che sembrano fatte apposta per essere scalate. Chissà quanti scalatori hanno visto i bovini della Valle Ombretta, mi chiedo.

Il Rifugio Onorio Falier, ai piedi di una delle più belle pareti dolomitiche

Verso il termine della tappa, inizia ad acutizzarsi un problema al piede destro. Sembra una infiammazione tendinea, che ipotizzo dovuta alla mia disabitudine agli scarponi da montagna. Gli ultimi metri di salita sono duri, faccio fatica a spingere con forza. Mi dà carica vedere il Rifugio Falier, inizialmente minuscolo e illuminato dalla luce del tardo pomeriggio, sempre più vicino a me, protetto dalla sud della Marmolada e da un fresco boschetto che lo circonda.

Tramonto sul Pelmo, mi mancava...

All'arrivo sono piuttosto sudato, ma felice, confortato dall'animosità festosa del rifugio, già intasato da una comitiva della sezione di Villasanta del Club Alpino Italiano. La tappa più lunga è conclusa, e ora nulla mi può togliere un più che meritato riposo, all'ombra della regina Marmolada.
A presto!
Stefano

venerdì 14 luglio 2017

Viel dal Pan

Ciao a tutti!
La prima tappa del Giro della Marmolada si è conclusa molto velocemente. Meno di un'ora di cammino in quota, per prendere confidenza con nuovi panorami e con nuove montagne. Niente di più di una passeggiata in totale relax, quello che ci vuole per risparmiare le energie in vista di giornate assai più faticose.
Scelgo l'avvicinamento in cabinovia (da Canazei a Pecol) e funivia (da Pecol al Col dei Rossi), per comodità e tempo. 

In cammino verso il Rifugio Viel dal Pan, con un occhio al Lago di Fedaia

Arrivato a Canazei intorno alle 16.30, dopo tre ore di cammino nelle gambe (la discesa dal Rifugio Lavaredo a Carbonin) e dopo aver valicato tre passi in automobile (Cimabanche, Falzarego e Fedaia), l'ipotesi di arrivare in rifugio in serata inoltrata non mi fa fare salti di gioia. Per una volta mi concedo questa comodità e si, lo dico, il giro della Marmolada comincia dal Col dei Rossi.

Sassolungo e Sella, che vista dal Col dei Rossi! 

Col dei Rossi è una balconata pazzesca sulle vette che circondano Canazei - che per questo motivo, secondo me, rimane la località dolomitica più versatile in assoluto. Verso ovest, Sassolungo e Sassopiatto, parzialmente avvolti in quella nebbia estiva che succede ad un temporale. Verso nord, la meravigliosa stratificazione del Gruppo di Sella. Verso est/sud-est, la Marmolada e il suo piccolo ghiacciaio, difesa da quello scudo di roccia argentea del Gran Vernel. C'è materiale a sufficienza per fermarsi qui. 

Il sentiero del pane, che porti alla Marmolada? 

Invece no, si deve iniziare il cammino che mi porterà al primo rifugio sul giro della Marmolada, il Rifugio Viel dal Pan. Dopo aver superato la zona degli impianti sciistici e delle piste di discesa per biker, su strade ampie, si imbocca l'omonimo sentiero Viel dal Pan. Il nome curioso si potrebbe tradurre in "sentiero del pane". Il tracciato del Viel dal Pan collega Canazei al Passo Fedaia passando per il Passo Pordoi, ed era una delle vie di comunicazione preferite per le genti di montagna, prima che i passi alpini come li conosciamo ora prendessero il sopravvento. 

L'accogliente Rifugio Viel dal Pan

Il Viel dal Pan è un sentiero incredibile. Sempre in quota, intorno a 2400 metri, taglia a mezza costa le pendici del Pre de Ciapel, garantendo costante visuale sulla Marmolada e dunque sul Lago di Fedaia. Sale e scende, scende e sale, ma si percorre facilmente, senza fatica. Mi disturba un po' il vento e finalmente, quando compare il Rifugio Viel dal Pan, sono decisamente contento. Il panorama non si discute, ma il freddo...

Luci del tramonto sul Gran Vernel


Con calma, dopo la doverosa cena a base di salsiccia, polenta e funghi, mi affaccio dalla balconata del rifugio per scrutare meglio il panorama. Realizzo che questo è uno dei rifugi alpini tra i più suggestivi quanto a posizione. In un sol colpo d'occhio si va dalle pareti del Civetta, alla superficie ora dai riflessi metallici del Lago di Fedaia, dalla tozza parete nord della Marmolada a quel Gran Vernel che il tramonto si diverte a colorare di oro. Ci sono molte nuvole in cielo, ma queste non sono fatte per restare. Sono nate per muoversi e domani potrebbero non esserci più. Per poter godere al meglio di tutto lo splendore dell'avvenente "Regina delle Dolomiti"...
A presto!
Stefano

Regina delle Dolomiti

Ciao a tutti!
Stamattina ho salutato le Tre Cime di Lavaredo...
Quando si ha di fronte per l'ultima volta (sempre sperando che ci sia una prossima volta) qualcosa di così meraviglioso come le Tre Cime di Lavaredo, non si può non essere (almeno un pochino) tristi. Quella sensazione di improvvisa malinconia però può svanire, sapendo che qualcosa di altrettanto grande sta per riempire i giorni che verranno. Tutto ciò, nel mio caso, prende il nome di Marmolada, la più alta vetta dolomitica, e sarà attorno alla sua mole di roccia e ghiaccio che camminerò nei prossimi giorni.

La Marmolada e il suo ghiacciaio. Foto di archivio, 4 luglio 2011

Quattro giorni di trekking, tre notti in rifugio, questo è il programma necessario per compiere il giro della Marmolada:
- venerdì 14 luglio: Canazei - Rifugio Viel dal Pan (con avvicinamento in cabinovia e in funivia)
- sabato 15 luglio: Rifugio Viel dal Pan - Rifugio Onorio Falier
- domenica 16 luglio: Rifugio Onorio Falier - Rifugio Contrin
- lunedì 17 luglio: Rifugio Contrin - Canazei
Il sentiero inizia ora, dal belvedere di Col dei Rossi, sopra Canazei, balconata sui grandi gruppi dolomitici. E mi accompagnerà per quattro giorni, sicuramente indimenticabili.
A presto!
Stefano

Un arrivederci nella nebbia

Ho salutato le Tre Cime di Lavaredo. È stato un saluto malinconico, reso ancora più carico di intrinseca nostalgia, da una nebbia che non mi ha permesso oggi di guardarle ancora una volta nella loro interezza. La nebbia deforma, modella, cambia le immagini, anche di queste montagne tra le più iconiche delle Alpi. 

Nebbia alla Forcella Lavaredo

E fortunatamente è stata solo nebbia. Perché la notte ha portato pioggia, tanta pioggia. Pioggia che ho anche incontrato nella prima parte del sentiero che ho percorso per tornare a Carbonin. Il Rifugio Lavaredo è avvolto da una coltre che sembra invalicabile, la stazione meteorologica indica una decina di gradi e umidità ai massimi livelli. Oggi sarà una giornata diversa dalle precedenti, ma lo sapevo già dalle ultime previsioni. Anche delle Tre Cime di Lavaredo non c'è traccia. Solo la Cima Piccola si può vedere da sud, ma dalla Forcella Lavaredo non si intravede alcunché se non la roccia alla base. In cuor mio speravo di poterle vedere ancora una volta nel loro profilo più classico.

Il massimo visibile delle Tre Cime, stamane

Mestamente, scendo lungo il comodo sentiero che va verso il Locatelli-Innerkofler, salvo poi scartarlo per scendere deciso verso Landro, percorrendo il sentiero che corre lungo la Val Rienza. Incontro anche una leggera pioggerellina, che mi costringe ad indossare la giacca a vento. Nulla di serio, per fortuna. Qualche timido tentativo di schiarita si intravede all'orizzonte: la Croda Rossa si scopre e lentamente sempre più parete delle Tre Cime si mostra ai miei occhi.

Val Rienza

Scendendo lungo la Val Rienza, le Tre Cime spariscono lentamente dalle mie possibilità di osservazione. Il sentiero scende ripido verso valle, in un'alternanza di scoscesi gradini glaciali e falsopiani gradevoli. Questo sentiero è un'ottima via d'accesso per chi vuole raggiungere le Tre Cime senza sfruttare la strada che giunge da Misurina, perché se da un lato è ripido, dall'altro va detto che ci sono più occasioni per respirare e prendere fiato. E non trascurerei quel dettaglio che è la soddisfazione di vedersi comparire tutt'a un tratto queste vette così desiderate...

Il Lago di Landro, ai piedi del gruppo del Monte Cristallo

La discesa termina a Landro, una frazione di Dobbiaco nota per l'omonimo lago, uno specchio d'acqua di un'aspra tonalità celeste. Da qui ritorno a Carbonin seguendo la Ciclabile Dolomiti, un comodo percorso situato sulla vecchia ferrovia che collegava Cortina d'Ampezzo a Dobbiaco, sede di una delle più interessanti competizioni podistiche estive, la Cortina-Dobbiaco Run (il runner in me già ci pensa). Gli ultimi chilometri prima di ritrovare la mia automobile sono al cospetto del Monte Cristallo. La sua bellezza, e il sapere che fra poco mi attenderanno altri percorsi dolomitici, attenua la malinconia di questo saluto alle Tre Cime, di un arrivederci consumato troppo in fretta. Come sempre, quando si parla di montagne speciali.
A presto!
Stefano

giovedì 13 luglio 2017

Attorno al regno del sesto grado

Sarà iperturistico, iperfrequentato, ipermonetizzato, ma il Giro delle Tre Cime di Lavaredo rimane sempre un itinerario da favola. Proprio per questa ragione, quando stavo iniziando a coltivare nella mia mente l'idea di tornare nelle Dolomiti per una settimana di trekking, non avevo dubbio alcuno sul dove avrei voluto essere. Sulle Tre Cime, sull'anello che - congiungendo i rifugi Auronzo, Lavaredo e Locatelli-Innerkofler -permette di ammirare tutta l'unicità di queste vette.

La combinazione montagna/rifugio più famosa delle Alpi

Le Tre Cime di Lavaredo, che in realtà sarebbero ben di più (non si considerano Cima Piccolissima, Punta Frida e Sasso di Landro), non sono solo le più famose vette dolomitiche, sono icone, sono simboli. Come la Tour Eiffel per Parigi o il Colosseo per Roma. Come il Cervino per svizzeri e valdostani. Non a caso, le Tre Cime di Lavaredo sono sulla copertina di mappe, guide e libri sulle Dolomiti. Sono un fenomeno culturale, intriso di una carica simbolica dall'orogenesi ben più tardiva rispetto a quella che le rende uniche al mondo. Di fenomeno si tratta, se oltre cinquantamila persone all'anno si recano ai loro piedi per poter stare qualche ora sotto questi muri che hanno fatto sognare generazioni di alpinisti.

Cime piccole, piccolissime

Già, la verticalità delle Tre Cime di Lavaredo non trova paragoni in nessun altro gruppo montuoso delle Alpi. La parete nord della Cima Grande fu uno dei cinque "problemi alpinistici irrisolti", fino al 1933 quando Emilio Comici e i fratelli Dimai aprirono la prima via su questa parete apparentemente inviolabile, via che tuttora è un pensiero fisso nella testa di tanti alpinisti. Non da meno è la parete nord della Cima Ovest, meno frequentata perché più arcigna, ma che fu inviolata addirittura dopo, rispetto alla Cima Grande: era il 1935 quando Riccardo Cassin e Vittorio Ratti firmarono una delle "prime" più celebrate della storia dell'alpinismo.

Rifugio Lavaredo, sullo sfondo il Cadini di Misurina

La morfologia delle Tre Cime è ben visibile dal Rifugio Locatelli-Innerkofler. Il massiccio appare come lacerato, laddove la doccia si tinge di giallo. Questa colorazione è dovuta allo scioglimento di un ghiacciaio che, togliendo il sostegno a della roccia instabile, ha causato crolli catastrofici. I quali segni sono ancora ben visibili sulla porzione di sentiero tra il Rifugio Locatelli-Innerkofler e il Rifugio Auronzo, che corre a fianco di ampi ghiaioni. I ghiaioni alla base sono elementi essenziali per l'estetica delle Tre Cime di Lavaredo. Senza di essi l'effetto visivo di queste pareti, che sembrano uscire dal nulla lacerando cielo e nuvole, non sarebbe affatto lo stesso...

Tre lame che si ergono nel cielo

Inizio il mio giro delle Tre Cime dal Rifugio Lavaredo, base di questi giorni di escursioni nelle Dolomiti di Sesto, incastonato ai piedi della Cima Piccola. La Cima Piccola fu metaforicamente sede di una polemica che ebbe molta risonanza ai tempi (correva l'anno 1998). I protagonisti furono due vere e proprie anime libere nel loro settore: l'alpinista Reinhold Messner e lo scrittore Erri De Luca. Messner andò all'attacco contro la "mistificazione" della montagna, sempre più profanata da infrastrutture e violata da persone lontane anni luce dallo spirito sacro che dovrebbe muovere gli animi in montagna. De Luca dichiarò invece che, durante la salita dello Spigolo Giallo della Cima Piccola (una delle vie classiche delle Tre Cime di Lavaredo), non si sentì affatto infastidito dalla moltitudine di folla che in basso percorreva i comodi sentieri che ruotano attorno alle Tre Cime - oltre a ribadire la non esclusività della montagna. C'è la montagna per chi sale i sesti gradi e per chi può camminare un'ora su un comodo sentiero. Come la penso io? Io mi schiero in mezzo: frequentare la montagna è diritto di tutti, ma entro certi limiti. La gestione del lato sud delle Tre Cime è infatti...più che discutibile.

Vista orientale delle Tre Cime di Lavaredo

Il giro comincia con una prima salita tranquilla verso la Forcella Lavaredo, dalla quale si gode di una delle tre principali prospettive delle pareti nord delle Tre Cime, quella orientale; certamente è la migliore per rendersi conto della verticalità totale della Cima Grande e della Cima Ovest. Nei migliori dei casi, la parete è un muro. Nel peggiore, è un tetto che obbliga ad evoluzioni vietate dalla fisica. È mattina, il cielo è ancora terso, le condizioni migliori per godere al meglio di uno degli scorci più famosi delle Alpi. Bisogna fare in fretta con le foto, comunque: su questa forcella soffia un deciso vento che invita a riparare verso quote più basse e aree più protette.

Piccoli uomini sulla grande nord della C

Scendendo dalla Forcella Lavaredo per raggiungere il Rifugio Locatelli-Innerkofler, si entra nel Parco Naturale delle Tre Cime (una delle sei aree protette della Provincia di Bolzano). Ecco la differenza di gestione tra Bolzano e Belluno, i primi cercano di conservare e preservare l'area, limitando l'accesso di automobili e anche mountain-bike; i secondi costruiscono un parcheggio che è un insulto per chi ama la montagna. Le Tre Cime di Lavaredo sono cippi di confine, non solo tra due regioni, due province e due aree linguistiche, ma anche (soprattutto) tra due diverse filosofie di come si vuole intendere la montagna.

Contemplazione estatica

Raggiungo il Rifugio Locatelli-Innerkofler seguendo il sentiero più comodo e largo, più a valle, quello che scende per poi impennarsi improvvisamente in vista del rifugio. Interessante per me osservare la quantità di fiori a bordo del sentiero: mi sono sempre chiesto come i fiori riescano a trarre nutrimento dall'ambiente roccioso. Questo tratto è sicuramente uno dei sentieri più panoramici delle Alpi, perché oltre all'ombra (reale) del Monte Paterno si aggiunge l'ombra delle Tre Cime di Lavaredo. Al Rifugio Locatelli-Innerkofler c'è già molto movimento, ma ne ero conscio. Questo è uno dei rifugi più desiderati delle Alpi, e centocinquanta posti non sono talvolta sufficienti a contenere la richiesta di pernottamenti. E poi ci sono le ferrate, quelle al Sasso di Sesto, alla Torre di Toblin e soprattutto al Monte Paterno. Quest'ultima non è solo una delle vie ferrate più frequentate ma ha anche una ragguardevole valenza storica. Proprio qui, il 4 luglio 1915 perse la vita Sepp Innerkofler, alpinista e guida alpina a cui è dedicato il rifugio più noto ai piedi delle Tre Cime. Fu ucciso durante una ricognizione che guidò personalmente con un manipolo di soldati austriaci, con l'intento di riconquistare il Monte Paterno in mani italiane. I fatti non sono molto chiari, per alcuni Innerkofler era conscio di andare a morte certa (così come ne erano consci i suoi superiori...), per altri la guida fu uccisa dal fuoco amico. Quel che è certo è che l'esercito italiano tributò a Innerkofler il giusto riconoscimento al nemico. Paradossale invece come il rifugio, oltre che a Sepp Innerkofler, sia intitolato all'asso dell'aviazione italiana Antonio Locatelli - che sulle Tre Cime non lasciò di certo un'impronta enorme come quella di Innerkofler. Che unire i nomi di due eroi, un italiano e un austriaco, fosse un tentativo di riconciliazione?

Il Rifugio Locatelli-Innerkofler, ai piedi del Sasso di Sesto

Dal Rifugio Locatelli-Innerkofler le fotografie che scatto sono numerose ma provvedo ad utilizzare anche il binocolo per provare ad intercettare qualche alpinista alle prese con la dolomia delle Tre Cime. Individuo una cordata di quatto persone sulla via Comici-Dimai alla Cima Grande, e una cordata di due persone sulla Ovest, incerto se sulla via Cassin o sulla direttissima degli Scoiattoli. Le Tre Cime di Lavaredo, e mi riferisco soprattutto alla Cima Grande e alla Cima Ovest, sono state spesso territorio di grandi conquiste e battaglie alpinistiche. Memorabili le sfide negli anni Trenta per salire per la prima volta le pareti nord, e verso la fine dei Cinquanta per firmare la prima direttissima sulla nord della Cima Ovest.

Roccia e fiori

Per terminare il giro delle Tre Cime imbocco il sentiero che scende nel Pian da Rin, una prateria che è circondata da un bastione roccioso enorme, così alto che preclude la vista delle pareti nord. Riguadagnando quota, le nord riprendono forma, una forma diversa perché questa è frutto di luci, angoli e profondità. Costruzioni che la natura ha modellato in costante movimento. La visuale occidentale delle Tre Cime lascia a bocca aperta per la verticalità della Ovest e per il suo spaventoso "tetto", qualcosa indicato solo ai temerari e ai più grandi fuoriclasse dell'arrampicata libera. Fu proprio il versante occidentale delle Tre Cime a comparire in una stampa del 1861, pubblicata da due esploratori inglesi sul libro illustrato The Dolomite Mountains, a dare il via al fenomeno del turismo su queste montagne. Ma l'angolazione ovest è perfetta per godere della meraviglia della natura che sono le Dolomiti e nella fattispecie le Tre Cime di Lavaredo: la morfologia a strati della roccia dolomitica. Impressionante come queste cime, così apparentemente inviolabili, divine e immortali, non siano altro che (semplicisticamente parlando) una serie di strati di roccia calcarea, uno sopra l'altro, che si innalzano provocatorie fino a quasi tremila metri.

Rifugio Auronzo... nell'occhio del ciclone? 

La salita prosegue fino alla Forcella Col di Mezzo, aggirando così il meno celebre Sasso di Landro. Qui si rientra in territorio veneto, ed ecco che compare lo scempio. La strada delle Tre Cime, un'opera importante che collega Misurina al Rifugio Auronzo, ma soprattutto il maxi parcheggio che deturpa un panorama di prim'ordine. Cadini di Misurina, Sorapiss, Cristallo, Croda Rossa. E poi un parcheggio. D'accordo, un pedaggio di 25 euro per ogni macchina, con l'attuale afflusso turistico, porta nelle casse del comune di Auronzo di Cadore una cifra sicuramente superiore al milione di euro. Come biasimare questo modello gestionale? Io non sono contro la strada: come ci si sarebbe arrivato il Giro d'Italia, senza? Cosa si dovrebbe dire dello Stelvio, allora? No, sono contro l'accesso indiscriminato ad automobili e moto. Una navetta elettrica sarebbe un bel segno di cambiamento, in chiave ecologica. Meno traffico, meno inquinanti e (forse) qualche marmotta in più sui prati sotto le Tre Cime.

Il "tetto" della nord della Cima Ovest

Raggiungo il Rifugio Auronzo per rifocillarmi e per godere dell'incredibile cafonaggine di chi viene su, cose che non sono avvezze a chi è abituato alla fatica dell'andar per sentieri o per vie di arrampicata. Il giro delle Tre Cime di Lavaredo è questo e tanto altro, perché sui sentieri ci sono persone che probabilmente non hanno mai messo degli scarponi da montagna, e anche anziani dall'iperventilazione sostenuta, come se un collasso potesse prenderseli via da un momento all'altro. Questo sentieri, grazie alle infrastrutture che il lato bellunese delle Tre Cime ha messo in campo, ha consentito l'invasione di turisti tutto fuorché "selezionati", con grave impatto sugli equilibri dell'area. Non è questa la montagna che sogno, ma per amore di questo spettacolo che sono le Tre Cime di Lavaredo, ingoio il boccone amaro e vado avanti nel cammino.

Vista occidentale delle Tre Cime di Lavaredo

Che prosegue sul sentiero più calpestato delle Dolomiti, quello tra il Rifugio Auronzo e il Rifugio Lavaredo. Nessuna difficoltà, percorribile anche con un passeggino, volendo. È una passerella ai piedi delle pareti sud delle Tre Cime, che solo il tira e molla tra nuvole e roccia rende piacevole. Oltre ai Cadini di Misurina, un fitto sistema di guglie scoscese e di ripidi ghiaioni...prossima meta di un prossimo viaggio nelle Dolomiti? Dopo una piccola cappella ai piedi della Cima Grande, ecco che compare il Rifugio Lavaredo. Il mio tour attorno alle Tre Cime è concluso, tra incomparabile bellezza e un po' di delusione per l'eccessivo sfruttamento turistico. Ma questa è la mia terza volta che giro attorno alle Tre Cime di Lavaredo, qualcosa vorrà pur dire: che ne sia perdutamente innamorato? Io la risposta ce l'ho da sempre. E non può che essere affermativa.
A presto!
Stefano

mercoledì 12 luglio 2017

Monte del sangue versato

Ciao a tutti!
Il primo giorno dolomitico si è concluso ed è stato subito ricco di belle soddisfazioni su tutti i fronti. Belle montagne (e su questo non c'erano dubbi, se il meteo lo permette), ottimi sentieri, notevole chilometraggio e dislivello percorso, buona forma fisica, incontri interessanti. Non posso di certo chiedere di meglio dal primo giorno di trekking. Ma questa è una descrizione sommaria e decisamente riduttiva di una giornata che in realtà ha molto da raccontare.

Testimonianza di una guerra di un secolo fa

Giornata che inizia col brivido: mi alzo e dalla finestra appare tutto grigio. La nebbia è foltissima su Carbonin, una località posta in un vero e proprio cul de sac. Sono sicuro che la nebbia se ne andrà presto: il tempo di una (estremamente ricca) colazione e il cielo è di nuovo blu. Il colpo d'occhio che da Carbonin si gode sulla Croda Rossa è formidabile.

Carbonin

La prima meta di giornata è il Monte Piana (o Monte Piano). Teatro di anni di guerra cruenta tra italiani e austriaci durante il primo conflitto bellico, il Monte Piana deve il suo nome alla sua forma: visto da ovest è una parete scoscesa, visto da est è un panettone, ma in entrambi i casi è ben visibile come sia completamente piatto. Ottimo per scavare delle trincee. Per raggiungerlo bisogna risalire il " Sentiero dei turisti", dopo aver guadato un rio che in tempi passati avrebbe anche essere stato un torrente. Attraverso qualcosa di conosciuto. Quattro anni fa, durante la seconda tappa dell'Alta Via dei Camosci, guadai lo stesso rio, ma con ben altra difficoltà: nel 2013 la primavera fu molto nevosa e i fiumi risultarono assai ricchi di acqua in estate. Inizio la salita del Sentiero dei turisti di buona lena, forse anche troppa. In pochi minuti, infatti, il mio volto e è una maschera di sudore, roba che mi irrita anche gli occhi. Il sentiero è veramente ripido...o sono io a non essere più abituato a certe pendenze? Tra un riposo e l'altro (mica tanto però, se copro 650 metri di dislivello in un'ora!), mi godo qualche bella visuale: su Carbonin, sul Lago di Landro e sull'omonima valle quasi fino a Dobbiaco, sul massiccio del Cristallo circondato dalle nubi e sui pascoli sotto il Vallandro.

Il Lago di Landro

Incontro un tratto attrezzato: un po' di funi e qualche scaletta per aggirare un canale detritico. Superato questo, le pendenze sono più dolci e si raggiunge finalmente la Forcella dei Castrati, il punto che divide le cime Nord e Sud del Monte Piana. Da qui ho finalmente il primo contatto con le Tre Cime di Lavaredo. Sarebbe meglio dire con la Cima Ovest, l'unica visibile - per angolazione e per la presenza di nuvole ingombranti. La Cima Ovest, impressionante per verticalità, è come un muro di gomma in grado di assorbire qualsiasi urto. Le nubi provano a sfondare quel muro ma non c'è verso.

Facile passaggio attrezzato sul Sentiero dei turisti

Il Monte Piana ha una straordinaria particolarità. È un museo storico a cielo aperto, in quanto conserva testimonianze della Prima Guerra Mondiale, e molte di queste in ottimo stato di conservazione. Trincee (talvolta percorribili a piedi), gallerie di mina, ricoveri, postazioni. I sentieri che si dipanano alla scoperta di queste tracce di un passato bellico "lontano" sono molti. Percorrendoli è inevitabile condurre qualche riflessione. Tornerò in futuro sull'argomento - ho bisogno di riflettere ancora su quanto ho visto oggi - ma certamente ho messo a fuoco la duplice natura dell'uomo. Intelligente, quando si tratta di trovare e realizzare soluzioni al limite dell'impossibile (come testimoniano le gallerie e i sentieri a ridosso dello strapiombo). Inetto, se si considera il contesto, una guerra lunga e inutile, voluta da pochi per motivi futili e che ha distrutto o rovinato le vite di molti. E c'è qualcosa che stride, che crea un contrasto insanabile: le campane della pace e le targhe al valore (quale valore? aver ucciso uomini è un valore?).



Le trincee italiane al Monte Piana

Le trincee austriache

La galleria dei Kaiserjäger austriaci

Le gallerie di mina costruite dall'esercito italiano

Mentre le nubi continuano a combattere senza sosta la loro personale guerra con la Ovest di Lavaredo e altri nembi giocano ad ombreggiare i Casini di Misurina (vette che dovrò considerare in una prossima visita nelle Dolomiti!), consumo un meritato pasto. Lo faccio in compagnia di Bruno e Gianfranco, due escursionisti settantenni di Latina, amanti delle Dolomiti da oltre quarant'anni. Con loro discuto un po' di montagna (parlare di cime e Monti con chi è molto più vecchio di te è sempre istruttivo) e nel mentre mi convinco che loro sono invecchiati nel modo giusto: cervello a posto, gambe in forma e tanta passione per la montagna.

I Cadini di Misurina visti dal Monte Piana

Scendo al Rifugio Bosi, sulle pareti del quale si sprecano lapidi e targhe al valore (?). Poco sopra, anche una cappella dedicata ai morti per la patria - dietro ad un vecchio cannone puntato al cielo (...contraddizioni continue). Una sosta al Rifugio Bosi è importante, per consumare quel caffè che mi può dare quella scarica di energia necessaria ad affrontare la seconda parte di cammino. Dal Rifugio Bosi scendo prima lungo la carrozzabile che porta a Misurina, con bella vista sulla selvaggia Val Popena Alta (fonte di ricordi dell'Alta Via dei Camosci). Dunque attraverso una foresta molto ombreggiata (ciò che serviva) prima di raggiungere il Lago d'Antorno. Qui incrocio la strada (tanto contestata) che da Misurina sale al Rifugio Auronzo, ma fortunatamente un sentierino permette di non condividere il mio cammino con le automobili. Poco prima della stazione di pedaggio (25 euro per salire in auto e parcheggiare al Rifugio Auronzo!) il sentiero scarta decisamente verso destra, per attraversare prima bucolici pascoli all'ombra del Ciadin dei Toce e del Ciadin de le Bisse e poi risalire la Val del Cadin di Longeres, un ambiente roccioso misto a prati.

Il terrificante profilo della Cima Ovest di Lavaredo

Dal Lago di Antorno ci sono ancora 400/500 metri di dislivello per arrivare al Rifugio Auronzo, il sentiero è impegnativo, ma non è tanto la pendenza a fare male alle gambe ma la stanchezza accumulata. Se guardo verso ovest intravedo il Monte Piana, e allora mi rendo conto che i chilometri percorsi sono stati già tanti. Ma lo sguardo non può che puntare ai muri calcarei delle Tre Cime, mai completamente allo scoperto, non per questo meno affascinanti. Quando vedo finalmente il Rifugio Auronzo mancano ancora 150 metri di salita. Molto su sentiero, ma anche a bordo di una strada che mi lascia ogni volta perplesso (a partire dagli odori dei gas di scarico che sembrano quelli di una Milano in pieno inverno). Bisogna promuovere il turismo, bisogna espandere il bacino di utenza, ma nel caso del Rifugio Auronzo si è messa in piedi una operazione di esagerato sfruttamento della montagna. Troppe automobili, troppi bus (non di linea), troppo asfalto, troppe persone che con la montagna hanno poco a che fare, troppa cagnara. La montagna dovrebbe essere rumorosa alla sera, dentro un rifugio, e silenziosa di giorno, contemplata da chi vuole trarne il meglio.

A piedi verso il Rifugio Auronzo

Non mi fermo più di tanto al Rifugio Auronzo, i motivi li ho chiariti. Meglio procedere alla svelta verso la meta in cui trovare un pasto meritato e tanto riposo, il Rifugio Lavaredo, posto appena sotto la Forcella Lavaredo e ai piedi della Cima Piccola di Lavaredo), in posizione meravigliosa, sia per il panorama (sulla Croda Passaporto e sui Cadini di Misurina) che per le possibilità escursionistiche di vario livello (dai sentieri alle vie ferrate, fino alle vie alpinistiche tra le più celebri delle Alpi). Infatti, sull'enorme carrozzabile che collega il Rifugio Auronzo al Rifugio Lavaredo, una sorta di "passerella" in alta quota. Si incontra proprio di tutto lungo questa strada: rocciatori e ferratisti, inconfondibili per il loro abbigliamento e per l'imbrago che indossano; normali escursionisti in gita; persone che si affacciano forse per la prima volta alla montagna (sperando che non sia l'ultima), ai quali occhi io, con uno zaino enorme, sembro quasi un alieno. Non mi curo di come mi guarda la gente, non l'ho mai fatto in vita mia, tantomeno ora che vivo in Germania (...), preferisco invece guardare in alto. Chi lo dice che le montagne sono più belle senza nuvole? Oggi le tenebrose nubi, seppur innocue, che coprivano il versante meridionale delle Tre Cime di Lavaredo si sono divertite a giocare con i contorni di queste rocce, che in un cielo terso ci appaiono così netti. Basta una nube per sfocare tutto e per mutare la sagoma di una montagna.

Il Rifugio Lavaredo, all'ombra di una Croda Passaporto coperta dalle nuvole

Ma guardo anche avanti a me, perché non può passare inosservata il lontano specchio d'acqua del Lago di Santa Caterina (dove si trova anche il comune di Auronzo di Cadore), nonché il bastione di roccia della Croda Passaporto. Ma soprattutto, guardo avanti alla ricerca del Rifugio Lavaredo. Il primo giorno è sempre duro, soprattutto se si inizia con venti chilometri di cammino e più di 1500 metri di dislivello. Serve riposo, servono energie nuove, perché l'indomani porta sentieri conosciuti da vivere con occhi sempre curiosi. Dopo le trincee, giunge l'ora di dedicarsi esclusivamente alla purezza di un incomparabile panorama alpino.
A presto!
Stefano

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