giovedì 20 agosto 2015

Isole che sono confini

Ciao a tutti!
La seconda puntata alla scoperta di Parigi è dedicata ad una delle zone più nevralgiche della capitale di Parigi. Le due isole che dividono il corso della Senna, l'Île de la Cité e l'Île St-Louis, sono assolutamente un punto chiave nella geografia parigina, in quanto collegano, per mezzo di ben tredici ponti, le due rive della Senna. Che sono anche due diversi modi di pensare: la Rive Gauche, il lato più artistico e intellettuale, e la Rive Droite, il lato più elegante e commerciale. E come dimenticare che sull'Île de la Cité, si trova uno dei monumenti più importanti di Parigi: Notre-Dame.

La cattedrale di Notre-Dame. E una piccola coda per entrare...

Ma il percorso sulle isole della Senna comincia da Île St-Louis. Forse snobbata dai tradizionali percorsi turistici perché è "solo" un quartiere residenziale (qui si trovano le abitazioni più costose di Parigi tutta), è in realtà una delle sorprese più belle ed inaspettate della nostra settimana parigina. Gelaterie, pasticcerie, artigiani, librai, antiquari e ristoranti (spesso in locali dalle tipiche facciate in legno) punteggiano l'isola, soprattutto nella centrale Rue St-Louis en l'Île. Grande atmosfera su quest'isola, che oltre ad essere estremamente vivace (senza la confusione che regna nei punti più famosi della città) è anche molto romantica: sulle sue sponde si può camminare affacciandosi su Saint-Germain des-Prés e sul Marais.

Il Palais de Justice e, a sinistra, la Sainte-Chapelle

Ovviamente, le grandi attrazioni si trovano però sull'Île de la Cité. In circa mezzo chilometro quadro si concentrano monumenti che rappresentano la storia di Francia. Questo è uno dei motivi per cui amo camminare per le vie di Parigi. Ogni luogo a cui ci avviciniamo potrebbe raccontare una storia tutta sua, una vicenda che ha segnato il destino della Francia e dell'Europa, un avvenimento di quelli che sono stati studiati e continueranno ad essere studiati sui libri di storia.
Uno di questi è la Conciergerie, edificio che si erge imponente verso la Rive Droite, e che ha rappresentato la prima prigione parigina, nonché il carcere dove furono rinchiusi i re di Francia. Un altro è il Palais de Justice, sfarzosa costruzione (soprattutto nel lato orientale, dove il meraviglioso cancello in ferro battuto separa l'edificio dalla rete viaria dell'isola) ancora adibita a Tribunale e nella quale furono condannati numerosi personaggi illustri, fra i quali la regina Maria Antonietta. Annessa al complesso della Conciergerie e del Palais de Justice, si trova la Sainte-Chapelle, la cappella palatina nota per le sue vetrate. Le code chilometriche (tipiche del mese di agosto) ci inducono a rimandare la visita a tempi più tranquilli. Tranquilli, la Sainte-Chapelle è nel taccuino dei "must" della prossima visita a Parigi.

La decorazione esterna del coro di Notre-Dame

Poi c'è Notre-Dame, altro simbolo di Parigi, icona tra i monumenti ecclesiastici parigini, sede dei grandi avvenimenti della Francia, tra cui le incoronazioni dei reali francesi. Ok, è un simbolo. Ma è anche tremendamente bella, a partire dalla facciata, impressionante spettacolo di complessità scultorea, in ogni sua componente, nei tre portali, nel rosone, nelle gallerie che li dividono e nelle torri. Non a caso Notre-Dame è indicata come una delle opere architettoniche più importanti dello stile gotico, grazie agli archi dell'abside, all'altissima guglia e la particolare decorazione (famosa quella dei gargouilles) in ogni sua parte.
L'interno non è da meno, soprattutto per i due rosoni del transetto e per il coro. I primi, ornati da antiche vetrate, sono sicuramente le parti più fotografate dell'intera cattedrale. Il secondo è il capolavoro di Notre-Dame, una lunga recinzione composta di meravigliosi altorilievi che mettono in scena alcuni degli episodi più famosi del Vangelo. Peccato che molti dei turisti non apprezzi a fondo questa bellezza, non si concentri su questa ricchezza e preferisca scattarsi dei selfie (anche all'interno della chiesa!). Ma tutto l'interno è da ammirare. Io mi concentro sull'illuminazione naturale che raggiunge il soffitto e le arcate del matroneo: continuo a chiedermi come sia stata progettata.

Selfie col rosone? Io preferisco una bella inquadratura d'insieme

Non manca qualche piccola delusione sull'Île de la Cité: è Place Louis-Lépine, dove dovrebbe essere ospitato il mercato dei fiori. Appunto, "dovrebbe". Nei nostri passaggi nell'Île de la Cité non abbiamo visto traccia di mercato alcuno, anzi, molte cose sembrano un pochino lasciate a sé stesse. Sarà l'aria di agosto? L'altra nota "negativa" è questa - a mio modo di vedere, stupida - moda di appendere i lucchetti ai ponti: con ben tredici collegamenti, le due isole sulla Senna (in particolar modo Pont de l'Archevêche e parte di Pont Neuf) forniscono parecchio spazio agli innamorati che vogliono suggellare la loro unione in una delle più romantiche città del mondo.

Pont Neuf by night

Ma c'è un luogo sull'Île de la Cité dove vorrei trovarmi spesso. È Pont-Neuf, che a dispetto del nome, è il ponte più antico della capitale parigina. Completamente camminabile, molto ampio, è un punto chiave di Parigi, nonché uno dei più romantici. Merito di quei balconcini (quando non occupati dagli ambulanti), di un piacevole spazio verde, lo Square du Vert-Galant, (parlerò degli square in post futuri) e di una visuale eccezionale sulla Senna e in più in generale su Parigi tutta. Un passaggio obbligatorio, insomma, ogni qual volta ci si trovi nel centro di Parigi...
Bis bald!
Stefano

mercoledì 19 agosto 2015

E la volevano smontare

Ciao a tutti!
Come si potrebbe iniziare una carrellata di post su Parigi se non dal suo simbolo per eccellenza, la Tour Eiffel? Questa torre alta 324 metri, per molto tempo (dal 1889 fino al 1930) l'edificio più alto sulla Terra), è una tappa irrinunciabile in un tour parigino che si rispetti. Dalla Senna, dalla balcone del Trocadéro, dagli Champs de Mars o dal Pont d'Iena, è assolutamente necessario dedicare un'oretta alla contemplazione di questo simbolo della capitale francese, in assoluto uno dei monumenti più visitati al mondo, il più visitato in tutto il mondo tra i monumenti a pagamento.

Come non amare questo spettacolo notturno?

Perché questa forma affascina così tanto? In questa vacanza parigina ho provato a darmi una risposta, osservando la torre da diverse posizioni. D'altronde, la Tour Eiffel è spesso visibile anche da lunghe distanze, grazie alla sua altezza. Beh, una risposta, o una motivazione non l'ho trovata. Perché in fondo si tratta di una costruzione in ferro, dallo stile asciutto, senza fronzoli. Quattro pilastri leggermente incurvati che puntano sinuosamente verso il cielo per unirsi in punta, e tre piattaforme orizzontali che la racchiudono. Penso che la sua forma sia entrata così prepotentemente nell'immaginario collettivo che ognuno non può che rimanerne abbagliato. Un simbolo tra i più conosciuti, come potrebbero esserlo il Cervino, la Porta di Brandeburgo, il Colosseo, la Statua della Libertà.

Autoscatto (non selfie!) dagli Champs de Mars

Fu proprio uno dei progettisti che contribuirono alla costruzione della Statua della Libertà, Gustave Eiffel, a finanziare e a (in parte) progettare la famosa torre che porta il suo nome. Inaugurata il 31 marzo del 1889 in occasione dell'Esposizione Internazionale che avrebbe celebrato i cento anni dallo scoppio della Rivoluzione Francese, essa non fu accolta con entusiasmo dai parigini, che quasi la disprezzavano (oggi viene ancora chiamata "l'asparago di ferro"). A guidare le critiche furono due letterati di spessore, Émile Zola e Guy de Maupassant, che la definirono "un orrendo mostro metallico". Eiffel rispose con i fatti alle critiche del mondo umanistico, escludendolo letteralmente dalle facciate della torre, sulle quali sono incisi i nomi di settantadue tra i più illustri scienziati e tecnici francesi.
A Eiffel fu concesso di mantenerla in piedi per vent'anni, ma la crescente spinta delle telecomunicazioni fece sì che la sua storia continuasse. La Tour Eiffel era perfetta per l'installazione di antenne - e successivamente di una stazione meteo e di un parafulmine. A rivalutarne l'importanza fu poi la Prima Guerra Mondiale, come strumento di comunicazione all'interno dell'esercito e come mezzo per intercettare i segnali nemici. Senza la Tour Eiffel non si sarebbe inoltre verificato uno degli episodi più famosi di quel conflitto, quello dei "taxi della Marna". Nel settembre del 1914, un migliaio di taxi vennero requisiti per trasportare sul fronte quattromila soldati.

Magnifico intreccio di ferro

A questo punto, la Tour Eiffel non poté che rimanere al suo posto. Meno male, aggiungerei. Dall'alto dei suoi 324 metri ha visto tutto lo scorrere del Novecento francese. Ha visto anche l'arrivo dei nazisti, sul quale si racconta che i parigini manomisero l'ascensore per evitare che Hitler potesse salire in cima, additando come scusa un guasto non riparabile perché in tempo di guerra non si trovavano ricambi. A ripensarci, che sospiro di sollievo...

Dal Trocadéro, terrazza privilegiata

Oltre la bellezza estetica, bisogna celebrare il capolavoro ingegneristico di Eiffel. Snocciolando qualche numero, la Tour Eiffel ha un peso di oltre sette tonnellate, ma la pressione al suolo è veramente ridicola, quattro chili ogni centimetro quadro, come quella di un uomo seduto. Nonostante l'altezza, l'oscillazione è di pochi centimetri, mentre può dilatarsi nei giorni più caldi fino a 15 centimetri. Numeri sconvolgenti, che hanno però poco senso se non si prova, almeno per qualche secondo, a guardarla dalla sua base. Uno di quei momenti in cui si tocca con mano il concetto di "impressione".
Bis bald!
Stefano

martedì 18 agosto 2015

C'est Paris...

Un musicista ambulante che suona la fisarmonica nelle gallerie della stazione della metropolitana di Place de la Concorde. Pochi minuti a fissare attentamente lo scorrere della Senna in Quai des Grands Augustins. Un ultimo sguardo, non in lacrime ma con molta malinconia, alla Tour Eiffel dal Pont de Bir Hakeim. Sono queste le immagini che porto con me da Parigi, quelle che nelle ultime ore nella capitale francese hanno riempito di un mix di bellezza e tristezza la mia mente.

La Tour Eiffel vista dalla Senna

Non c'è niente da fare, Parigi ti assorbe, ti rapisce e non ti lascia più andare. In tempi non sospetti dissi che Parigi è la città più bella del mondo (Venezia non è classificabile tra le "città"). Certo, al mio giudizio mancano ancora molte altre importanti metropoli: Londra, Bruxelles, Praga, Madrid, Budapest, New York, e potrei continuare ancora con un lungo elenco. Finora, Parigi è insuperabile. In questa settimana parigina ho provato a cercare una ragione di tutta questa attrazione che provo per questa città.

L'Arc de la Défense

Per i simboli che probabilmente nessun altra città al mondo ha: quale altra città può annoverare nel raggio di pochi chilometri la Tour Eiffel, il Museo del Louvre, gli Champs-Élysées, Notre-Dame? Credo ben poche.
Perché si cammina nella storia: ogni angolo di Parigi potrebbe raccontare episodi che abbiamo letto tutti sui libri di storia, dall'Illuminismo alla Rivoluzione Francese, da Napoleone alla Belle Époque, dalla Prima Guerra Mondiale a De Gaulle.
Perché tutta Parigi pullula di arte e cultura: quanti sono, ma quanti sono gli artisti (pittori, scrittori, filosofi, cineasti) che nella capitale francese hanno costruito la loro carriera e produzione artistica? Qualche nome? Victor Hugo, Pablo Picasso e Oscar Wilde possono bastare? Qual è il valore dell'arte contenuta dei musei (e nelle case, anche!) di Parigi? Incalcolabile.
Perché ogni quartiere è una storia da sé: si viaggia dal lusso degli Champs-Élysées alla storia dell'Île de la Cité, dalla modernità della Défense alle vecchie stradine di Montmartre, dallo spirito intellettuale di Saint-Germain-des-Prés alla vivacità del Marais, dai ponti sulla Senna che potrebbero narrare la storia della Francia ai grandi musei che proprio sulle rive della Senna si affacciano, dalle grandi torri che dominano Parigi ai cimiteri in cui è sepolta una bella fetta di cultura internazionale.

Il Louvre e la sua famosa piramide

Perché, in fondo, Parigi sa essere sempre unica nei suoi tanti volti. Nel corso dei decenni Parigi è progressivamente cambiata - basti pensare alla rivoluzione urbana firmata da Haussmann e al nuovo quartiere La Dèfense - ed è ringiovanita senza perdere il suo stile, la tradizione che l'ha resa famosa nel mondo. Quelle peculiarità, ad ogni livello, come le innumerevoli brasserie, i grandi boulevards, i pittoreschi ingressi della metropolitana, i ponti sulla Senna, l'imponenza mai esuberante dei suoi monumenti, lo spirito bohemienne. È una città senza eguali, Parigi, e lo rimarrà sempre. Una promessa ce la siamo fatta, quasi in ogni angolo di Parigi. Non aspetteremo troppo tempo a ritornare in questa grande bellezza.
Bis bald!
Stefano

giovedì 6 agosto 2015

Le petit macaron d'un jeudi parisienne

"La mia grande scoperta fu che a Parigi potevo essere giovane, mentre a New York, a ventun anni, ero un vecchio in tutti i sensi."
Henry Miller

Montparnasse visual!

mercoledì 5 agosto 2015

Le petit macaron d'un mercredi parisienne

"Quanto mi sono mancati i vicoli sconnessi, i palazzi antichi, le luci che si riflettono sulla Senna, l'odore delle strade dopo la pioggia, il profumo dei castagni alle Tuileries e tutti i piccoli caffè, i bistrot e i negozi colorati di Saint-Germain, les tartelettes au citron, les meringues..."
Nicolas Barreau, Una sera a Parigi

La Senna da Pont Neuf (Rive Droite)

martedì 4 agosto 2015

Bücher: Con te fino alla fine del mondo

"È strano, il tempo. Domina la nostra vita come nessun altro parametro. In definitiva tutto ruota intorno al tempo che abbiamo, al tempo che non abbiamo, al tempo che ci rimane. E questo è il tempo cronologico. Un giorno, dieci mesi, cinque anni. Poi c’è il tempo interiore, il fratello volubile del tempo cronologico. Quello che trasforma un’ora di attesa in trentacinque e quella che abbiamo per terminare qualcosa di importante in otto minuti. Ci sfugge, ci incalza, ed esiste solo un frangente in cui i padroni siamo noi: quei rari momenti in cui viviamo completamente dentro il tempo e proprio per questo non lo avvertiamo più. Mettiamo fuori uso tutti quei piccoli ingranaggi che di solito si incastrano uno nell’altro e navighiamo senza sforzo nella vita lasciandoci sospingere dal vento. Sono i momenti dell’amore."
Nicolas Barreau, Con te fino alla fine del mondo



Ciao a tutti!
Le copertine dei libri di Barreau sono incredibilmente simili nel loro fascino. Una donna di rosso vestita e la Tour Eiffel sullo sfondo. Il contesto parigino è fondamentale in questi libri, e spesso lo è per le storie d'amore. Il mio terzo appuntamento con la penna di Nicolas Barreau si conclude proprio a Parigi. Con te fino alla fine del mondo è un libro letto su una seggiola ai Jardin des Tuileries, seduto sulla metropolitain, nel letto di un appartamento al Trocadéro, su una panchina di Place des Vosges. Leggere a Parigi, un libro che fa di Parigi la città che vede nascere una storia d'amore, è un'esperienza ancora più coinvolgente.
Qui Barreau si è superato. Un happy end era più che prevedibile, come nei precedenti libri d'altronde. In Con te fino alla fine del mondo, però, è necessario più acume e attenzione ai dettagli, per poter prevedere il finale, caratteristiche che i libri di Barreau non mi stimolano, da quanto sono perso in queste favole. Beh, il colpo di scena finale è maestoso e devo tributare un plauso all'autore che, a differenza de Gli ingredienti segreti dell'amore e Una sera a Parigi, sa tenere col fiato sospeso il lettore "fino alla fine": chi sarà la misteriosa donna che tiene in scacco le passioni amorose di Jean-Luc Champollion, affascinante gallerista di successo nonché vero e proprio "tombeur de femme"?
Lo scambio epistolare, in un mix sbilanciato di e-mail (un'infinità ne numero e nella lunghezza) e di lettere (poche ma decisive), assume i contorni del duello tra una cacciatrice che vorrebbe essere preda e un uomo che gioca spesso il ruolo del cacciatore ma è chiaramente alla mercé di questa donna, novella Cyrano de Bergerac, che lo rapisce ammaliandolo con la forza delle parole. È uno scambio serrato, senza tregua, che non trova pause in una vicenda ricca di eventi collaterali che sfiorano il tragicomico. Ma è sempre narrato con leggerezza: parliamo di un libro di evasione, un libro per fermarsi un po' a sognare. E poi c'è Parigi, Saint-Germain-des-Prés, la Gare de Lyon, Champ de Mars: sognare una grande storia d'amore come questa si può, soprattutto in una città come Parigi.
À bientôt!
Stefano

Giudizio: 10/10 ■■■■■■■■■■

lunedì 3 agosto 2015

Le petit macaron d'un lundi parisienne

"Se sei abbastanza fortunato di aver vissuto a Parigi da giovane, allora per il resto della tua vita ovunque andrai, questo ti accompagnerà, perché Parigi è una festa."
Ernest Hemingway

Bouquinistes della Rive Gauche

domenica 2 agosto 2015

Le petit macaron d'un dimanche parisienne

"Parigi è come un oceano. Gettateci una sonda e non ne conoscerete mai la profondità. Provatevi a percorrerlo, a descriverlo: per quanto sia grande la cura che mettereste nel percorrerlo, nel descriverlo, per quanto siano numerosi e interessanti gli esploratori di questo mare, vi si ritroverà sempre un luogo vergine, un antro sconosciuto, fiori, perle, mostri; qualcosa d'inaudito, insomma, dimenticato dai subacquei visitatori letterari."
Honoré de Balzac

Pont Alexandre III e l'Hotel des Invalides

sabato 1 agosto 2015

Il segreto svelato - La prima salita alla nord del Cervino

"Il monte dei monti s'è visto rapito l'ultimo segreto; ma esso s'innalza sempre là nella sua titanica mole, come eterno simbolo di coraggio e di forza e insieme come pietra miliare dell'alpinismo."
Toni Schmid

Piccoli nella grandezza di questa parete (© Christian Gisi/Mammut)

Nei giorni di festeggiamenti per i centocinquant'anni dalla prima salita del Cervino, mi è parso di cogliere nelle parole dei protagonisti molta attenzione alle imprese del 1865 di Whymper e Carrel e quella di cent'anni dopo di Bonatti. Potrei sbagliarmi, ma a volte, mi è parso di cogliere un po' di convenienza e di campanilismo nel voler ricordare principalmente queste pagine storiche di alpinismo. Nel ricordare la storia del Cervino poco spazio è stato dato, secondo me, ad un'altra grande impresa, la prima ascensione della parete nord, avvenuta nel 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.

La Via Schmid sulla "Matterhorn-Nordwand" (fonte: banff.it)

L'evoluzione alpinistica occorsa tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta (nelle tecniche e nei materiali) pose la parola fine sul mito della vetta da raggiungere ad ogni costo per spostarsi sul mito della parete. Era questa la nuova frontiera dell'alpinismo, questo il nuovo terreno di “competizione”. Le pareti settentrionali delle montagne, credo per motivi geologici, sono sempre state le più ardue da salire. E all'inizio degli anni Trenta, sei pareti nord di altrettante vette rimanevano mai calcate da mano umana: Cervino, Grandes Jorasses, Petit Dru, Eiger, Pizzo Badile e Cima Grande di Lavaredo. La prima di queste a venire inviolata fu proprio quella del Cervino, in un'impresa durata due giorni, tra il 31 luglio e il 1 agosto del 1931.

Strapiombi da paura! (fonte: mdettling.blogspot.com)

Di tecniche alpinistiche ne capisco assai poco e personalmente non so se in futuro mi avvicinerò al vero alpinismo, quello della scalata su roccia e su ghiaccio. Ma, guardando le foto della parete nord del Cervino, continuo a chiedermi come mai sia stata la prima di queste terribili pareti ad essere conquistata. Sembra così estremamente impossibile da vincere… e allora credo che il motivo sia nella natura stessa del Cervino, della sua bellezza e della sua leggenda, tale da renderla desiderio di ogni alpinista.
La nord del Cervino non ha la fama di un'altra terribile parete: la nord dell'Eiger. Fama che le deriva dal gigantesco carico di tragedie che l'accompagna, dal bivacco mortale di Mehringer e Sedlmeyer, alle valanghe che travolsero la cordata Hinterstoisser-Kurz-Angerer-Rainer, fino alla sciagura italiana di Claudio Corti e Stefano Longhi.
Eppure, qualche tentativo alla nord del Cervino, prima del 1931, ci fu. Uno dei più significativi fu nel 1923 da parte degli austriaci Alfred Horeschowski e Franz Piekielko, che, dopo aver superato il difficile tratto iniziale, furono costretti a causa della bufera a battersi in ritirata alla Capanna Solvay quando mancavano loro poche centinaia di metri a raggiungere la croce di vetta. Poi fu il turno di Kaspar Mooser e Viktor Imboden, che nel 1928 tentarono, con decisamente meno successo, una sorta di direttissima.

Una nuova alba sul Cervino (© Roland Hutter) - Notare l'inclinazione della parete nord, il profilo di sinistra

Poi arriva l'estate del 1931 e il tentativo dei fratelli Franz e Toni Schmid, due ragazzi di Garmisch, giovani ed animati da grande passione. Franz è il più esperto dei due, per età (Toni non aveva ancora compiuto 22 anni!) e per carriera alpinistica, avendo alle spalle già una prima importante come la nord dell'Ortles. Provengono da una famiglia povera e gli sponsor sono ancora ben lontani dal mondo alpinistico. Devono raggiungere Zermatt con mezzi propri, anzi, con le proprie gambe: il viaggio fino alla base del Cervino avviene in bici (le bici degli anni '30), sulle quali per cinque giorni trasportano tutto il materiale che serve loro per la scalata. È una fatica immane che li costringe ad un riposo forzato di qualche giorno all'alpe Staffel, prima di cominciare la salita, il 31 luglio.

Pendenze inimmaginabili (fonte: mdettling.blogspot.com)

È ancora notte quando I fratelli Schmid si avviano nel loro tentativo di salita. Partono con due corde da 40 metri, una quindicina di chiodi e molte provviste: sanno che una notte in parete non è un'ipotesi da scartare. Il primo tratto, nella parte inferiore della parete, è il più difficile da superare, un enorme strapiombo ghiacciato che va perdersi nella verticalità di questo incredibile muro di roccia. La salita è lenta, mai scorrevole, soprattutto faticosa. La fatica è tutto fuorché un alleato in questi casi, tuttavia i due fratelli bavaresi arrivano al crepuscolo indenni – nonostante un incidente che avviene a Toni, al quale viene meno l'appoggio sotto ai piedi e per miracolo riesce a rimanere aggrappato alla parete. Con grande fatica, raggiungono una piccolissima cengia (“nemmeno un metro quadro di superficie sospesa sull'abisso”) a circa trecento metri di distanza dalla cima, sulla quale possono trascorrere la notte. Ma questo non è dormire. È sperare che l'indomani non li colga il maltempo, è passare il tempo ad augurarsi che le difficoltà maggiori siano state oltrepassate.

La parete nord e i suoi conquistatori (fonte: bergleben.de)

Con le mani contratte dalla morsa del gelo dei quattromila metri di quota, Franz e Toni riprendono l'ascesa sull'ultimo inclinatissimo tratto di salita. Le ultime centinaia di metri non sono affatto facili. Non vi è molta roccia percorribile, le fessure sono poche e quindi devono tornare sulla neve. Meno di cento metri in quattro ore, un'eternità. E intanto, sta per scatenarsi la tempesta. Tramite una serie di canali innevati misti a tratti di roccia liscia, i fratelli Schmid, avvolti dalla nebbia e della bufera, raggiungono dunque alle 14 l'agognata vetta. La parete nord del Cervino è loro, il loro nome sarà scritto per sempre nella storia dell'alpinismo.

L'agognata vetta (fonte: panoramio.com)

C'è ancora una tempesta da combattere, ma dopo aver vinto gli strapiombi della nord, riparare sulla Capanna Solvay nella bufera è quasi un gioco da ragazzi. Franz e Toni Schmid, arrivano a Zermatt due giorni dopo la vittoria, accolti da una folla festante, ancora incredula per una conquista che ha dell'impossibile.
Toni Schmid morirà meno di un anno dopo sulla parete nord-ovest del Wiesbachhorn, mentre il fratello maggiore Franz morirà nel 1992 dopo aver salito altre duemila montagne.

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