sabato 20 luglio 2013

Sorrisi dolomitici: sette aneddoti da ricordare

Ciao a tutti!
Una settimana di cammino, tra meravigliosi monti come quelli dolomitici, porta con sé un insieme di ricordi magnifici, panorami mozzafiato e visioni da brivido, posti indimenticabili e scenari indelebili. Un viaggio come questo, comunque, contiene anche gli istanti che non è la natura a regalarci, ma l'umanità e tutte le sue variegate sfaccettature: aneddoti, racconti, discorsi, novelle che poco hanno a che fare con l'Alta Via ma che strappano un sorriso e spesso restano impressi nella memoria più delle montagne stesse.
La tradizione è partita proprio l'anno scorso in Dolomiti (vedi post dell'11 agosto 2012) ed è continuata a Barcellona, in occasione della maratona (vedi post del 4 aprile 2013). Voglio continuare ora, con i migliori aneddoti provenienti dalle Dolomiti dell'Alta Via n.3.

1. La verdura. Quando ho visto questa cosa non ci volevo credere, non pensavo che mente umana potesse concepire tutto ciò. Tappa 6: entro al Rifugio Casera di Bosconero, sistemo il sacco a pelo sul letto e cerco di fare ordine sommario nello zaino in vista della tappa del giorno dopo. C'è un'incombenza da risolvere, comunque, quella di sempre: svuotarsi. I bagni sono in fondo alla camerata; mi fiondo e noto che ce ne sono due, con dei disegni alle porte. Quando realizzo, rimango allegramente allibito: i disegni erano, per ciascuna porta, quelli di un pisello e di una patata. Il loro significato, lo lascio interpretare a voi lettori.

Pisello vs. patata...


2. Il ritorno. Questo è un episodio già raccontato in precedenza (vedi post del 5 luglio), ma lo ripropongo, è è stato un bellissimo momento di quest'Alta Via. Tappa 4: arrivo al Rifugio Venezia, entro e mi guardo attorno, respiro tutta la familiarità di questo posto, in cui ero già stato l'anno scorso durante il trekking che mi ha portato dal Passo Falzarego ad Alleghe. Mi annuncio alla gestrice e provo a ricordarle che ero già stato l'anno scorso con gli escursionisti del CAI UGET Torino. Non insisto ma non si ricorda. Beh, è passato un anno da allora, in fondo di facce ne passano tante, sempre nuove e probabilmente migliori della mia: effettivamente non vedo perché dovrebbe ricordarsi proprio della mia. Allora "se dico che sono celiaco magari ti ricordi!" E la lampadina si accende: "Ah si, tu eri seduto in fondo alla sala, una sera ti abbiamo fatto aspettare un'ora la cena... E la focaccia bruciata...". Come sentirsi a casa...

In partenza dal Rifugio Venezia


3. Il furto. Sembra incredibile come i piccoli episodi come questi possano creare una risata a livello internazionale. Tappa 6: all'arrivo al Rifugio Casera di Bosconero, la gestrice mi impone (come in ogni rifugio, d'altronde), di indossare le ciabatte all'interno della camerata e non gli scarponi. Vedo delle ciabatte vicino all'ingresso. Di tutti i tipi, ma ce ne sono alcune molto graziose. Vedo un paio che mi aggrada e lo indosso. Di lì a un'ora ritorna in rifugio un alpinista tedesco, facente parte di un gruppo di cinque. E immediatamente mi segnala che le ciabatte erano sue. Finisce qui? No... lo stesso identico episodio accade anche a Liz e Martin, che indossano (successivamente) altre due paia di ciabatte, proprio di due altri alpinisti tedeschi! Il tutto si risolve in una grassa risata di cuore, tra persone provenienti da tre nazioni diverse: Italia, Germania e Gran Bretagna. Solo la montagna può tanto.

Il Rifugio Casera di Bosconero


4. Il carico. Per la serie, prendiamoci un po' meno per i fondelli. Tappa 1, ora di pagare il rifugio (Vallandro). Come spesso accade, si fanno due parole con il rifugista, si parla di meteo, di come vanno gli affari in rifugio, di mete da raggiungere il giorno dopo, di progetti. A tal proposito, parlo alla rifugista del mio percorso. Ad un certo punto le dico "Eh si, le prime tappe, con lo zaino completamente carico, sono sicuramente più dure". Lei mi chiede "Ma quanto pesa?" e io le rispondo "Eh... ventuno chili". E tutta divertita chiude così: "Ventuno? Come alla naja!?!". A me non faceva così ridere.
5. L'età. Episodio simpatico ma che fa riflettere sul futuro della montagna. Tappa 2, è ormai sera avanzata al Rifugio Vandelli e si parla delle iniziative (fatte e non fatte) dalla Sezione di Venezia del CAI. Io sottolineo la quasi totale (e preoccupante) assenza di giovani in montagna e anche all'interno del Club Alpino Italiano. La rifugista replica, in tono ironico ma anche infastidito per la situazione in cui versa il CAI, così: "Ma cosa vuoi pretendere? Nel direttivo della Sezione di Venezia la persona più giovane avrà l'età di mio padre". Settantenni al comando: ma non è lo specchio dell'Italia?
6. Il piatto. Talvolta ci sono simboli che sono così "internazionali" che possono risolvere le discussioni tra persone di diversa nazionalità. Questo è un aneddoto raccontatomi da Liz e Martin ed è successo loro in un altro rifugio dolomitico. La rifugista di turno vuole proporre loro carne di cervo, ma non sa come esprimersi ai suoi clienti in lingua inglese. Nemmeno io so come si traduce "cervo" in inglese, sinceramente. Qui, il colpo di genio della rifugista: "Bambi!". Chapeau.
7. Il crollo. Posso capire le differenze linguistiche tra l'area "austriaca" e quella "italiana" delle Dolomiti, ma al contempo penso che comunque ci troviamo in Italia ed è sacrosanto pretendere che i miei connazionali conoscano l'italiano. Tappa 1, all'arrivo al Rifugio Vallandro la rifugista mi chiede da dove vengo. Si mostra interessata alla regione di provenienza di ogni escursionista che lì trova riparo e logicamente le rispondo "Piemonte". La risposta che mi fa cadere le braccia (e non aggiungo altro): "Ma come si scrive?".

A presto!
Stefano

venerdì 19 luglio 2013

Non è solo questione di gambe

Ciao a tutti!
Un'altra Alta Via è stata conclusa, la seconda in due anni. Tutto frutto della mia profonda passione per la montagna, per i paesaggi che la dipingono in tutta la sua bellezza. Questa passione mi permette di fare sacrifici notevoli, anche dal punto di vista di fisico, per riuscire ad arrivare perfettamente preparato a questi momenti. Chi viene in palestra con me sa bene a che allenamenti massacranti mi sono sottoposto per arrivare al top della forma fisica. Palestra, corsa e montagna stessa sono le tre vie per allenare testa, cuore, polmoni e gambe, le componenti per arrivare fino al fondo di un'Alta Via senza alcun problema (o quasi, la fatica c'è sempre e non è possibile evitarla).
Beh, non ci si ferma qui. Non è e non può essere esclusivamente merito mio. Ci sono cose che vanno oltre il semplice aspetto fisico che viene coinvolto in un percorso come questo. C'è il costante incoraggiamento dei miei amici, c'è il sostegno della mia famiglia (nonostante un eccesso di preoccupazione, a parer mio), c'è la continua ed immancabile vicinanza di Giulia, senza di lei sarebbe stata un'avventura ancora più solitaria. Possono essere piccole cose, ma non è così, il sostegno morale è importante. Non solo conforto o supporto, anche solo chiedere "come va?", una piccola faccina su WhatsApp, o un "ti amo" o "torna presto" sono ciò che più fornisce energia vitale per raggiungere il traguardo.

E anche l'Alta Via n.3 delle Dolomiti è dominata!

Quindi, il mio doveroso ringraziamento va ad Edoardo, il quale, nonostante tutte le maledizioni lanciategli sulle rampe della palestra Jump in Fit di Vigone, dove mi alleno, è uno degli artefici primari del completamento dell'Alta Via dei Camosci.
Un caloroso "grazie" lo devo anche ai miei colleghi: in primis al mio superiore con il quale ho dovuto lottare un pochino per ottenere le ferie, ma sa che queste avventure sono per me esperienze tonificanti; dopodiché grazie ovviamente anche ai miei colleghi che so aver sofferto un po' la mia assenza in ufficio (si parla di lavoro, si intende...).
E poi, ci sono loro, il cuore dell'Alta Via: i rifugi. Anche quest'anno, come in Valle d'Aosta l'anno scorso ho trovato grande accoglienza nei rifugi alpini e per questo voglio ringraziare lo staff del Rifugio Vallandro, del Rifugio Alfonso Vandelli, del Rifugio Venezia, del Rifugio Dolomites e del Rifugio Casera di Bosconero. Senza dimenticare i due alberghi che mi hanno ospitato, l'Hotel Heidi di Dobbiaco (BZ) e l'Hotel Villa Ines di Borca di Cadore (BL).
Ci tengo particolarmente a ringraziare tutti gli enti che mi hanno fornito preziose informazioni sul percorso, specie quest'anno in cui è caduta un sacco di neve in primavera: gli uffici IAT di Auronzo di Cadore, di Belluno, di Cortina d'Ampezzo, di Longarone e San Vito di Cadore, nonché la guida alpina Michele Zandegiacomo.
E, the last but not the least, le persone che mi hanno facilitato l'Alta Via, dopo due errori di percorso, concedendomi un passaggio in macchina. Senza di loro, avrei accumulato una dozzina di chilometri in più, e nelle tappe chiave. Non è una cosa da poco, quanta altra fatica avrei dovuto sopportare in più?
A tutti quanti, il mio più sincero GRAZIE.
A presto!
Stefano

giovedì 18 luglio 2013

Freccia gialla sulla Luna

Ciao a tutti!
Non potevo che trovare oggi la migliore ispirazione per il post in cui racconto l'avventura in Francia di domenica, in occasione dell'arrivo del Tour de France sul Mont Ventoux. L'avevo già scritto, domenica, che saremmo stati laggiù, in cima al Gigante della Provenza (vedi post). Ed ora, proprio a pochi minuti dal termine dello spettacolare tappone alpino con l'arrivo a L'Alpe-d'Huez, arriva il momento di raccontare tutto, di narrare il grande spettacolo della Grande Boucle.

Re del Tour e del Ventoux: è la maglia gialla Christopher Froome a trionfare sul Gigante della Provenza

Partenza da Airasca alle ore 5, con me i compagni di sempre durante le corse ciclistiche, Daniele e Davide, più la new entry Fabrizio. La levataccia è faticosa, ma dopo sette anni di viaggi al seguito del Giro d'Italia e del Tour de France, so bene che sono tutti sforzi che valgono la pena. Soprattutto quando si parla del Tour, dove il ciclismo sembra quasi essere lo spettacolo che diventa contorno del vero show, ossia la grande folla che attornia le strade di Francia.

Tra le ginestre lungo la discesa del Col de Macuègne, spunta lui, il Mont Ventoux


Il viaggio per arrivare a Sault è veramente lungo, si impiegano dalle cinque alle sei ore di auto. Fortuna che ci pensano i miei compagni di avventura ad allietare la trasferta, con le stupide battute di Davide o rivisitazioni dei nostri film preferiti, Fantozzi su tutti. Senza dimenticare i momenti revival della prima trasferta al Ventoux nel 2009, quando il solito idiota di turno pensava (puntando su anche qualche euro) che un banale canale ghiaioso fosse il leggendario gigante della Provenza, che ridere... Anch'io non scherzo, comunque. Sono convinto di essere andato solo l'anno scorso sul Ventoux: sono sempre lì a dire "l'anno scorso"...ma era quattro anni fa.

Il paesaggio "lunare" del Ventoux: solo pietre bianche in vetta


Si devono salire due passi, Sestriere e Montgenèvre, per arrivare a Briançon. Nella città delle famose fortificazioni di Vauban, comincia l'infinito tratto tratto di strada che conduce a Sisteron, attraversando buona parte della valle della Durance. Da Sisteron ci si immette nella valle dello Jabron: qui il paesaggio cambia completamente. Si passa in quella che è la vera Provenza; le montagne sono spoglie, i campi di lavanda sono in fiore e lungo le strade si ammirano le tipiche case dai mattoni chiari. Una vacanzina in Provenza è da segnare sul taccuino delle cose da fare in futuro. La stretta vallata che conduce a Sault sembra non finire mai, ma quando sono circa le 10, arriviamo finalmente allo stretto incrocio con un segnale "Mont Ventoux, 26".


Due grandi sconfitti dal Ventoux: il plurivincitore della Grande Boucle Alberto Contador e la maglia a pois Pierre Rolland


Da lì inizia il lungo tratto che in teoria porta a Le Chalet-Reynard. Questa località si trova a poco più di sei chilometri dall'arrivo; fin lì non si riesce ad arrivare, vuoi per motivi logistici (tratto di strada già chiuso dalla sera precedente), vuoi per motivi di folla. Il Mont Ventoux è una delle salite simbolo del Tour de France, la sua cima spoglia affascina tanti tifosi, lassù si è scritta la storia e solo i grandi hanno vinto. Non è facile parcheggiare: tra gendarmi, macchine in ogni dove e tifosi già deliranti, riesco a fare le giuste manovre per riuscire ad infilare la mia Meriva nella migliore fessura possibile.


I migliori esempi di bomberismo da Tour de France

Il tratto di strada percorso a piedi fino a Le Chalet-Reynard non è sicuramente esaltante, ma sono i chilometri che servono per giungere ai piedi del Ventoux. Si fa in fretta a capire quando si sta per entrare nella mitica strada che da Bédoin porta in cima al "Géant de Provence": la folla aumenta, iniziano a vedersi i primi gendarmi. E poi, si vede in lontananza l'osservatorio meteorologico in cima, quello che dà al Ventoux la sua famosa skyline.

Il regno delle Union Jack

Da quel momento inizia la grande festa che contraddistingue il Tour de France, ovunque si vada: bandiere di ogni nazione (quest'anno forte prevalenza per la britannica Union Jack, a dimostrare tutto il grande tifo inglese per la maglia gialla Christopher Froome), alcol a litri, camper addobbati con i vari colori delle maglie del Tour, bimbi che si divertono a colorare con i pastelli il nero asfalto del Ventoux. Famiglie iperorganizzate che grigliano lì, sul ciglio della strada, tifosi vestiti nei modi più strampalati, classici esempi di bomberismo. Ma l'Oscar ai migliori tifosi lo do sicuramente ai tifosi tedeschi di Rothenbuch (piccolo comune bavarese di poco più di duemila abitanti), cinque attempati suonatori che diventano una vera orchestra alimentata a litri di birra (vedi foto sotto). E un plauso va doveroso anche ai tifosi di Cadel Evans: nonostante il loro beniamino non sia in forma e fuori classifica, loro sono sempre lì ad applaudirlo e a sostenerlo.

Direttamente dalla Baviera, i tifosi più pazzi del Ventoux


E poi, ciclisti, ciclisti,ancora ciclisti. Tantissimi, a voler salire su quella montagna per poter tornare a casa e dire "Io ce l'ho fatta a salire laggiù!". Migliaia le bici in cima; se devo essere sincero, creano anche non pochi problemi, ma come vietare ad un appassionato della bici di arrivare sull'asperità che ha reso leggenda il più grande scalatore di sempre, Marco Pantani...

Anche sul Mont Ventoux, si risponde PRESENTI!


La salita prosegue divertita, è impossibile non sorridere di fronte ai variopinti e a tratti imbarazzanti costumi dei tifosi. C'è divertimento anche per un novizio dell'ambiente ciclistico come Fabrizio, nonostante soffra i chilometri di ascesa. Non solo folklore: quando ci si avvicina ai tre chilometri dall'arrivo, è la nuda pietra del Ventoux che rende magico tutto: la vegetazione è pressoché nulla, solo qualche sparuto cespuglio o qualche fiorellino diventano gli ultimi residui di flora presente. Solo pietra. Un deserto di pietre bianco-grigie. Sembra di stare sulla Luna, è un panorama unico: non a caso, è stata nominata "riserva di biosfera" dall'UNESCO.

Ancora lunga la strada per il Gigante...


L'arrivo sul Ventoux è sempre un'emozione per chi, come me, ha scoperto questo isolato monte quasi tredici anni fa (era il 13 luglio 2000) quando Marco Pantani, dopo un'azione epica, superò sulla linea d'arrivo Lance Armstrong. Vedere quell'ultimo tornante, con l'arrivo sullo sfondo è ossigeno per ogni tifoso di ciclismo, proprio lì dove l'ossigeno scarseggia eccome.
Non è facile trovare un posticino per poter osservare in posizione privilegiata l'arrivo della tappa. Siamo fortunatissimi a trovare uno spazio a circa 150 metri dall'arrivo. Più di così era obiettivamente difficile. Ho pure lo spazio per stendermi un pochino a terra, per riposare le gambe. C'è da mettere in conto anche una dozzina di chilometri da fare a piedi fino alla macchina, e il viaggio di ritorno: un po' di riposo non può che far bene.

Certi costumi si commentano da sè: tutto il folklore del tifo del Tour de France in una sola foto


Il riposo però non può durare tanto: di lì a poco inizia il passaggio della carovana pubblicitaria del Tour de France. Una festa per tutti, dai piccoli ai grandi. Sempre molto gioiosa, ma quest'anno in misura minore. Pochi gadget lanciati, meno casino da parte degli sponsor stessi, se non per alcune solite eccezioni come Carrefour, Vittel e Cochonou. La tappa è molto veloce: quando la carovana sta per transitare sul Ventoux, il gruppo dei corridori si trova già sulle prime rampe della salita.

Tutta la fatica del Mont Ventoux sui volti di Peter Velits e Maxime Mederel


La tappa di oggi è una lunga cavalcata della maglia gialla, Christopher Froome, il keniano naturalizzato inglese che sta letteralmente sbaragliando la concorrenza in questa centesima edizione del Tour de France. Il mio pronostico andava per lui, e non mi sono sbagliato, tanto quanto avevo indovinato la vittoria di Vincenzo Nibali sulle Tre Cime di Lavaredo (vedi post del 26 maggio 2013). Facile indovinare, quando le premesse sono queste: è sicuramente lui il più forte in salita. Lo dimostra a sette chilometri all'arrivo, quando fa il vuoto con una delle sue accelerazioni staccando tutti. Solo il funambolico scalatore colombiano Nairo Quintana riesce a rimanere alla sua ruota. Solo per qualche chilometro, poi Froome fa il vuoto e arriva ad alzare le braccia al cielo in totale solitudine, in mezzo ad una folla festante.
Ho denotato un bel sentimento del popolo del ciclismo nei confronti di questo ragazzo che ha lottato per sudare in bici, lui che solo qualche anno fa non aveva neanche un contratto con una squadra e ora combatte per conquistare un posto nell'albo d'oro della Grande Boucle: è una persona umile ma non disdegna mai di attaccare e di dimostrare la voglia di arrivare per primo. Un bel personaggio, può diventare un punto di riferimento per le corse a tappe. Un grande professionista: impressionante la sua magrezza e la facilità di pedalata in salita: non è un caso che quando la strada sale, sia il numero uno. Personalmente, mi auguro di vederlo il prossimo anno a combattere con il nostro Vincenzo Nibali per la vittoria del Tour de France.

Una lunga striscia di folla lungo le rampe del Mont Ventoux

Come sempre al Tour, il tifo non manca mai, per nessuno, francese, americano o giapponese. Si, ok, quando passa Thomas Voeckler, il beniamino dei francesi, c'è il boato, ma ogni corridore viene sostenuto da incitamenti continui. Io mi distinguo un po' dalla massa e quando passano Alberto Contador ed Andy Schleck un bel "dopato!" non glielo risparmio.
Mi piacerebbe tornare con un post sull'argomento doping, proprio ora che vengono discusse le prestazioni di Froome e la nazionale giamaicana di atletica leggera sta per essere praticamente smantellata. Considero il doping una legge non scritta del ciclismo, cioè "no doping, no vittorie". Accetto di andare a vedere uno spettacolo che si può anche definire fittizio, ma non tollero la falsità e la menzogna. Non accetto che i corridori, colti sul fatto (potremmo dire: con le mani nelle scatole dei farmaci), neghino l'evidenza, dando la colpa a chissà quale preparatore atletico, o a chissà quale bistecca contaminata o ancora al presunto integratore assunto per sbaglio. Non prendiamoci in giro, se un ciclista (o un qualsiasi altro sportivo) viene trovato positivo ai controlli antidoping, è bene che lo ammetta. C'è chi l'ha fatto, ha pagato, ed è tornato a vincere. Un esempio su tutti, Ivan Basso.

Ultima foto ricordo sul Ventoux. E un saluto, alla prossima tappa!

Il viaggio di ritorno è un calvario sotto tutti i punti di vista, ma rimarrà sempre un bel ricordo. Quando si è in compagnia, e la compagnia è ottima, la memoria del viaggio non può che essere positiva.
Ne accadono di ogni genere: mentre siamo ancora in cammino verso la macchina incontriamo la strada bloccata a causa di un incidente (notare: pochissimi tifosi italiani e di conseguenza nessuna polemica per la coda di quattro-cinque chilometri formatasi); in auto, un po' di rallentamenti prima e un incredibile temporale dopo, proprio nel tratto di strada più tortuoso. Si prosegue con una cena in un penoso autogrill francese (qui lo devo proprio dire: "Italians do it better!!!") che aumenta il mio livello di antipatia verso la popolazione transalpina in generale. All'autogrill non sono capaci a farti un caffè come si deve, lo devo prendere alla macchinetta: faceva letteralmente schifo e l'effetto è un bel twist nello stomaco, fino a casa. E poi, le solite fermate per far rilassare un altro stomaco, quello di Dado, sempre soggetto a strani movimenti quando i tornanti impazziscono.
Sono quasi le tre quando arrivo a casa. Non sono in grande forma, forse la condizione del momento non era che l'avvisaglia di ciò che mi aspettava di lì a pochi giorni. Ma ritorno ancora una volta dalla Francia con una grande gioia, anche stavolta la fatica è stata ripagata dalla solita grandissima festa che solo la Grande Boucle sa regalare a milioni di appassionati di ciclismo.
Buona serata a tutti!
Stefano

La possibilità

Ciao a tutti!
La malattia porta in sé qualcosa di positivo, per fortuna. La permanenza forzata a casa causa bronchite mi ha dato la possibilità di tornare ad apprezzare piccoli piaceri della vita che non vengono contemplati dal mio ormai consueto stare all'aria aperta, dall'avventura e dal mio moto perpetuo. Beh, questo "piccolo piacere", il cinema, è da molto tempo una mia passione. E mi rendo conto aver recentemente trascurato questo aspetto della mia vita.
Ieri sera consulto la programmazione televisiva della serata e mi imbatto in una scelta difficilissima. La vita è bella di Roberto Benigni o Million Dollar Baby di Clint Eastwood: due film a loro modo complessi ma entrambi strappalacrime. Punto per il secondo, il primo l'avrò visto decine di volte. E il risultato finale lo conosco già. Il film di Eastwood, premiato quattro volte agli Oscar 2005 (miglior film, miglior regia, migliore attrice protagonista Hilary Swank, miglior attore non protagonista Morgan Freeman)è un semplice capolavoro che racchiude in poco più di due ore tutta la cruda realtà della nostra esistenza su questo mondo.
E mi imbatto, a pochi minuti dalla fine in questa frase, in questo intenso "cineaforisma", che segue nel post.

Lo voglio dedicare, senza alcun tipo di cattiveria o di remora, a tutti coloro che mi ritengono pazzo quando pratico le mie avventure in solitaria in montagna, pensando che questa debba essere a tutti i costi la mia morte.

"Quando è entrata da quella porta aveva solo coraggio e nessuna possibilità di diventare quello che voleva. Un anno e mezzo dopo lei ha combattuto per il titolo mondiale, il merito è tuo. La gente muore ogni giorno, Frankie, mentre lucida il pavimento o lava i piatti, sai qual è il loro ultimo pensiero? -Non ho mai avuto un'occasione-. Invece grazie a te Maggie ce l'ha avuta e se morisse oggi sai quale sarebbe il suo ultimo pensiero? -Ho avuto l'occasione che volevo-."
da Million Dollar Baby (2004) di Clint Eastwood, sceneggiatura di Paul Haggis

La possibilità: dal Monte Rite, sguardo sul Monte Pelmo

mercoledì 17 luglio 2013

Ultima puntata in Val Tovanella

Ciao a tutti!
Raramente credo di aver vissuto sensazioni in montagna come quelle dell'ultima e conclusiva tappa dell'Alta Via, dal Rifugio Casera di Bosconero a Longarone. Brividi puri ed energiche scariche di adrenalina, saranno il tema dell'ultimo post-racconto dell'Alta Via delle Dolomiti.
Si parte presto e con un briciolo di malinconia: è l'ultima tappa che va a chiudere una settimana stupenda. E saluto un luogo fantastico, per me sconosciuto fino ad allora, il Rifugio Casera di Bosconero. C'è anche, come dire, un pochino di commozione, quando saluto per l'ultima mattina Martin e Liz, i due escursionisti inglesi incontrati lungo l'Alta Via e che accompagnato e allietato le serate in rifugio, dal Vandelli fino al Casera di Bosconero. Di loro non avevo ancora parlato nel blog (se non sbaglio), ma presto rimedierò.

L'impressionante ghiaione che conduce alla Forcella de la Toanella, sotto l'altrettanto impressionante Sasso di Toanella

Il sentiero ricomincia nel bosco nel quale si era conclusa la sesta tappa (vedi post del 7 luglio 2013), subito in salita. Si deve risalire la Val Toanella, per poi infilarsi, una volta uscito dalla boscaglia, lungo un ripidissimo canalone ghiaioso stretto tra le pareti a strapiombo del Sasso di Bosconero e del Sasso di Toanella; quest'ultimo, fa veramente impressione. Ci cammini a fianco, e altrochè se ti senti piccolo... Sono circa settecento i metri di dislivello che separano il rifugio dal Forcella de la Toanella, posta a 2150 metri di quota. E sono tra i più duri dell'intero percorso, affrontare in salita un tipico ghiaione dolomitico è sempre impresa dura e faticosa, il piede tende sempre ad arretrare un po' una volta che lo scarpone affonda nella ghiaia. C'è fatica, ma c'è anche tanta sorpresa a salire questa "forcella": si scoprono nuovi scorci di Dolomiti, quelli dell'impressionante Sasso di Toanella e della Val di Zoldo. E c'è anche parecchia soddisfazione in cima: questa dovrebbe essere l'ultima vera salita dell'Alta Via. Dopo, solo più saliscendi appena sotto le creste che separano Val di Zoldo e Val Tovanella. E invece non sarà così, non sarà tutto così facile, il bello deve ancora arrivare.

Lo spettacolare panorama dalla Forcella del Viaz de le Ponte


Si scende per un discreto tratto in Val Tovanella, un percorso nervoso che assomiglia molto a quello affrontato il giorno prima scendendo dalla Forcella de la Calada. Il sentiero è stretto, accompagnato dai numerosi baranci a bordo strada, e alterna discrete salite con lunghi tratti di discesa, sempre intorno alla quota di duemila metri. Poi, il tratto attrezzato, appena superata la Forcella del Viaz de le Ponte. Altrochè dieci metri di fune in ferro come ci ha indicato la sera prima la gestrice del rifugio. Questa è una vera e propria via ferrata! Il casco è appeso allo zaino e l'imbrago è in fondo ad esso. Che faccio? Mi attrezzo anch'io? No, proviamo così e inizio la discesa lungo questo canalino. Non è lungo dieci metri, col cavolo! Saranno almeno cinquanta... E lo zaino ingombrante non mi aiuta. Ma lo si supera, anche in maniera migliore rispetto a come l'avevo immaginato pochi minuti prima. A ripensarci, sarebbe stata una passeggiata di piacere fossi sceso con lo sguardo verso le rocce, sarebbe stato sicuramente più comodo. Va beh, esperienza per il futuro.
Ma non finisce qui: il cammino riprende deciso verso sud, verso Longarone. E trovo altri tre tratti attrezzati con funi. Ma non sono funi messe lì tanto per dare una mano a chi soffre di vertigini, sono basilari per la propria sopravvivenza. E il primo tratto beh... mi ha fatto veramente incazzare. Sia io che i miei compagni d'avventura inglesi chiedemmo alla gestrice del Rifugio Casera di Bosconero: "Ci sono tratti attrezzati dopo la Forcella del Viaz de le Ponte?", "C'è da fare un passo del gatto?". Risposta: "No, assolutamente!". Ed alla fine, eccolo lì, il passo del gatto. Provo a passare con lo zaino: niente, non ci passo. Non resta che l'estrema ratio.
Via lo zaino. Passo io. Tiro lo zaino. Rimetto lo zaino. Passo del gatto superato.

Passo del gatto: superato!


Finito? Naah. Altri tre tratti attrezzati con le funi di ferro. Alcuni di essi veramente complessi, specie vista l'esposizione e la difficoltà del sentiero. Ma li supero, anche quelli. Dopo tre tratti del genere, inizio a pensare alla conclusione della fatica. La cresta rocciosa che corre verso sud sembra abbassarsi. Dai, la fine è vicina. Anche il Bivacco Tovanella, che segnerebbe la fine del tratto difficile della tappa, non può essere lontano.
C'è solo più uno scollinamento da affrontare, la Porta de la Serra, a 2050 metri di quota. Io vado avanti, seguo le tracce ed entro in un grande circo di ghiaia, il Vant de la Serra. Inizio a perdere quota, tra il mio malumore: quota persa vuol dire anche quota da riguadagnare. Continuo a seguire le tracce, ma non salgo più. Ad un certo tratto vedo un segnavia biancorosso, il classico segnavia che si trova in montagna. Bene, sono sulla buona strada.
Invece no: compare un numero sul segnavia, il n°477. Che non è quello giusto, il n°482. Cazzo... Guardo la cartina: proprio così, sentiero sbagliato. Guardo l'altimetro, sono già anche bello lontano. Che fare? Tornare su, perdendo una bella oretta? O vado giù fino alla SP251 che collega Forno di Zoldo a Longarone? Non ci penso un attimo: opzione n°2! Via tra i boschi, tra i fitti boschi della Val Tovanella, fino ai Casoni, frazione di Forno di Zoldo. Un sentiero dapprima infastidente, talmente è nascosto nel bosco. Poi si apre, diventa una comoda carrozzabile fino alla provinciale.

Piccolo piccolo, sotto il Sasso di Toanella


Da lì mancano circa otto chilometri circa di strada. Avrei anche potuto farmeli a piedi, ma ormai questa non è più Alta Via, qui non c'è più nessuna montagna attorno, nessuna salita da conquistare, mi ritrovo su una provinciale. Vai con l'autostop, ancora una volta. E stavolta sono estremamente fortunato, al primo colpo si ferma un Nissan Qashqai che mi accompagna fino alle porte di Longarone, quanto basta per ridurre il tratto a piedi ad una manciata di minuti.
Sono quelli i minuti che, seppur non abbia seguito negli ultimi chilometri il tracciato irregolare, rimangono sempre i più intensi. La tristemente nota diga del Vajont appare verso est, e capisci che ci sei, che hai finito, che la fatica è conclusa e hai raggiunto il traguardo. Ancora una volta, qualcosa di grande è stato portato a termine.

La diga del Vajont sullo sfondo: Longarone è raggiunta


E per quest'estate è solo l'inizio. Pirenei, Austria... "Speriamo", dico. Ora, a poco più di una settimana dall'arrivo a Longarone, mi trovo in condizioni fisiche non eccelse, e non per l'Alta Via, ma per la bronchite che mi ha colpito ad inizio settimana. Ma prima di partire, c'è ancora molto da dire e da scrivere sull'Alta Via n.3 delle Dolomiti. Uno dei pochi buoni motivi, se vogliamo vedere positivo, per starsene a casa con il bel tempo.
A presto!
Stefano

martedì 16 luglio 2013

Bronchite, welcome back!

Ciao a tutti!
Dopo due anni e mezzo, eccola che ritorna. Che cosa? La bronchite. E lo fa nella maniera peggiore, o meglio, nei tempi peggiori. D'estate! Insopportabile ritrovarsi in casa pieni di tosse, muco e catarro quando fuori ci sono trenta gradi e il sole domina la scena. E come se non bastasse, fra una decina di giorni ci sono i Pirenei. Per ora, quattro giorni di riposo, nella calura di casa. Poi si vedrà, ma conto di essere più che pronto per il 26 luglio, data di partenza per Gavarnie.
Tutta colpa, penso io, della diffusa aria climatizzata che affolla i locali pubblici d'estate. Soprattutto quella di Trenitalia, che mi ha costretto ad un lungo viaggio in treno in condizioni tutt'altro che ottimali: in piedi, tra due cabine, preso a mo' di sandwich tra calde folate di afa provenienti dalle porte e correnti d'aria fresca provenienti dalle cabine. Più tutti i vari sbalzi termici, passando da un locale climatizzato al caldo afoso della pianura torinese.
Già sabato, le prime avvisaglie. Domenica, la conferma che c'era qualcosa che non andava, non è da me doversi soffiare il naso per venti-trenta volte al giorno. Lunedì, i primi colpi di tosse. Profonda, intensa. Oggi, il colpo di grazia finale: febbre, stanchezza diffusa, tosse e mal di gola manco fosse gennaio. La diagnosi del dottore è arrivata, implacabile. Sinceramente un po' me l'aspettavo: bronchite, e quattro giorni di stop dal lavoro. Un po' a letto, come è giusto che sia quando si deve riposare. Un po' davanti allo schermo del pc: ho ancora molte cose da narrare.
A presto! (...coff coff!)
Stefano

domenica 14 luglio 2013

Vive le Tour!

Ciao a tutti!
Dopo le avventure al Giro d'Italia (e che avventure!), tocca completare l'opera per il 2013 con il Tour de France. Il giorno prescelto è quello di oggi (peraltro festa nazionale francese): nella centesima edizione della corsa a tappe più importante del mondo si arriva in cima ad un monte in cui si sono scritte pagine memorabili di ciclismo, il Mont Ventoux.
Il gigante della Provenza ospiterà l'arrivo della quindicesima tappa, che partirà da Givors per arrivare, dopo 242 chilometri, sulle pendici di questa vetta alta 1912 metri, un'asperità che resta unica al mondo. In cima non vi è vegetazione, zero. Solo pietra, sembra di stare sulla Luna. Non sono le pendenze a rendere dura la corsa, ma il tipico clima torrido della Provenza e soprattutto l'ossigeno rarefatto dovuto all'assenza di flora. Componente micidiale per tutti, nessun ciclista escluso.
Al Mont Ventoux sono legati momenti di grande storia del ciclismo, come la vittoria nel 2000 di Marco Pantani, vissuta incollata davanti alla televisione come era solito per me fare in occasione delle imprese del Pirata. Qui non si vince "by chance", ma solo perchè si è grandi campioni: l'albo d'oro degli arrivi di tappa al Ventoux parla chiaro: Charly Gaul, Raymond Poulidor, Eddy Merckx, Bernard Thévenet, Jean-François Bernard, Marco Pantani, Richard Virenque, Juan Manuel Garate. Non solo gioia sul Monte Ventoso, anche tragedia, come la morte di Tommy Simpson.
Siamo ora in viaggio per Sault, dove ci incammineremo verso il traguardo. Il viaggio è ancora lungo, ancora circa quattro ore di macchina. Per ora cerco di allietarlo con qualche foto tratta dalla pagina Facebook de Le Tour de France: immagini che vogliono stupire e trasmettere la grande passione che ruota attorno alla Grande Boucle. Fra qualche ora, anche noi ne saremo parte!
A presto!
Stefano

Il Tour è prima di tutto il suo pubblico

Perfezione stilistica nella cronosquadre

Il dominatore del Tour 2013: Christopher Froome vince ad Ax-3-Domaines e conquista la maglia gialla

Tifo da vacanza

La speranza francese: Pierre Rolland, giovane scalatore con il simbolo del più forte in salita, la maglia a pois

Il re delle cronometro, il tedesco Tony Martin

Tutto pronto per la volata!

L'unico (per ora) vincitore di tappa italiano al Tour, Matteo Trentin, a Lione

Non è solo il gruppo a colorare la Francia in luglio...

Dediche speciali

La magia del Tour de France a Mont-Saint-Michel

Volata vincente della maglia verde del Tour, lo slovacco Peter Sagan

Effetti del vento laterale

venerdì 12 luglio 2013

Quota 20000 visite: Monte Bianco

Ciao a tutti,
ecco il "regalo fotografico" per il traguardo delle ventimila visite al blog. Dopo il Monte Rosa per le quindicimila visite (vedi post), ora tocca ad un altro dei giganti della Valle d'Aosta, e delle Alpi: il Monte Bianco. Con una delle sue pose migliori, quella dalla Val Ferret.

L'Aiguille Noire de Peuterey e il Monte Bianco viste da Planpincieux, in Val Ferret. Foto di archivio, 6 marzo 2011.
Ciao a tutti!
Stefano

giovedì 11 luglio 2013

Turno di recupero

Ciao a tutti!
Sono passati ormai più di tre giorni dal termine dell'Alta Via dei Camosci. Sembra passata un'eternità, per quanto mi riguarda. Ho riposato le membra per un paio di giorni, stanche ma pronte per nuove avventure in montagna. E ho anche scelto il mare (addirittura, potrebbe dire qualcuno) per farlo, in compagnia di Giulia, la persona che più mi è stata vicina durante l'Alta Via. Ce n'era veramente bisogno: di riposo e di tranquillità. Anche se, devo ammetterlo, stare al mare ha l'effetto di farmi apprezzare ancora di più (e rimpiangere) tutto ciò che si trova in montagna. C'è materiale per un apposito post, si si...

Il segnavia dell'Alta Via dei Camosci

Le energie mentali sono certamente recuperate, e il ritorno in ufficio di oggi lo ha dimostrato. In me c'è tutta la serenità che ti lascia una grande avventura come quella di un'alta via. A livello fisico, ci siamo quasi per definirsi al 100%.
L'unica nota negativa arriva da un episodio accaduto nel post-Alta Via: a causa di un problema che non mi è ancora ben chiaro, credo di aver perso quasi tutte le foto delle prime tre tappe. Proverò in molti modi a recuperarle, animato dal solito spirito battagliero. Spero di riuscirvi in qualche maniera, avrei avuto tanto di quel materiale da pubblicare sul blog (sondaggio incluso...).

Alla Forcella della Toanella, una delle ultime salite dell'Alta Via n.3 delle Dolomiti

C'è ancora molto da dire e raccontare: l'ultima avventurosissima tappa conclusasi a Longarone, un po' di ringraziamenti speciali, qualche aneddoto da lasciare ai posteri e qualche numero riguardo ciò che è stato per me questa esperienza dolomitica. Vorrei farlo con le foto, possibilmente.
A presto,
Stefano

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