lunedì 3 agosto 2015

Le petit macaron d'un lundi parisienne

"Se sei abbastanza fortunato di aver vissuto a Parigi da giovane, allora per il resto della tua vita ovunque andrai, questo ti accompagnerà, perché Parigi è una festa."
Ernest Hemingway

Bouquinistes della Rive Gauche

domenica 2 agosto 2015

Le petit macaron d'un dimanche parisienne

"Parigi è come un oceano. Gettateci una sonda e non ne conoscerete mai la profondità. Provatevi a percorrerlo, a descriverlo: per quanto sia grande la cura che mettereste nel percorrerlo, nel descriverlo, per quanto siano numerosi e interessanti gli esploratori di questo mare, vi si ritroverà sempre un luogo vergine, un antro sconosciuto, fiori, perle, mostri; qualcosa d'inaudito, insomma, dimenticato dai subacquei visitatori letterari."
Honoré de Balzac

Pont Alexandre III e l'Hotel des Invalides

sabato 1 agosto 2015

Il segreto svelato - La prima salita alla nord del Cervino

"Il monte dei monti s'è visto rapito l'ultimo segreto; ma esso s'innalza sempre là nella sua titanica mole, come eterno simbolo di coraggio e di forza e insieme come pietra miliare dell'alpinismo."
Toni Schmid

Piccoli nella grandezza di questa parete (© Christian Gisi/Mammut)

Nei giorni di festeggiamenti per i centocinquant'anni dalla prima salita del Cervino, mi è parso di cogliere nelle parole dei protagonisti molta attenzione alle imprese del 1865 di Whymper e Carrel e quella di cent'anni dopo di Bonatti. Potrei sbagliarmi, ma a volte, mi è parso di cogliere un po' di convenienza e di campanilismo nel voler ricordare principalmente queste pagine storiche di alpinismo. Nel ricordare la storia del Cervino poco spazio è stato dato, secondo me, ad un'altra grande impresa, la prima ascensione della parete nord, avvenuta nel 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.

La Via Schmid sulla "Matterhorn-Nordwand" (fonte: banff.it)

L'evoluzione alpinistica occorsa tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta (nelle tecniche e nei materiali) pose la parola fine sul mito della vetta da raggiungere ad ogni costo per spostarsi sul mito della parete. Era questa la nuova frontiera dell'alpinismo, questo il nuovo terreno di “competizione”. Le pareti settentrionali delle montagne, credo per motivi geologici, sono sempre state le più ardue da salire. E all'inizio degli anni Trenta, sei pareti nord di altrettante vette rimanevano mai calcate da mano umana: Cervino, Grandes Jorasses, Petit Dru, Eiger, Pizzo Badile e Cima Grande di Lavaredo. La prima di queste a venire inviolata fu proprio quella del Cervino, in un'impresa durata due giorni, tra il 31 luglio e il 1 agosto del 1931.

Strapiombi da paura! (fonte: mdettling.blogspot.com)

Di tecniche alpinistiche ne capisco assai poco e personalmente non so se in futuro mi avvicinerò al vero alpinismo, quello della scalata su roccia e su ghiaccio. Ma, guardando le foto della parete nord del Cervino, continuo a chiedermi come mai sia stata la prima di queste terribili pareti ad essere conquistata. Sembra così estremamente impossibile da vincere… e allora credo che il motivo sia nella natura stessa del Cervino, della sua bellezza e della sua leggenda, tale da renderla desiderio di ogni alpinista.
La nord del Cervino non ha la fama di un'altra terribile parete: la nord dell'Eiger. Fama che le deriva dal gigantesco carico di tragedie che l'accompagna, dal bivacco mortale di Mehringer e Sedlmeyer, alle valanghe che travolsero la cordata Hinterstoisser-Kurz-Angerer-Rainer, fino alla sciagura italiana di Claudio Corti e Stefano Longhi.
Eppure, qualche tentativo alla nord del Cervino, prima del 1931, ci fu. Uno dei più significativi fu nel 1923 da parte degli austriaci Alfred Horeschowski e Franz Piekielko, che, dopo aver superato il difficile tratto iniziale, furono costretti a causa della bufera a battersi in ritirata alla Capanna Solvay quando mancavano loro poche centinaia di metri a raggiungere la croce di vetta. Poi fu il turno di Kaspar Mooser e Viktor Imboden, che nel 1928 tentarono, con decisamente meno successo, una sorta di direttissima.

Una nuova alba sul Cervino (© Roland Hutter) - Notare l'inclinazione della parete nord, il profilo di sinistra

Poi arriva l'estate del 1931 e il tentativo dei fratelli Franz e Toni Schmid, due ragazzi di Garmisch, giovani ed animati da grande passione. Franz è il più esperto dei due, per età (Toni non aveva ancora compiuto 22 anni!) e per carriera alpinistica, avendo alle spalle già una prima importante come la nord dell'Ortles. Provengono da una famiglia povera e gli sponsor sono ancora ben lontani dal mondo alpinistico. Devono raggiungere Zermatt con mezzi propri, anzi, con le proprie gambe: il viaggio fino alla base del Cervino avviene in bici (le bici degli anni '30), sulle quali per cinque giorni trasportano tutto il materiale che serve loro per la scalata. È una fatica immane che li costringe ad un riposo forzato di qualche giorno all'alpe Staffel, prima di cominciare la salita, il 31 luglio.

Pendenze inimmaginabili (fonte: mdettling.blogspot.com)

È ancora notte quando I fratelli Schmid si avviano nel loro tentativo di salita. Partono con due corde da 40 metri, una quindicina di chiodi e molte provviste: sanno che una notte in parete non è un'ipotesi da scartare. Il primo tratto, nella parte inferiore della parete, è il più difficile da superare, un enorme strapiombo ghiacciato che va perdersi nella verticalità di questo incredibile muro di roccia. La salita è lenta, mai scorrevole, soprattutto faticosa. La fatica è tutto fuorché un alleato in questi casi, tuttavia i due fratelli bavaresi arrivano al crepuscolo indenni – nonostante un incidente che avviene a Toni, al quale viene meno l'appoggio sotto ai piedi e per miracolo riesce a rimanere aggrappato alla parete. Con grande fatica, raggiungono una piccolissima cengia (“nemmeno un metro quadro di superficie sospesa sull'abisso”) a circa trecento metri di distanza dalla cima, sulla quale possono trascorrere la notte. Ma questo non è dormire. È sperare che l'indomani non li colga il maltempo, è passare il tempo ad augurarsi che le difficoltà maggiori siano state oltrepassate.

La parete nord e i suoi conquistatori (fonte: bergleben.de)

Con le mani contratte dalla morsa del gelo dei quattromila metri di quota, Franz e Toni riprendono l'ascesa sull'ultimo inclinatissimo tratto di salita. Le ultime centinaia di metri non sono affatto facili. Non vi è molta roccia percorribile, le fessure sono poche e quindi devono tornare sulla neve. Meno di cento metri in quattro ore, un'eternità. E intanto, sta per scatenarsi la tempesta. Tramite una serie di canali innevati misti a tratti di roccia liscia, i fratelli Schmid, avvolti dalla nebbia e della bufera, raggiungono dunque alle 14 l'agognata vetta. La parete nord del Cervino è loro, il loro nome sarà scritto per sempre nella storia dell'alpinismo.

L'agognata vetta (fonte: panoramio.com)

C'è ancora una tempesta da combattere, ma dopo aver vinto gli strapiombi della nord, riparare sulla Capanna Solvay nella bufera è quasi un gioco da ragazzi. Franz e Toni Schmid, arrivano a Zermatt due giorni dopo la vittoria, accolti da una folla festante, ancora incredula per una conquista che ha dell'impossibile.
Toni Schmid morirà meno di un anno dopo sulla parete nord-ovest del Wiesbachhorn, mentre il fratello maggiore Franz morirà nel 1992 dopo aver salito altre duemila montagne.

venerdì 31 luglio 2015

Le petit macaron d'un vendredi parisienne

"Sono venuto a Parigi, questa città divina senza dio. Non si può descrivere tutto questo, bisogna vedere quanta bellezza, quante belle cose ci sono qui, al centro del mondo."
Béla Bartók

E la volevano smontare...

giovedì 30 luglio 2015

E noi partiamo! - La massima di viaggio n.10

"Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato."
Edgar Allan Poe

In attesa di Parigi (fonte: afreeword.wordpress.com)

Parigi, manca poco. Pochissimo. Meno di un'ora e ci imbarcheremo sull'aereo che ci porterà nella capitale europea più bella e romantica del mondo. Personalmente non sto più nella pelle, l'eccitazione è alle stelle! Erano undici anni che aspettavo questo momento...
Bis bald!
Stefano

mercoledì 29 luglio 2015

Memorie di un camminatore - Aneddoti dall'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta

Ho sempre pensato - e ogni volta che mi ritrovo tra i monti accresce la mia convinzione - che la montagna abbia sempre qualcosa da raccontare. I sentieri narrano le migrazioni, le speranze, le vite vissute. La roccia dei monti tramanda il susseguirsi delle ere e delle mani che li hanno scalati. Le persone che vivono la montagna, spesso oppure ogni giorno, ma sempre intensamente, potrebbero parlare per ore e ore. E non ci si stuferebbe mai, perché sì, la montagna regala storie che solo pochi altri posti al mondo possono vantare.
In questo post ho raccolto un po' di tutto. Racconti, storie di vita, aneddoti curiosi raccolti sui passi dell'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta. Una miscellanea di episodi e fatti seri e semiseri (quindici in totale, elencati in ordine decrescente), con la quale provo a raccontare la montagna valdostana in un altro modo, lasciando da parte per un attimo la bellezza del panorama e dando spazio a spunti di vita vera sulle orme di un grande percorso alpino.
Bis bald!
Stefano

Ad Orvieille

15- Il Cervino. L'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta non può essere considerata come l'alta via del Cervino, in quanto non attraversa alcuna delle valli sulle quali si affaccia questa montagna (Valtournenche e Valpelline). Ma, incredibile a dirsi, ho avuto modo di ammirare il Cervino meglio che nell'Alta Via n.1, in ben tre punti (Col Pousseuil, discesa dal Col de la Fricolla, Col de la Crosatie). Non voglio scoraggiare chi desiderasse intraprendere l'Alta Via n.1: il mio problema fu legato al maltempo incontrato nei punti chiave di quell'alta via. A Cheneil, vero balcone sulla Gran Becca, il cielo era più che coperto.

Il Cervino visto dalla discesa del Col de la Fricolla

14- Onte-factor. Il meteo mi ha certamente avvantaggiato, non posso negarlo. Sarei uno stupido a lamentarmi delle condizioni atmosferiche che ho incontrato durante i dieci giorni di alta via, in quanto non ho mai dovuto ricorrere a giacche a vento e mantelline. Ma gli anticicloni Flegetonte prima e Caronte dopo hanno reso più faticoso il mio percorso, soprattutto nei primi e negli ultimi giorni di alta via. Nei primi, soprattutto, quando le quote erano più basse e le gambe non ancora rodate, il caldo ha avuto una certa influenza sulla mia tenuta fisica. Il caldo è stato micidiale: dopo dieci minuti di cammino, una goccia di sudore compariva sulla punta del mio naso, la maglietta andava cambiata ogni ora (o quasi) e periodicamente dovevo strizzare il polsino per far sì che ne uscisse tutto il sudore. Non è uno scherzo neanche quando, alle 10.30 di mattina, il termometro di un rifugio (il Dondena, a 2100 metri circa), segna 27 gradi. Condizioni assolutamente non normali, che mi hanno permesso addirittura di vedere mucche che preferivano farsi un bagno nel torrente invece che pascolare…

27 gradi in montagna!

Pure le mucche hanno caldo...

13- Duro e puro. L'Alta Via è un grande percorso che merita di essere vissuto completamente. Una delle possibili sfaccettature di questa mia filosofia sta nel voler percorrere interamente il sentiero dell'alta via, senza ricorso a scorciatoie o espedienti. E quindi, non ho preso la navetta che da Lillaz va a Cogne, non ho accettato il passaggio che nel lungo e noioso tratto da La Joux a La Thuile mi era stato offerto («Scendi a La Thuile? Vuoi uno strappo?»), non ho provato la scorciatoia del Passo di Planaval nell'ottava tappa, la quale mi avrebbe permesso di risparmiare tre ore di cammino.
Uno strappo in macchina l'ho in realtà accettato (vedi punto 2), ma si capirà che non ho sgarrato. L'Alta Via l'ho camminata completamente dal primo all'ultimo chilometro.

Un tratto di asfalto: da Lillaz a Cogne

12- Marmotte. Fine della tappa n.3, da Champorcher al Rifugio Sogno di Berdzè. Mi trovo in una delle stanze del rifugio, momentaneamente solo, nell'intento di rilassarmi dopo le fatiche della giornata. La finestra è aperta, e "origlio" le conversazioni del team del rifugio con i clienti.
Si parla di marmotte e vengo a conoscenza delle loro metodologie: «Un fischio singolo significa pericolo dall'alto, più fischi significano pericolo dal basso». Molto interessante, io non ne sapevo alcunché. «Me lo dice mio marito, è lui la guida».

Marmotta nei pressi del Rifugio Vittorio Sella

11- Gente da albergo. Una cosa che ho imparato dall'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta, dove è molto più consueto pernottare in albergo piuttosto che in rifugio. Gli alberghi valdostani sono frequentati, in linea di massima, da due categorie di persone: gente che cammina duro e gente che è in pensione.
Nella sala colazione dell'albergo di Champorcher, una coppia molto probabilmente di pensionati, ma ancora in discreta forma, dichiara che «dopo la gita al Rifugio Barbustel (700 metri di dislivello e massimo tre ore di cammino) ci fanno malissimo le ginocchia». Sorrido, e brindo a tutti i dolorini che ho già ho e ancora si presenteranno nei futuri dieci chilometri di dislivello in salita.

Le torri della frazione Castello, a Champorcher

10- La parrocchia in vacanza. In procinto di arrivare al Rifugio Deffeyes, noto già da lontano che attorno al rifugio vi è un qual certo movimento. Il motivo è ben presto chiarito: 64 dei 96 posti letto del Rifugio Deffeyes è occupato da un gruppo di ragazzini di una parrocchia (età da scuole medie, provenienza probabilmente lombarda). Ovviamente, il caos che producono si scontra con quella che è la tipica "pace da alte quote". Ma come rimproverarli… sono ragazzini, giovani, esuberanti e pieni di vita, comprendo appieno i loro comportamenti che, comunque (e aggiungo: fortunatamente), mai sfociano nella maleducazione. Quando però sento frasi del tipo «ma qui non c'è un ascensore» oppure «oh, sotto il 3G non prende», allora capisco che sulle giovani generazioni c'è ancora tantissimo lavoro da fare.

In arrivo al Rifugio Deffeyes

9- C'è americana ed americana. Il Rifugio Elisabetta, come tutti i rifugi posti sul percorso del Tour del Monte Bianco, è sovraffollato e frequentato da turisti americani organizzati in comitive che spesso vedono la montagna per la prima volta.
L'arrivo della penultima tappa, la più lunga quanto a chilometraggio, avviene ad un orario relativamente tardivo, tardivo quanto basta per rendersi conto che l'80% dei pernottanti sta già occupando il rifugio. Il gestore del rifugio, con occhi poco convinti, mi piazza in dormitorio (un dormitorio con pochi spazi di manovra) e la ragazza che mi mostra il posto letto esordisce: «questo è il tuo posto, vicino alla signora». Guardo tale signora, credo americana ma sicuramente di madrelingua inglese, non proprio un'icona di bellezza, e rispondo «capperi se si sta stretti qui». La risposta, con sguardo malizioso non si fa attendere: «dai, sono sicura che farete amicizia». Preferisco non rispondere e pensare tra me e me «ma 'sto c***o!».

Rifugio Elisabetta

8- L'emozione del Tor des Géants. Inutile aggiungere che parlando con i valdostani, l'argomento Tor emerga spesso. È molto interessante discuterne con chi il Tor lo vive. Come Mariagrazia, la titolare dell'Hotel Parco Nazionale di Valsavaranche, da anni volontaria al Tor. Quando racconta della sua esperienza in questa folle gara, spuntano quasi le lacrime agli occhi. Perché si rende perfettamente conto di che cosa rappresenta per questi atleti essere accolti con calore nei "punti vita" dai volontari della corsa, perché ricorda bene l'affetto che gli atleti con più partecipazioni al Tor possono contraccambiare nel corso degli anni a chi ha dato tanto a loro. Al punto tale che uno di loro si è ricordato di lei a distanza di un anno. Comprendo un po' di commozione.
Ma il Tor des Géants è anche sofferenza, e sentire dalla voce di una persona che questa corsa la vede ogni anno, che in un'edizione un atleta giapponese si era perso nella notte e i volontari riuscirono a recuperarlo con grande fatica, rintracciando la luce della sua frontale e ascoltando i pianti dell'uomo, nel panico in quanto si credeva perso, accresce in me la convinzione di non volermi cimentare con questo tipo di corse. Rispetto per tutti gli skyrunner, ma personalmente, come già da me affermato in passato, penso che la montagna non possa essere la mia palestra, la montagna vada vissuta e goduta…

Un Rifugio Deffeyes già in clima TdG

7- Luis e Claudia. Nel bailamme del Rifugio Deffeyes, due persone sono emerse davanti a me con limpidezza. Parlo di Luis e Claudia. Lui è portoghese, ma da decenni trapiantato sul Lago di Como. Lei è siciliana ma per amore si è trasferita a Monza. Percorrono insieme la Alta Via n.2 della Valle d'Aosta, ma lo fanno nel senso opposto, da Courmayeur a Donnas. Lei ha paura di non farcela, lui ha la tempra di camminatore instancabile e l'accompagna in questa piccola grande impresa.
Sono due persone genuine, di quelle che la montagna ti fa solitamente conoscere, con le quali trascorrere la serata in rifugio risulta veramente piacevole. Quando poi scopri che Luis, uomo di grande esperienza, può fornirti svariati consigli su come affrontare il cammino di Santiago (lui che periodicamente presta servizio negli ostelli), vorresti che questo dialogo non finisse mai.

Comba des Usselettes

6- Si, ma col tuo fisico! Sul Col de la Crosatie incontro un gruppo di tre escursionisti alsaziani che stanno percorrendo l'Alta Via n.2 nel senso opposto. Entrambi ci rifocilliamo; per loro la salita è stata molto ripida, per me è stata meno ripida ma decisamente più lunga.
Poi iniziamo uno scambio di informazioni – ah, l'inglese, che benedizione – sul percorso. Mi chiede come saranno le prossime salite e io chiedo dove si trovi il Passo Alto, che è il secondo colle da affrontare nella stessa tappa. Me lo mostra e mi indica dove sale il sentiero, descrivendolo come challenging e toccandomi l'addome «yes, but with your body you can do it easily! I'm too fat!»
Si, le alte vie fanno miracoli e non a caso quei pantaloni, dopo otto giorni di cammino intenso, mi stanno decisamente più larghi.

Ultime salite: Col de la Crosatie

5- Il genepy. Quando saluto Sandro, il titolare dell'Albergo Castello da Bonino di Champorcher, una delle persone più gentili conosciute sull'alta via, egli non fa a meno di notare il notevole carico che porto con me sulle spalle. Mi chiede ovviamente che trekking sto percorrendo. Ad un certo punto mi chiede «se il peso del mio zaino non può superare certi limiti». Io lo guardo un po' stranito e penso che un peso che supera i venti chili sia già ben oltre i limiti. «No, perché tempo fa incontrai dei tedeschi che percorrevano l'alta via e rifiutarono una bottiglietta di genepy perché non dovevano eccedere nel carico da trasportare». Gente strana, i tedeschi, eh? Io invece non la rifiuto, così «ne puoi bere un goccio quando sale lo sconforto».
Lo sconforto non mi ha preso – e come potrebbe in queste montagne – e decido di aprire la bottiglietta, a mo' di brindisi, sul Col de Chavannes, l'ultima vera salita dell'Alta Via. Come se volessi festeggiare la fine di una grande avventura, lì, davanti al Monte Bianco.

Un genepy, per brindare alla fine

4- Inseguito da una mandria. Capita anche questo, sulle Alte Vie. Ed è un episodio della prima tappa. Quando attraverso il Giassit de Mouilla mi ritrovo a passare nel bel mezzo di una mandria di mucche intenta a ruminare erba. La cosa solitamente non mi crea grosso disagio. Ma quando mi accorgo, dopo averla sorpassata, che lo strano rumore alle mie spalle era il goffo movimento di questa mandria al mio inseguimento, beh ammetto che mi colse un po' di fifa.
Come è andata a finire? Che appena attraversai il filo della recinzione elettrificata il sogno vaccino di incornarmi a dovere svanì in un nulla di fatto.
Attenzione alla foto: quella è la vera mandria dalla quale sono stato inseguito.

La mandria all'inseguimento

3- Da Gerusalemme ad Aosta. Camminando in montagna, è frequente ritrovare sul percorso escursionisti di diverse nazionalità. Solitamente francesi e tedeschi (o di madrelingua tedesca) la fanno da padrone. A Rhêmes-Notre-Dame ho incontrato addirittura due escursionisti provenienti dall'Israele. Ho conosciuto Roy e Sara in albergo, in quanto pare fossi l'unico cliente in grado di tradurre dall'italiano all'inglese, permettendo la comunicazione fra loro e il team dell'albergo. Anche la titolare è un po' stupita e mi chiede «come avranno mai fatto due israeliani a venire a conoscenza della piccola Valle di Rhêmes». Io già immaginavo la risposta che loro mi confermeranno, «grazie all'Alta Via».
Beh, vi dirò, Roy e Sara sono una bellissima coppia, innamoratissimi e in attesa del loro primo figlio. Lei è incinta, e percorre (con grande coraggio) un'alta via. Oops, mi correggo: due alte vie. Perché il loro programma in montagna era iniziato qualche giorno fa da Gressoney-Saint-Jean sul percorso dell'Alta Via n.1, proseguito da Courmayeur sull'Alta Via n.2 e sarebbe terminato nel giro di due/tre giorni a Cogne. Al loro figlio non potranno che trasmettere grande amore per la montagna. E a loro tre, auguro di cuore tutto il bene del mondo.

La verdissima Val di Rhêmes

2- Quattro chilometri in meno. Il posto tappa scelto per l'arrivo a Valsavarenche non è stato esattamente dei più comodi. Ma l'unico albergo presente nella frazione Eaux Rousses, dove passa appunto l'Alta Via, era già esaurito un mese prima. Mi trovo a dover ripiegare sulla frazione Degioz; dover perdere un'ora (o poco meno) per camminare su asfalto un tratto che non fa parte del tracciato dell'Alta Via, conscio che avrei dovuto salire 1300 metri di dislivello, non mi entusiasma particolarmente.
Chiedo alla Mariagrazia dell'Hotel Parco Nazionale se ci sono navette in transito in Valsavaranche e se si, in quali orari. Ci sono, e gli orari non sono affatto malvagi. Oppure, dice Mariagrazia, ti accompagno io in macchina, «tanto devo andare a Eaux Rousses a prendere il pane appena sfornato, sempre che tu non ti spaventi della mia macchina scassata». Appuntamento alle 8 nell'ingresso dell'hotel, per uno strappo fino all'imbocco della salita per il Col d'Entrelor.
E infinita riconoscenza per un grosso favore che mi è stato fatto.

4h15' alla cima, avrei dovuto aggiungerne un'altra?

1- Cambiare vita. Questa è per me la storia più bella da raccontare e quindi me la sono tenuta per ultima. È la storia di Stefano, guida naturalistica e gestore del rifugio Sogno di Berdzé.
Stefano non è un valdostano, e proviene da un luogo che piatto non è ma ha poco a che fare con i monti: Roma. Lavora in uno studio di commercialisti, ma inizia a frequentare i rifugi degli Appennini, e inizia ad appassionarsi alla natura e alla montagna. Una decina di anni fa, il grande salto: da Roma lascia lavoro e famiglia per trasferirsi a Cogne, dove trova lavoro in un albergo. Poi, si apre una grande occasione, la gestione di un rifugio alpino, il Rifugio Sogno di Berdzé, che da troppo tempo è in mano a gestioni errate. Con la moglie Elisa ne rilevano la gestione e lo trasformano nel rifugio più accogliente di tutta l'Alta Via n.2, un rifugio dove anche trascorrere due settimane di vacanza sarebbe un'idea tutt'altro che folle.
Cambiare vita si può, ma bisogna volerlo veramente e soprattutto bisogna crederci. Parlando con Stefano, emerge chiaramente l'entusiasmo di una persona che ama la montagna e il contatto con la natura più pura. Queste sono le figure che la montagna ti fa conoscere, le persone dalle quali non si può che assorbire l'energia più positiva possibile. Persone da Alta Via, insomma.

Il vallone dell'Urtier e il Rifugio Sogno di Berdzè

martedì 28 luglio 2015

Bücher: Una sera a Parigi

"Ricordi, Alain, che mi chiedevi sempre come mai i film erano la cosa che amavo di più? Oggi voglio dirtelo: la strada più breve è quella che va dagli occhi al cuore. Non dimenticarlo mai, ragazzo mio."
   Nicolas Barreau, Una sera a Parigi
 

Ciao a tutti!
Sull'onda dell'entusiasmo suscitato da Gli ingredienti segreti dell'amore, sto continuando la full immersion nelle incantevoli atmosfere parigine descritte nei libri di Nicolas Barreau. È il momento de Una sera a Parigi. La vacanza parigina è sempre di più alle porte (-48 ore!), e i libri di Barreau sono il migliore avvicinamento alla settimana nella Ville Lumière. Nonché un ottimo modo per sognare.
Si, perché le storie che Barreau racconta fanno sognare. Si, a volte si sconfina nel surreale – e in Una sera a Parigi la trama tocca i confini dell'assurdo. Ma come nella suo bestseller più famoso, l'intreccio di eventi che rende incredibile questo libro, ha un potere di attrazione pazzesco nel tenere incollato il lettore alle pagine. Non ha forse dell'incredibile che nel giro di ventiquattro ore un uomo semplice, Alain Bonnard, riesca prima a conquistare la donna sognata da mesi e conosca dopo la persona che lo renderà celebre, ma per la quale il suo sogno d'amore dovrà concludersi? Si, posso garantirlo, è una storia (e un libro) incredibile. Il finale è (quasi) prevedibile, ma i colpi di scena che si susseguono, la continua ricerca dell'indizio decisivo rendono Una sera a Parigi una sorta de Il codice Da Vinci in salsa sentimentale.
Dalle fragranze culinarie alle atmosfere di un vecchio cinema d'essai, questo è il salto che Barreau compie in questo romanzo. È un salto eseguito perfettamente, perché le citazioni cinematografiche sono ricche, tratte da film di spessore e soprattutto mai scontate. Ovviamente i riferimenti al grande cinema francese (Truffaut, Sautet, Cocteau) si sprecano, ma c'è molto spazio per altri filoni. Su tutti la commedia americana d'autore – a Woody Allen è ispirato uno dei personaggi chiave del romanzo – e il cinema italiano: a Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore è ispirato il nome del cinematografo di Alain Bonnard, un luogo che evoca ricordi passati, IL luogo dove il cinema proietta gli spettatori in un'altra dimensione senza aver bisogno di effetti speciali, il luogo dove si può trovare la soluzione di ogni problema, anche di quelli sentimentali di Alain. Una sera a Parigi è in assoluto una perfetta dichiarazione d'amore nei confronti del cinema d'autore.
In Una sera a Parigi c'è veramente di tutto: onirismo, passione, grande cinema, ironia, dialoghi serrati. E quel tocco unico che solo l'ambientazione parigina (altri luoghi da segnare: Rue Bonaparte, Pont Alexandre III, Rue de Bourgogne) può dare ad una bella storia d'amore.
Bis bald!
Stefano

Giudizio: 10/10 

lunedì 27 luglio 2015

Moleskine, vecchia cultura europea in montagna

"Non si tratta di un taccuino qualunque. È un pezzo da museo, un'autentica “moleskine”, apprezzatissima da scrittori come Céline e Hemingway, che ormai non si trova più nelle cartolerie. Bruce [Chatwin, ndb] mi suggerì di fare come lui prima di usarla: numerare i fogli, annotare sul retro di copertina almeno due indirizzi nel mondo, e scrivere sulla prima pagina una promessa di ricompensa a chi restituirà il taccuino in caso di smarrimento. […] Bruce mi spiegò che le moleskine uscivano dalle mani di un rilegatore artigiano di Tours, la cui famiglia le fabbricava fin dagli inizi del secolo, ma che dopo la morte dell'artigiano, nel 1986, nessuno dei suoi discendenti aveva voluto continuare la tradizione. Non bisogna lamentarsene. Sono le regole del gioco imposte da una pseudomodernità che giorno dopo giorno elimina riti, abitudini e dettagli di qualcosa che ben presto ricorderemo con nostalgia, e chiameremo vecchia cultura europea. Quando Bruce seppe che le “moleskine” stavano per esaurirsi, comprò tutte quelle che trovò, ed è proprio su uno dei suoi taccuini che scrivo questi appunti."
Luis Sepúlveda, Patagonia Express

Meraviglia!

Quando lessi Patagonia Express di Luis Sepúlveda venni a scoprire che le moleskine avevano una storia immensa alle loro spalle. Erano i taccuini in cui prendevano appunti signori come Wilde, Picasso e Hemingway, frutto di un lavoro artigianale in vendita nelle cartolerie parigine. Il marchio attuale, registrato da una società milanese, ha riportato in vita un modello "leggendario" di taccuino. Fu in quel momento (un anno e mezzo fa), nel quale lessi le parole di Sepúlveda su Bruce Chatwin, uno dei più grandi narratori di viaggi, che decisi che la mia prossima avventura in montagna sarebbe stata scritta su una moleskine.
Ho dovuto aspettare l'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta per procurarmi finalmente una semplicissima moleskine, un quaderno nero con un elastico di chiusura e un nastrino segnalibro (e l'immancabile tasca a soffietto all'interno). Con la quale ho in sostanza raccontato la mia ultima esperienza nelle Alpi. Non vi ho scritto i post (la tecnologia da questo punto di vista è insuperabile), ma vi ho costantemente annotato, nei momenti di pausa, fatti, immagini ed emozioni vissuti fino a quel momento. Per non dimenticare niente, assolutamente niente di ciò che ho vissuto in questi dieci giorni.
In scrittura sul Col d'Entrelor

Cosa è stata questa "moleskine-experience"? Un modo diverso di vivere il mio viaggio in montagna, un modo alternativo di scrivere pagine di un blog che è nato tre anni fa proprio grazie ad un'avventura sui monti valdostani. Scrivere, ripeto e sottolineo su carta, le immagini di un percorso che attraversa le Alpi più belle è... unico. Unico nel ricordo di passi saliti con fatica e poi descritti con le parole che escono in quel momento. Unico nel ricordo di parole che, a distanza di anni, verranno rilette con il sorriso stampato sulle labbra. Unico nel pensiero di chi guarderà questo taccuino nei giorni e negli anni che verranno.
Dopo quest'ultima alta via, di una cosa sono certo. Non c'è viaggio senza moleskine.
Bis bald!
Stefano

domenica 26 luglio 2015

Tappa in Svizzera: Sufnersee

Ciao a tutti!
Sufnersee, un nome che ai più dirà poco a nulla. Cosa più che comprensibile, non a tutti capita di fare in auto un viaggio di 800 chilometri tra Italia e Germania una decina di volte all'anno. Questo luogo, nel cuore della regione svizzera dei Grigioni, ad una cinquantina di chilometri da Coira, è da me considerato una delle meraviglie del viaggio. Il tratto svizzero di viaggio è molto lungo; l'autostrada che taglia da nord a sud la Svizzera orientale tramite il tunnel del San Bernardino è tortuosa e i limiti di velocità sono rigorosamente bassi. Ma quando si arriva al Sufnersee, per un attimo, la frustrazione di quel tratto, mai noioso, ma stressante per chi è alla guida, se ne va all'istante.

Panchina vista lago

Il Sufnersee prende il nome dal minuscolo villaggio di origine walser di Sufers, che conta circa un centinaio di abitanti stabili. Se si lascia l'autostrada, e si prova a percorrere le strade locali sembra di trovarsi in un piccolo paradiso perduto, quasi dimenticato dalla civiltà, nonostante la tipica cura svizzera nel mantenere più ordinato possibile ogni singolo angolo. Ma tutta la valle del Reno, specialmente a quote più elevate, pare quasi disabitata.

Il Sufnersee visto dalla diga che lo contiene

Il Sufnersee è un lago artificiale, sulla sponda orientale si trova ovviamente una poderosa diga, peraltro camminabile. A distanza di quasi due anni dal mio primo "contatto" con il Sufnersee e, anche in preda alla calura che gli anticicloni Flegetonte e Caronte hanno riservato all'Europa in questo torrido luglio, ho pensato che una sosta sul Sufnersee poteva essere un'ottima opzione per spezzare il mio lungo viaggio tra Italia e Germania. Farlo qui, ha un significato simbolico. La bellezza del Sufnersee è tale che, in un contesto di viaggio, mi piace paragonarlo a ciò che le scogliere di Étretat rappresentarono per Claude Monet: impressioni diverse ad ogni ora del giorno e ad ogni stagione. Perché questo lago l'ho visto in diverse condizioni: nel fiorire dell'estate, avvolto dal riflesso di un argenteo strato di ghiaccio, rischiarato dalle stelle di una notte primaverile, in un grigio inverno, circondato dai colori autunnali della foresta, illuminato dalla luna piena proprio quando la prima neve è scesa. Ce n'è per tutti i gusti, ma io, io non mi stufo mai di osservarlo con stupore.

Sufers

Dunque, mi fermo a osservarti meglio, Sufnersee. E scopro che un bellissimo sentiero ti circonda, dal quale posso ammirarti, specchio azzurro in un magnifico intorno di colori... il verde delle praterie dei Grigioni, il grigio delle pareti rocciose che il Reno ha gradualmente scavato, il bianco del Rheinwaldhorn e del Vogelhorn, laddove ghiacciai al confine col Ticino tentano una strenua resistenza con queste infernali estati. Poi, qualche casupola e un campanile bianco, per non dimenticarsi di quel piccolo villaggio di minatori che è Sufers, posto sulle sponde del lago, quasi a volerne rivendicare la paternità.
Ci rivediamo presto, Sufnersee.
Bis bald!
Stefano

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