sabato 18 luglio 2015

L'unione tra cielo e terra

Ieri, 17 luglio 2015, è stata una giornata importante per l'alpinismo italiano. Valtournenche ha celebrato (e continuerà a farlo oggi e nei prossimi giorni) i centocinquanta anni dalla prima scalata del Cervino nel suo versante italiano.
Da amante della montagna e specialmente di QUESTA montagna, il Cervino, tornerò sull'argomento - non appena mi sarò ripreso dalle fatiche dell'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta, appena conclusa. Per ora, mi limito a condividere pienamente le parole di Annibale Salsa, già presidente del Club Alpino Italiano.

Un Cervino illuminato a festa!

«Il Cervino? E' la montagna simbolo per antonomasia», dice Annibale Salsa, antropologo e già presidente del Club alpino italiano.
- Perché proprio il Cervino?
«Per forma e isolamento. Piramide nel cielo. Richiama l'immagine della montagna nel modo più evidente proprio perché deriva dall'immaginario. Guardandolo, risalendo il versante Sud della Valtournenche, emerge con chiarezza il rimando al concetto semiologico. Il Cervino è una scala».
- Scusi?
«Una scala, trait d'union tra terra e cielo. Una percezione che è già della protostoria. E' un palo sacro, un eone, cioè materia, realtà che conduce all'immateriale. La montagna ha sempre avuto questo doppio significato».
- La montagna in genere.
«Sì, ma il Cervino è un riferimento certo proprio per la sua forma. E' materia e rappresenta anche il cielo, il trascendere la realtà, perché scala. Le Dolomiti, ad esempio, con torri e pilastri non offrono il senso della scala».
- Un'evidenza maggiore sul versante italiano del Cervino. Perché allora è più conosciuto come montagna svizzera?
«Altra storia. Riguarda il secolo dei Lumi, il Settecento, quando gli svizzeri inventarono le Alpi come paesaggio. È il fenomeno dell'esotismo alpino che poi viene replicato. Lo scienziato Horace Bénédict De Saussure solleticò la curiosità del mondo con il suo “Voyages dans les Alpes”. Gli inglesi ne furono poi i grandi promotori, esplorando le Alpi, salendole e diffondendo le loro imprese».
- Anche sul versante italiano?
«Meno. La montagna italiana era il Monviso, perché dominava la pianura, larga piramide che si vedeva da lontano. E si riteneva che fosse la montagna più alta d'Italia. Con De Saussure le Alpi sul versante settentrionale diventano meta di numerosi viaggi. Le guide locali non riuscivano neppure a soddisfare le richieste. Stessa sorte per il Monte Bianco».
- Sempre grazie a De Saussure, che ne lanciò la conquista proprio negli ultimi anni del Settecento?
«Già. Era ginevrino e dalla sua città si vede la cupola candida del Bianco. Anche in questo caso una visione lontana, quasi un miraggio appeso al cielo».
- Il Cervino poi è entrato nell'immaginario collettivo.
«Sì. Per la Svizzera è la montagna di riferimento, compare come icona di molti prodotti. Più della Jungfrau o dell'Eiger. In realtà il Cervino è molto più visibile sul versante italiano. Dall'elvetica Zermatt il Matterhorn è più lontano rispetto a quanto lo è il Cervino per Cervinia. Ma le Alpi, anche nei pacchetti vacanza più importanti, sono svizzere. Grazie a icone datate 300 anni fa, grazie a una messa in scena, a un sipario che si apre su un sogno da vivere. Questione di marketing».

da La Stampa, 14 giugno 2015

venerdì 17 luglio 2015

L'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta è conclusa

Ciao a tutti!
Finalmente arrivò il giorno di Courmayeur. Dopo nove giorni di duro girovagare sui sentieri che attraversano le valli valdostane, ho raggiunto l'ultimo comune della Valle d'Aosta, quello che sorge ai piedi del Monte Bianco. Ed è stata gioia immensa poter chiudere così la seconda esperienza sulle alte vie valdostane. Reazione a caldo: è ovvio che la gioia sia enorme, raggiungere un tale traguardo dopo aver faticato non poco è qualcosa di liberatorio; dall'altro lato c'è il salutare queste montagne, per me le più belle, le più significative, quelle a cui sono più emotivamente e affettivamente legato... E sapere che per un po' di tempo dovrò lasciar perdere le avventure in quota. È triste scrivere questo, proprio ora che mi trovo sul regionale che da Aosta mi sta riportando a Donnas, in cui ho modo di rivedere, una ad una, tante delle vallate attraversate nelle due alte vie valdostane.

Giunto finalmente a Courmayeur!

C'è ancora una tappa da raccontare, quella dal Rifugio Elisabetta a Courmayeur. È una tappa che inizia da una notte insonne per l'eccitazione del traguardo, da una colazione assonnata in mezzo a decine di stranieri (spesso di madrelingua inglese) qui per il Tour de Mont Blanc, da una partenza anticipata per sfuggire al caos del rifugio, da un'alba meravigliosa sulla Val Veny, in un giorno in cui le nubi fanno - incredibile, proprio alla fine - la loro comparsa in cielo.

Meravigliosa alba sul Lago Combal dal Rifugio Elisabetta

La piana del Lago Combal, a metà strada tra il Rifugio Elisabetta e il ghiacciaio del Miage, è una landa che ha del misterioso nella soffusa atmosfera di quest'alba. Non è un vero lago, è più un acquitrino, in cui la vegetazione sembra crescere quasi incontrollata. Questa spianata è enorme, i ghiacciai di Trélatête sembrano quasi chiedere "quo vadis?", mentre quello del Miage è un muro che segna un punto di non ritorno all'interno della stessa valle. Il superamento del Lago Combal, avvenuto nell'ultimo giorno di Alta Via, è quasi un'esperienza mistica.

Le Pyramides Calcaires

Poi il sentiero va a destra e prende quota. C'è ancora da sudare un po', ma non parecchio. In compenso si può godere della vista completa del Monte Bianco, se non fosse per le nubi e l'assurdo tasso di umidità che si percepisce. Questo è un sentiero balcone, e di fronte a me c'è la vetta più alta d'Europa. Impossibile non rimanere indifferenti. È tutto un piacevole saliscendi fino a quando si raggiunge il Col Checrouit. L'orrida bruttezza degli impianti sciistici e il Monte Bianco che se ne va dalla visuale disponibile, sono cosa triste.

Un balcone sul Monte Bianco

Dal Col Checrouit parte l'ultima discesa dell'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta. Ripida, così ripida che mi chiedo se non fosse stato meglio scendere in funivia. Ripida però significa anche scendere in fretta, e in fretta scendo verso Dolonne, tra ginocchia che implorano pietà e mani che per il sudore non riesco ad afferrare i bastoni. Talvolta appare Courmayeur ai miei occhi, ogni volta più grande e con sempre più dettagli visibili. "Tieni duro, Stefano", mi costringo a pensare. Incrocio qualche escursionista e ogni volta sono tentato di domandare loro quanto manchi alla fine della discesa. Poi il sentiero spiana...

Courmayeur in vista!

...e sono a Dolonne, frazione di Courmayeur sulla sponda opposta della Dora Baltea. Supero il villaggio, supero il ponte. Un'ultima salitella. Ed è il momento di Courmayeur. Qualche acquisto già studiato prima di partire e un saluto a Emilio Rey e Mario Puchoz, dalle cui statue tutti guardano sulla piazzetta dove si trova la Società delle Guide di Courmayeur. L'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta è conclusa, è tempo di tornare a casa, con un bagaglio di esperienze, di storie, di immagini, di luoghi, che non potrò scordare. Mai. La Valle d'Aosta e i suoi monti rimarranno sempre impressi nella mia memoria.

Gli ultimi cartelli...

Mi piace pensare che concludo questa Alta Via nel giorno in cui l'Italia celebra i centocinquanta anni della prima scalata del Cervino nel suo versante (del quale parlerò nei prossimi giorni). Imprese di tutt'altro spessore, ma che in me lasciano un piccolo segno. In fondo, viviamo tutti di piccoli ricordi dal valore inestimabile.
A presto!
Stefano

Curia Major!

La vedo. Manca poco a Courmayeur. Manca poco alla fine di questo cammino. Poi sarà grande gioia, ma una gioia diversa, perché il solo camminare in montagna mi trasmette grande felicità. Sarà la gioia della conquista, del poter dire che ce l'ho fatta, a fare qualcosa che da molti è considerata una pazzia - ultimi in ordine cronologico i compagni irlandesi e canadesi dell'ultima cena in Alta Via, al Rifugio Elisabetta.
Ancora qualche manciata di metri di dislivello, dopo dieci giorni di cammino e 185 chilometri percorsi, e avrò messo la parola fine anche su questa Alta Via. Ma nel cuore e negli occhi, resterà per sempre.

Courmayeur in vista!

A presto (a Courmayeur!)
Stefano

P.s.: Curia Major era il nome latino dell'attuale Courmayeur...

Pillole dall'Alta Via, 17 luglio

"Ho portato il mio Io sul punto piú alto e lo lascio lassù, l'Io che voglio essere. Scendo con l'Io che sono."
Reinhold Karl

Tutto il gruppo del Monte Bianco dal Col des Chavannes

giovedì 16 luglio 2015

L'ultima fatica

Ciao a tutti!
Sarebbe più corretto nomenclare questo post come "la penultima fatica". Ma dentro di me, sento che non ci sono più ostacoli tra me e Courmayeur, dove domani concluderò la fatica sull'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta. Nella nona tappa, la più lunga chilometricamente, vi era ancora un ostacolo non indifferente, la salita al Col des Chavannes, non duro, ma lunghissimo, più di tredici chilometri di salita per 1200 metri di dislivello. L'ultima paura di questa Alta Via...

È fatta!

La giornata, che da subito appare afosa, non parte con i migliori auspici. La notte non è stata buona, svegliato nel bel pieno del sonno dai francesi in stanza con noi, in procinto di affrontare il ghiacciaio del Rutor. Le gambe sembrano pesanti, e il fiato non quello dei giorni migliori. Ancora scorie della dura tappa di ieri?

Il Lac de Glacier all'ombra del Grand Assaly

La discesa verso La Thuile è molto lunga. Servono circa tre ore o poco più per raggiungerla. Il sentiero offre però molti spunti d'interesse, a partire dal fertile Plan de la Lière, ove si trova il Lac Glacier, purtroppo in ombra ma nel quale si specchia il Grand Assaly, che nella discesa domina il paesaggio circostante. Ci sono poi le tre cascate del Rutor, che vedo per la terza volta, ma senza stufarmi: sono sempre ugualmente meravigliose con la loro espressione di potenza. Dunque, c'è il panorama sul Monte Bianco e su La Thuile, che dal sentiero non mancano di fare capolino.

La prima cascata del Rutor

Il fondo della discesa è a La Joux. Prima di arrivare nel centro, però, ci sono alcuni chilometri in leggera discesa da percorrere, alcuni tagliano le curve della strada che porta a La Joux, altri sono sull'asfalto più nero (e il termometro della farmacia segna 25 gradi, un'enormità qui). Incontro anche un signore che vorrebbe darmi un passaggio in auto, ma declino l'offerta, da purista dell'Alta Via. Confesso, a quel "no, vado a piedi", ripenserò molto nelle ore successive.

La salita nel Vallone di Chavannes

A La Thuile decido di fermarmi per riprendermi dalle fatiche della discesa e per mangiare qualcosa. Le sensazioni continuano ad essere negative, fino al punto di pensare di avere la febbre. Ingerisco una Tachipirina e mi fermo ad un bar per il concentrato di carica che serve per i chilometri successivi. Quello sarà il punto di svolta della tappa.
Il cartello nel centro di La Thuile indica chiaramente che servono 4h40' per arrivare al colle. "No, sono troppe", penso io. Inizio dunque questa lunga salita con rabbia e ferocia, per dimostrare che la sentieristica si sbaglia. Aggredisco letteralmente il sentiero, soprattutto il primo terzo di salita, più ripido, e con una difficoltà in più. Per tre-quattro volte, si deve attraversare la statale che conduce al Passo del Piccolo San Bernardo. Poi c'è una svolta a destra, e qui comincia un'altra storia.

Semplicemente, Rutor

Si inizia sull'asfalto, si continua su una bella mulattiera, ma non si sale mai in modo ripido, la salita rimane sempre molto dolce. Quando il percorso è così salgo sempre fortissimo. E mi piace, perché non essendo affatto insidioso, riesco a pensare ad altre cose. Si, mille pensieri affollano la testa. Penso che questi sono gli ultimi istanti fra le mie montagne, è una miscela di sensazioni che comprende la gioia nel portare a termine questo arduo percorso e la tristezza nel sapere che presto non vedrò più per molto tempo queste montagne magiche. C'è la gioia nel sapere che fra tre giorni si torna a casa e potrò riabbracciare Giulia, c'è l'entusiasmo per un sabato che non sarà più solitario in rifugio ma con i propri amici. Ci sono tante cose nella mia testolina...

Vallon de la Lex Blanche

Ma la salita continua, e trovo stimolo nel poter vedere visivamente il colle. Il segnale giallo che indica la via per il Mont Fortin (che ho salito nel 2011) mi dà ulteriore forza. Manca pochissimo alla fine della salita, gli ultimi metri sono quasi piatti. Iniziano a comparire le vette del massiccio del Bianco, l'ometto di pietra è ad un passo... Ci sono! Il Col des Chavannes è raggiunto e davanti a me ho uno dei panorami più pazzeschi che si possano incontrare sulle Alpi. Da sinistra a destra incontro con lo sguardo l'Aiguille des Glaciers, Aiguilles de Trélatête, Monte Bianco, Aiguilles Blanches de Peuterey, Anguille Noire de Peuterey, Dente del Gigante, Dôme de Rochefort, Grandes Jorasses. Una sequenza di montagne fantastiche che è difficile da concepire senza essere qui, sul Col des Chavannes. Mi concedo il gesto del trionfo, alzando con veemenza le braccia al cielo, conscio che le fatiche di domani non saranno nulla rispetto a ciò che ho incontrato in questi nove giorni. Poi mi siedo, pago e soddisfatto di quanto fatto, a contemplare ciò che la natura ha deciso di donare a chi sale il Col des Chavannes. Dulcis in fundo, apro finalmente il botticino di genepy (come l'ho recuperato è una lunga storia) a titolo di brindisi. C'è da festeggiare e basta, ora.
Ah, per la cronaca: il Col des Chavannes l'ho salito in 3h30', non in 4h40'.

Il Rifugio Elisabetta Soldini Montanaro, ai piedi del Glacier de Trélatête

C'è ancora la discesa per il Rifugio Elisabetta Soldini Montanaro, lungo l'immenso Vallon de la Lex Blanche. Ma scorre via come niente. Sulle ali dell'entusiasmo e di fronte alle montagne più possenti d'Europa, la fatica va immediatamente in secondo piano. La testa è già a domani, il corpo si scopre essere a Courmayeur. Sono passati tre anni...tornarci con un'altra Alta Via all'attivo, deve essere sensazionale. Cose che racconterò domani. Questa è l'ultima notte di Alta Via, va vissuta fino in fondo.
A presto!
Stefano

Pillole dall'Alta Via, 16 luglio

"Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male."
Renato Casarotto

Sul Col d'Entrelor

mercoledì 15 luglio 2015

Colle de la Crosatie, la Vallée ai miei piedi

Ciao a tutti!
Doveva essere la tappa più dura e stressante. L'ottava frazione della mia Alta Via n.2, da Planaval al Rifugio Albert Deffeyes, ha mantenuto le promesse e si è rivelata assolutamente spaccagambe. Merito di numeri importanti, come i due colli da superare in giornata (Col de la Crosatie, Passo Alto) e più di due chilometri di dislivello da coprire.

Col de la Crosatie

Conoscendo la difficoltà della tappa, mi preparo a dovere. Colazione ricchissima con razione extra di caffelatte, massaggio delle gambe con arnica, cerotti per le (piccole) vesciche nei piedi, cerotto nasale. Alla mia partenza chiacchiero con l'albergatore, a cui piace fare terrorismo psicologico: "sono nove ore fino al Rifugio Deffeyes", "ci sarebbe il Passo di Planaval ma è pericoloso" , e via dicendo. Nessuna esitazione: devo seguire il percorso dell'Alta Via, che siano nove ore o più di cammino. Non c'è spazio per le scorciatoie.

La Valgrisenche dalla salita per il Col de la Crosatie

Inizio con un riscaldamento su asfalto, da Planaval a La Clusaz, all'ombra del mastio in rovina che apparteneva al casato dei D'Avise. Poi inizio finalmente sullo sterrato, su un sentiero ripido ma che permette talvolta di rifiatare, e che attraversa un vero e proprio eldorado per insetti e farfalle, mai così numerosi finora sull'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta, merito di un'eccezionale fioritura. Fino ai primi alpeggi, il sentiero risulta essere una magnifica balconata su Planaval prima e sulla Valgrisenche tutta, dopo. Superati i primi alpeggi, invece, si arriva in una meravigliosa conca erbosa. Ciò che colpisce è la maestosità del ghiacciaio di Château Blanc, e la quantità di acqua (che proviene probabilmente dal ghiacciaio) che attraversa la piccola conca che mi ritrovo a risalire.

Glacier de Château Blanc

Attraversata la conca, supero un altro scalino, che rapidamente mi porta ad una delle più belle meraviglie valdostane, il Lac du Fond. È un lago dalle acque verdi-blu, che brilla con maggiore intensità, come un diamante, man mano che salgo in quota. È il perfetto contorno alle fotografie che scatto in direzione sud, dove c'è più bianco... Il scalino successivo mi porta al "monumento" in ricordo di Yang Yuan, lo skyrunner cinese morto nell'edizione 2013 del Tor des Geants, nella discesa del Col de la Crosatie. La salita continua, lunga, mai eccessivamente ripida, fino a quando...

Fatica, parte prima

...si arriva in cima al colle! E qui mi trovo di fronte ad uno dei più grandi spettacoli che la montagna mi abbia mai regalato. Tutte le montagne della Valle d'Aosta sono qui, sul Col de la Crosatie. Ovviamente spicca poderosa la massiccia sagoma del Monte Bianco e quindi delle Grandes Jorasses, poi girandosi in senso orario, lo sguardo incrocia le più alte vette delle Alpi. Inconfondibili il Grand Combin, il Cervino e il gruppo del Rosa. Non manca nessuno all'appello, neanche il Gran Paradiso, basta voltarsi di 180 gradi. Qui mi trattengo un po' di più, per ricaricare le batterie con la tradizionale barretta di cioccolato, per fare un po' di foto e per conversare con alcuni escursionisti alsaziani in procinto di percorrere l'Alta Via n.2 in senso opposto al mio, dai quali scopro esattamente il passaggio del Passo Alto, il secondo colle della tappa. Mi avvisano: sarà tosta per me.

Promoud

La discesa verso Promoud, l'intersezione tra le due salite/discese, è rapida, in quanto i primi centocinquanta/duecento metri di discesa sono quasi una scalinata e i successivi scorrono che è un piacere. Man mano i giganti valdostani spariscono dalla vista, prima Rosa e Cervino, poi Bianco e infine le Grandes Jorasses. Ma è già stato superato mezzogiorno, e in una discesa sotto il sole non desidero altro che poter ritrovare la boscaglia, per avere un po' di fresco. A Promoud mi fermo ancora, per rifocillarmi in vista dell'imminente salita e anche per rilassarmi fisicamente. Ce n'è bisogno...

In cima sul Passo Alto! 

La salita inizia immediatamente superato il ponticello sul torrente. Inizialmente è dolce, si affianca l'omonimo bivacco (rovinato, non distrutto, da una valanga, e non bruciato, come erroneamente comunicatomi al Rifugio Miserin - andrebbe riparato!!!) e si entra in un bosco di pini. Quando inizia a camminare tra le pietre, la strada diventa dura. Si sale lungo questo lunghissimo vallone detritico che ha un doppio volto, ripido su sentiero, leggero sulle pietre, dove sembra una scala. A tratti c'è da faticare enormemente, ma sono convinto che la salita, se affrontata con forze fresche non sarebbe stata così dura. Invece io ho già i 1300 metri del Col de la Crosatie, e questa salita al Passo Alto è letale. Mi fermo più di una volta a rifiatare e quando raggiungo, finalmente, dopo una notevole serpentina nel macereto, lo scollinamento, mi concedo di alzare le braccia al cielo, perché so che le salite dure sono probabilmente finite con quest'ultima, il Passo Alto.

Ghiacciaio e laghi des Usselettes

Il panorama non è altrettanto strabiliante come quello del Col de la Crosatie, ma comunque importante. C'è un punto di vista nuovo: con le spalle al sentiero già battuto, si può ammirare in tutta la sua desolatezza il Glacier des Usselettes e gli omonimi laghetti dal tipico azzurro "glaciale", oltre ai compagni di salita, il Mont Pit e il Monte Paramont. Tutto bello, ma c'è ancora una discesa da compiere. Ed è lunga, eterna. Sono veramente stanco e a tratti mi pare di camminare a mo' di zombie. Quel che è certo è che ho rallentato l'andatura. Trovo comunque più di un motivo per fermarmi qua e là, per scattare qualche foto. Prima è la Comba des Usselettes (una favolosa conca in cui si trova un ambiente decisamente paludoso), poi è il Grand Assaly (imponente cima che quasi fa ombra al Rifugio Deffeyes), quindi del ghiacciaio del Rutor - e dei suoi laghi - sempre impressionante.

È l'arrivo: il Rifugio Deffeyes, davanti al Grand Assaly e davanti alla Comba des Usselettes

Un'ultima salitella conduce al rifugio. Il letto e la calorica cena del Deffeyes sono meritati premi per una tappa estremamente impegnativa che mi ha decisamente avvicinato a Courmayeur. Ancora parecchi chilometri, domani, con La Thuile da superare. Poi potrò (quasi) dire di avercela fatta, ancora una volta...
A presto!
Stefano

Pillole dall'Alta Via, 15 luglio

"Voglio arrivare in cima non solo per me stesso ma per tutti i giovani, per chi non ha senso nella vita, per chi non crede in nulla, per chi vuole amare, per chi vuole vivere in semplicità e purezza. Voglio farcela per chi mi aspetta a casa. Per chi mi ama."
Battistino Bonali

Vista sulla Valgrisenche e sul Rutor dal Col Finestra

martedì 14 luglio 2015

So steap, isn't it?

Ciao a tutti!
Camera d'albergo arredata in perfetto stile alpino, gambe rilassate su un morbido letto, una abat-jour che illumina fioca, finestra aperta per godersi la brezza montana e per poter osservare, prima che l'oscurità sia totale, il contorno dei monti in una notte di luglio. Questo l'ambiente nel quale scrivo per raccontarvi la settima tappa dell'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta. Dalla Valle di Rhêmes sono passato in Valgrisenche, raggiungendo Planaval, frazione di Arvier, dalla quale domattina scatterò per quella che (probabilmente) è la tappa più dura dell'Alta Via.

Il Lago di Beauregard

Non che oggi si scherzasse, comunque. Il Col Finestra (o Col Fenêtre), inferiore in quota a Lauson ed Entrelor, si è rivelato il più ripido di tutta l'Alta Via. La lunga discesa e l'attraversamento della Valgrisenche in tutta la sua lunghezza mi ha portato a camminare per quasi 22 chilometri. Insomma, non una tappa banale.

Si abbandona la Val di Rhêmes...

La giornata inizia con il "solito" sole. Da Rhêmes-Notre-Dame finalmente spicca in tutta la sua maestosità la Granta Parei, montagna meno nota della Valle d'Aosta, a mio parere perché non è un quattromila e priva di ghiacciai, ma non per questo meno imponente. Me la posso godere poco, perché il ripidissimo sentiero che risale un pendio erboso e che continuando a mezzacosta entra nel Vallone di Torrent mi toglie dalla vista in un colpo solo Rhêmes-Notre-Dame e Granta Parei. Aggiunge altro però, apparentemente meno piacevole. È subito chiaro, palese, che oggi ci sarà da faticare parecchio. Vedo chiaramente il passaggio in quota del Col Finestra e il muro di erba e roccia da risalire per superarlo. Impressionante! Nota: questo colle durante il periodo fascista fu usato per addestrare i militari italiani. È tutto detto.

...per salire il ripidissimo Col Finestra

Dopo aver raggiunto l'alpe Torrent, il sentiero ricomincia a impennarsi con brutalità sul lato sinistro del canale, senza possibilità di respiro. La pendenza media è del 35%, massacrante. Io cammino, ogni tanto prendendo fiato, ma continuo imperterrito. Non mi fermano i due piccoli nevai sul tratto ripodo, e segnalati da escursionisti incontrati sull'Alta Via. Il primo lo aggiro da sotto, lo scioglimento avanzato mi fa temere per la sua stabilita; il secondo lo supero tagliando dei gradini sulla neve, senza problemi. Mancano ancora parecchi metri, tutti durissimi, tutti da camminare lungo un sentiero che disegna una serpentina inferocita. Ma come gli ultimi sessanta, non vi è storia. Che fatica, per superare questo passo...

Finalmente il Monte Bianco, dal Col Finestra

Sul Col Finestra c'è però una gratifica importante. È il primo contatto con il Rutor e il Monte Bianco. Ma per loro ci sarà tempo nei tre giorni che seguono. Ora c'è da scendere. La prima parte, fino al Rifugio Chalet de l'Epée, è puro piacere. Prima su pietraia e dunque su erba, si scende dolcemente, senza strappi e con un panorama da cartolina di fronte. Al rifugio, a quota 2373 metri, mi concedo una sosta per una dose di caffeina. Servirà eccome, per la prossima dozzina di chilometri (e anche più) da compiere.

In discesa versoverso Valgrisenche

Dopo un breve saliscendi, finalmente compare il Lago di Beauregard, uno dei più importanti laghi artificiali valdostani.  Visto dall'alto, da un sentiero che è una sorta di balconata sulla Valgrisenche, il Lago di Beauregard ruba la scena a tutte le vette che lo circondano. Poi anche il tempo del saliscendi finisce e mi tocca scendere in valle. Come al solito, la discesa nel tipico bosco di conifere è contemporaneamente rapida e ripida e in men che non si dica mi ritrovo alle porte del capoluogo di Valgrisenche, un borgo alquanto suggestivo e tranquillo (come tutta l'impervia Valgrisenche).

Prariond, una frazione di Valgrisenche

Bene, qui termina la discesa. Ma non è finita qui. I cartelli gialli parlano di ancora due ore di cammino. Bisogna attraversare tutti i pascoli della meravigliosa Valgrisenche e numerosi villaggi, prima di concludere lo sforzo di oggi. La via, in un misto di ghiaia, asfalto ed erba, non è mai pianeggiante, ma è un costante saliscendi che alla lunga risulta essere stancante per gambe, piedi e spalle. Revers, con la sua tipica cappella eretta su uno spuntone di roccia è l'ultimo ostacolo. Dopo, vi sono "solamente" 1500 durissimi metri di asfalto per arrivare a Planaval. L'albergo è una salvezza per il mio corpo, che iniziava a dare segni di stanchezza profonda. Per completare l'opera lancio uno sguardo in alto. La salita del giorno dopo è proprio sotto l'amena Planaval, proprio sotto la mia testa. Che però ora vuole lasciarsi andare sul cuscino. Per poter, domani, fare il pieno di ulteriori bellezze. E salite infinite da compiere...
A presto!
Stefano

P.s.: oggi, 14 luglio 2015 ricorre il centocinquantesimo anniversario della prima salita del Cervino. Avrei voluto parlarne, ma l'impegno sull'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta non mi consente di dedicarvi spazio, momentaneamente. Ci tornerò settimana prossima...

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