giovedì 23 giugno 2016

23 giugno 1962 - Il muro di ghiaccio

"Col passare degli anni, più aumenta la mia conoscenza di montagne ghiacciate, più mi convinco che la Nord del grande Pilier rappresenta la concentrazione delle maggiori difficoltà che si possono incontrare in alta montagna. È senz'altro la parete di misto. roccia-ghiaccio più tetra, selvaggia e pericolosa che abbia mai osservato sulle Alpi. Fasce di rocce lisce e spesso strapiombanti, completamente incrostate di gelo o di neve instabile si alternano a pendii di ghiaccio ertissimi, sui quali si frantumano enormi seracchi e cornici sempre incombenti. Un migliaio di metri di questo inferno in un imbuto gigantesco, cupo e freddo di luci filtrate, creato dalla natura severa, che dà una continua angoscia. Su questa parete le condizioni atmosferiche giocano forse il ruolo più importante. Se si è colti dalla bufera o dal disgelo dopo il primo terzo di scalata. non si può più tornare indietro: o si prosegue rapidamente verso l'alto, soluzione estremamente problematica, o rimanendo in balia degli elementi - siamo intorno ai quattromila metri - si è quasi certi di finite vittime del gelo o delle valanghe. È indubbiamente l'ultima e più aspra difesa che la vetta del Monte Bianco oppone ai suoi
esploratori. Questo io lo so benissimo. Eppure, per quell'impulso misterioso che ha sempre spinto l'uomo verso l'ignoto, provo un irresistibile desiderio di cimentarmi lassù."
Walter Bonatti, I giorni grandi

Il Grand Pilier d'Angle sulla sinistra, e tutta la linea della cresta di Peuterey (fonte: piergiorgiolotito.blogspot.com)
Il Grand Pilier d'Angle è un immensa spalla del Monte Bianco nel suo versante italiano. La sommità di questo pilone supera i 4200 metri di altezza e proprio sulla sua cima la cresta cambia orientamento (dalla direzione nord/sud alla direzione ovest/est), formando proprio quell'Angle che gliene dà il nome. Il Pilier d'Angle si raggiunge ogni qualvolta si tenti l'ascensione del Bianco seguendo la cresta di Peuterey. Ma le sue pareti sono tra le più micidiali di tutto il massiccio. Centinaia di metri di parete mista roccia e ghiaccio, strapiombanti, con colatoi che sono scivoli per le slavine del Monte Bianco. E con un terribile ghiacciaio sommitale, la "Poire", che scarica continuamente lastre di ghiaccio. Un ambiente terribile, soprattutto quello della parete nord: oltre un chilometro di verticalità che negli anni Sessanta, prima dell'avvento della piolet-traction, rappresentava un concentrato di difficoltà come pochi nelle Alpi. Ardua da affrontare in qualsiasi condizione, indipendentemente dalla quantità di neve che vi sia depositata.

Walter Bonatti e Cosimo Zappelli in allenamento sul Monte Bianco (fonte: corriere.it)

È più che legittimo pensare che Bonatti fosse decisamente interessato a violare quella parete, attratto dalla sua "verginità" e dalle ardimentose difficoltà a cui gli scalatori sarebbero stati sottoposti. Già nel settembre del 1961 Bonatti, assieme al nuovo fedele compagno di cordata Cosimo Zappelli, si affaccia sul ghiacciaio della Brenva con l'intento di tentare l'ascensione alla nord del Pilier d'Angle. Ma qui succede qualcosa che apparentemente non ha a che fare con la tempra di Bonatti. Al cospetto di quella parete di ghiaccio, il suo istinto gli suggerisce di rinunciare. «Io l'anima su quella parete non ce la voglio lasciare», questo il pensiero di Bonatti in quella notte di settembre. Che si senta condizionato dalla recente tragedia sul Pilone centrale del Frêney? Il tentativo è soltanto rinviato, bisognerà aspettare l'anno successivo.
Il 19 giugno Bonatti e Zappelli si ripresentano, pronti per tentare l'assalto, ma c'è aria di bufera e rinviano la partenza di altri due giorni: la notte del 21 giugno è quella giusta per partire.

Il Monte Bianco; la freccia a destra mostra il punto di partenza della via Bonatti-Zappelli al Grand Pilier d'Angle. Foto di archivio, 30 dicembre 2015.

Tutte le grandi imprese sono composte da tante, piccole o grandi, ma tutte certamente dure, tappe. Anche la nord del Grand Pilier d'Angle non è da meno. Anzi, si rivelerà un percorso ad ostacoli, uno più impervio dell'altro. A cominciare dal superamento della crepaccia alla base della parete, ostacolo vinto calandosi direttamente dentro la crepaccia, in una lotta di due ore contro il ghiaccio. Bonatti e Zappelli possono iniziare dunque l'attacco alla parete. Con il cuore in gola: il primo ostacolo è il canalone dove scendono le slavine dalla Poire. Bonatti sa perfettamente cosa è una slavina sul Bianco e quale sia la sua violenza. Bisogna muoversi in fretta, ma gradinare il ghiaccio è operazione lenta, laboriosa, che sembra durare secoli.

Le principali vie al Grand Pilier d'Angle; quella rossa è la via Bonatti-Zappelli alla parete nord (fonte: guidebormio.com)

Quando inizia ad albeggiare i due si trovano nel bel mezzo della parete del Gran Pilier d'Angle, su quelle che lo stesso Bonatti ha definito le Rocce sinuose, dalle quali la via sembra addirittura scomparire nello strapiombo che abbraccia la parete. Intanto, a breve distanza, scende una frana. Il momento è terrificante, una scarica dal salto di circa un chilometro si schianta alla base della parete, laddove era iniziata l'ascesa. La tensione nei due alpinisti è chiara, ma ora è molto più sicuro continuare la salita che azzardare una discesa.
Cinque ore per salire di 120 metri, lungo una fascia obliqua di rocce, piena di vetrato dove è impossibile conficcare un chiodo, dove i ramponi sono l'unica sicurezza. Il percorso ad ostacoli continua con una tremenda cascata di ghiaccio di quaranta metri di altezza, di puro ghiaccio, senza fessure, valicata quasi trattenendo il respiro. Proprio Bonatti, a proposito di questo tratto, si esprimette così: "tra i più angoscianti che io ricordi".

Dalla Stampa Sera del 26 giugno 1962

Il tempo di una breve pausa, per rifocillarsi e per festeggiare il compleanno di Walter (il 22 giugno), ed è ora di riprendere la scalata. Altro impervio ostacolo, un colatoio, lungo ottanta metri (due tiri di corda) che sembra voler adunare a sé tutte le lastre ghiacciate che precipitano dal massiccio. Una di queste colpisce anche Zappelli, senza provocare problemi, fortunatamente. Non c'è il tempo di riprendersi dallo spavento che tutta la montagna inizia a tremare improvvisamente. Sembra un terremoto ma altro non è se non un enorme seracco di ghiaccio che sotterra di neve tutta la parete. Le Rocce sinuose, superate poche ore prima da Bonatti e Zappelli, sono completamente bianche. Sarà l'ultimo brivido di una salita memorabile. Questa è una scalata per cuori forti, e lo è fino alla fine.

Il misto di roccia e ghiaccio del Grand Pilier d'Angle (© Antonio Giani)

Alle 18.05 la parete nord del Gran Pilier d'Angle è vinta. L'ennesima impresa di Bonatti, con il fido Zappelli, è compiuta. Ma i due si vogliono togliere l'ultima soddisfazione. Aspettano la notte per percorrere la cresta di Peuterey e uscire dunque in vetta - peraltro la via di discesa più sicura. Perché la neve è dura, più facile da risalire. Perché trovarsi sul Monte Bianco, sul tetto d'Europa, quando in Italia il primo sole rischiara le Alpi, mentre in Francia la notte è ancora fonda, è... uno spettacolo senza eguali. Come l'ennesima prova di classe cristallina dimostrata da Bonatti sul Grand Pilier d'Angle.

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