sabato 27 luglio 2019

E noi partiamo! L'aforisma di viaggio n. 17

"I viaggi che riescono meglio sono quelli che non si fa a tempo a preparare. Quelli che si affrontano senza una zavorra di libri. In leggerezza. Portandosi dietro nient’altro che l’esperienza dei nomadismi precedenti"
Paolo Rumiz

Un mare di Strandkorbe (fonte: tui.com)

Proprio come stavolta. Impegnatissimo con il lavoro, ancora più impegnato fuori, non è che stia partendo conscio di dove andrò. Ma perlomeno, andrò. E questa è la cosa più importante. Assieme alla direzione: Germania, Mar Baltico.
Bis bald!
Stefano

mercoledì 1 maggio 2019

1 maggio 1994

"Dov'eri quando è morto Ayrton Senna? Prova a fare questa domanda a chiunque. Ciascuno ti risponderà descrivendoti un luogo, il momento preciso."
Lucio Dalla

Ayrton Senna (San Paolo, 21 marzo 1964 - Bologna, 1 maggio 1994)

mercoledì 27 marzo 2019

27 marzo 2018

Un anno.
Era più o meno una giornata così. Un po' di sole, quel tipico sole di marzo che nelle prime frenetiche ore mattutine non riesce ancora a farmi rendere conto che la primavera è iniziata. È il giorno pronosticato (previsto, calcolato, non è importante l'aggettivo) dai dottori. Ogni momento può essere quello buono.
In salotto ho appeso uno di quei calendari "universali" - si chiameranno così? - in cui un rudimentale sistema di rotelline permette di aggiornare la data. Piccolo giro di rotelle per arrivare al 27 marzo. Una foto col telefono, una condivisione su Facebook, e annessi auspici. L'ultimo gesto quotidiano prima di lasciarmi la porta di casa alle spalle, recarmi con una velata ansia di sottofondo in ufficio, dove so di trovare un protettivo noch nicht dei miei colleghi. Rigorosamente in auto, perché in bici vado fortissimo, ma nonostante il traffico della città, il pedale dell'acceleratore rimane sempre una garanzia di velocità.
Due minuti, forse neanche quelli, certamente due semafori, il telefono che strilla. Rispondo, anche se non era necessario, già avevo capito che dovevo fare marcia indietro. Un nervoso ritorno a casa, un ancora più nervoso viaggio verso l'ospedale. Il resto è cosa nota, o forse no.
Perché è in quelle ore, poco meno di una decina - fino alle 16:49 in cui è nata Rossana - che si celebra l'intimità della coppia. Si vedono cose che non si possono vedere in altri momenti, si fanno discorsi che attraversano uno spettro completo di stati d'animo; si osserva, come spettatori allo stadio, tutta la potenza della natura nel giro di pochi secondi. È una gioia grande che supera a mani basse qualsiasi altro momento bello vissuto prima. È gioia che rincoglionisce. Altrimenti non si spiegherebbe perché mi sia rivolto alle ostetriche in italiano, ovviamente piangendo. È gioia condivisa, da stringere in due, da abbracciare insieme.
È gioia che dura da un anno. Un anno combattuto, ma non tanto per le problematiche che ha dovuto superare Rossana. Dentro di me, mi sono sempre sentito diviso tra il desiderio curioso, quasi ansioso, di vederla crescere, e quello impossibile, di far sì che rimanga così, piccina come è, bellissima nella sua tenerissima età. Che vola via, sempre troppo in fretta, un giorno dopo l'altro, senza avere quasi la possibilità di accorgersene.


Tanti auguri, Rossana. Un anno insieme è passato.

domenica 28 ottobre 2018

Che la corsa sia con me - 3:24:07 a Francoforte!

Ciao a tutti!
È andata ma non è andata come auspicavo. All'arrivo nella Festhalle ho fermato il cronometro dopo tre ore, ventiquattro minuti e sette secondi. Molto lontano dalle 3h15' che pensavo possibili.
Seppure in condizioni meteo diverse, questa maratona ricalca molto nello sviluppo del passo di corsa quella di oltre due anni fa a Berlino. Tanti chilometri corsi ad un ottimo passo, il lento decadimento prestazionale tra i venticinque e i trenta chilometri, dunque il crollo, già a dieci chilometri dalla fine.
Non ci sono scusanti, neanche le violente raffiche di vento che a tratti hanno sferzato il percorso della maratona. Non avevo le gambe per raggiungere le 3h15', o le ho consumate troppo in fretta. Per questo, in parte, merito questa medaglia. Frutto di un (a mio parere) buon allenamento che non ha fruttato come sperato, ma soprattutto di dieci chilometri - quelli finali - allucinanti. 

Che fatica, ma anche io ho una medaglia e...un podio

Me la godo, e ora...riposo!
Bis bald!
Stefano

Adrenalina vol.7

"You'd better run
You better run all day
And run all night"
Pink Floyd, Run like hell

Ancora 60 minuti alla partenza!

sabato 27 ottobre 2018

Alle porte di Francoforte

Ciao a tutti!
La vigilia di un nuovo appuntamento con la maratona, la mia undicesima maratona, è giunta, nuovamente, con tutto il suo carico di emozioni e contrastanti sensazioni.
Sono a Francoforte ora, in albergo, alle prese con i preparativi del sabato sera prima della corsa attesa da un anno. La scelta del vestiario per la gara - difficile stavolta per le condizioni meteo incerte di domani - il chip da fissare alle scarpe, la borsa con tutto il necessario prima e dopo la fatica dei 42 chilometri. Le speranze di poter correre come ho sognato per mesi, la speranza prima di tutto di arrivare fino al traguardo della Messe Frankfurt tutto intero e magari con un bel tempo finale, un tempo che riscatti il ricordo opaco di un anno fa a Venezia.

Al sabato si coltivano sogni di gloria

Sono a Francoforte, ora, ma nel viaggio in auto da casa verso la Manhattan di Germania, ho avuto modo di pensare e ripensare a tutto ciò che potrà essere domani. Dal punto di vista podistico, c'è tantissima curiosità. Sto molto bene fisicamente, sento di avere delle gambe in forma e ben riposate. Gli allenamenti delle ultime settimane lo hanno confermato, i tempi fatti sono stati buoni, non lontani da quelli che feci in preparazione alla maratona di Roma, nella primavera dell'anno scorso. E in più, su un percorso molto più vallonato della ciclovia sulla quale sono stato solito allenarmi negli ultimi tre anni. E poi ci sarebbe da dire che il percorso di Francoforte si presenta come estremamente veloce. Di certo non come il percorso di Roma... Si può migliorare quel 3h13'06" di Roma? Non si può dire con certezza, mai. Perché l'eventualità di una caduta e di un piede rotto non si può mai escludere. Scherzi a parte, è una gran bella domanda. Restare sotto le 3h15' sarebbe già un grandissimo risultato, scendere sotto le 3h13' e migliorare il proprio personale sarebbe qualcosa di meraviglioso e anche un po' inaspettato. Perchè dalla grigia prestazione di un anno fa ad ora, ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma è un acqua che non raccontava storie composte da passi che si susseguono uno dopo l'altro. Si vedrà domani. Intanto, allo stand Asics della Marathon Mall allestita per la Mainova Frankfurt Marathon, mi sono fatto stampare il braccialetto Pace My Race con il tempo di 3h13'00". Sarà una motivazione in più per provare a sfiorare qualcosa di "impossibile", perlomeno fino a qualche giorno fa.

Alla ricerca di un nome. Lo troverò?

A Francoforte ci sono migliaia di persone in attesa della maratona di domani. Da tutto il mondo. Cercano la loro strada tra le vie di Francoforte, cercano il loro nome su un pannello in cui sono stampati i nomi di tutti i partecipanti che affolleranno la città dei grattacieli. Provo a cercare anche il mio, senza successo. Magari riproverò domani, quando proverò a scaricare la crescente tensione della corsa che si avvicina. Però è bellissimo vedere tutti alla ricerca del proprio nome, che non è altro che una goccia nell'oceano. Siamo tantissimi, da tutte le parti del mondo. I nomi non tradiscono, e tantomeno tradiscono lingue e accenti: domani ci saranno maratoneti da tutti i continenti. Tanti tedeschi ovviamente, ma ho colto la presenza di tanto Giappone (una scuola eccezionale di maratoneti) e tanta Russia.

Le strade dove solitamente impazzava il traffico...domani saranno assalite dai maratoneti!

Prendo il mio pettorale, numero 9255, le spille e il chip da fissare alla scarpa. Personale: così così. Organizzazione: così così. Ormai so il tedesco a sufficienza per cavarmela, ma chi arriva dall'estero, qui fa fatica. Ritiro la maglietta del finisher (come se l'avessi già finita, questa maratona...), una foto ricordo sul podio in cui verranno premiati i vincitori di domani, faccio un giretto tra gli stand. In cui scopro ogni volta marchi nuovi. La corsa non è più solamente uno sport, è innanzitutto un business in continua crescita. Scarpe, magliette, kit invernali, orologi, ma soprattutto poliestere... poliestere come pioggia torrenziale.
Poi esco dalla Messe Frankfurt per scendere in strada. Per pensare e provare a rincorrere i pensieri. Proprio davanti alla Fiera di Francoforte, nella Friedrich-Ebert-Anlage, vi è la partenza della maratona. Poco a lato, nella Festhalle della Fiera, l'arrivo. Un arrivo atipico, indoor. Che sarà un ottimo riparo se dovesse infuriare il maltempo domani. La luce del giorno scende su Francoforte. Domani arriva presto, più presto. E sarà ora di maratona, finalmente. Per ora, posso solo più dire... buonanotte.
Bis bald!
Stefano

sabato 13 ottobre 2018

Run the skyline

Ciao a tutti!
Questo è uno di quegli annunci che si è fatto attendere più del dovuto. Perché quando si tratta di corsa riesco a pianificare molto bene ogni singola azione: allenamenti, giornate di riposo, chilometraggi e per l'appunto, annunci. Si, questa volta ci ho messo un po' di più. La mia nuova vita da papà mi lascia - come è naturale che sia nei primi mesi - meno tempo libero a disposizione, da investire sul blog e soprattutto sulla corsa. Ho aspettato quasi fino all'ultimo per prendere una decisione finale e dunque annunciarla.
Fra due settimane circa, domenica 28 ottobre, sarò al via dell'edizione n.37 della Mainova Frankfurt Marathon.

Una maratona all'ombra dei grattacieli della Manhattan europea (fonte: main-spitze.com)

La mia undicesima maratona, la prima da papà, la correrò dunque a Francoforte sul Meno, non lontano da casa, su uno dei percorsi considerati tra i più veloci in assoluti al mondo, in un periodo perfetto per disputare una competizione che per il sottoscritto durerà almeno tre ore. Erano necessari questi elementi per ripartire dopo la maratona un po' interlocutoria disputata a Venezia un anno fa.  Ah, la Venice Marathon dell'anno scorso... corsa per una questione romantica, più con il cuore che con le gambe, dopo un ciclo di allenamento tutto fuorché brillante e con un esito (emozioni di Venezia e di Piazza San Marco escluse) da dimenticare. Con l'autunno volevo ripartire, credo che lo stia già facendo bene, e proverò a confermarlo a Francoforte, in una maratona che ha tutto ciò che serve per concedermi delle belle soddisfazioni.
Francoforte è una città che conosco abbastanza bene e che già podisticamente parlando ha avuto un'impronta positiva sul mio ruolino personale: qui nel marzo dell'anno scorso ho corso una mezza maratona, da annoverare al momento come la mia terza migliore in assoluto. Il suo percorso è molto veloce, così veloce che è al primo posto al mondo per quanto riguarda i tempi medi di percorrenza in assoluto. Non ha il blasone di Berlino, ma forse è un bene, in quanto anche il numero di partecipanti è decisamente inferiore: in sintesi, è un correre più rilassato.
Dove posso arrivare non lo so ancora, forse sto iniziando ad intuirlo, ma migliorare la performance strepitosa di Roma sarà impresa quasi impossibile. Sarebbe un risultato splendido scendere nuovamente sotto le tre ore e quindici minuti. Significherebbe lasciarsi alle spalle l'opaca Venice Marathon dell'anno scorso e rimettere le gambe nella giusta carreggiata dopo mesi di incertezza atletica. Farlo in questa città, in cui ho solo ricordi piacevoli, sarebbe una immensa soddisfazione. Insomma, come dico spesso, wir werden sehen (vedremo)...
Bis bald!
Stefano

sabato 4 agosto 2018

Bücher: Una vita come tante

"Una relazione non può mai darti tutto ciò di cui hai bisogno. Può darti qualcosa. Di tutte le cose che puoi volere da una persona – l'alchimia sessuale, diciamo, o una conversazione brillante, un sostegno economico, compatibilità intellettuale, gentilezza, lealtà – puoi sceglierne al massimo tre. Tre, capisci? Forse quattro, se sei molto fortunata. Il resto devi cercarlo altrove. Solo nei film puoi trovare una persona che ti dia tutto ciò di cui hai bisogno. Ma qui non siamo al cinema. Nel mondo reale, devi scegliere quali sono le tre qualità con le quali vuoi trascorrere la tua vita, dopodiché puoi cominciare a cercarle. La vita è così. Non ti rendi conto che stai per cadere in una trappola? Se continui a pretendere di trovare tutto, finirai per rimanere senza niente."
Hanya Yanagihara, Una vita come tante


Una vita come tante di Hanya Yanagihara è uno di quei romanzi di cui ho tanto sentito parlare e discutere poco dopo la sua uscita. Recensioni entusiastiche, lettori estasiati, rapiti da questo libro che - a detta di molti - è da considerare alla stregua dei più grandi capolavori. Personalmente, mi dissocio da queste opinioni. Non perché voglia andare controcorrente, o perché sia insensibile - mi è già capitato di piangere leggendo un libro, o guardando un film. Il libro di Yanagihara, nonostante il tanto tempo utilizzato per portarlo a termine, mi è piaciuto. Si, mi è piaciuto. O forse no.
Una vita come tante narra la storia di una profonda amicizia tra quattro amici in una New York totalmente decontestualizzata. Jude, Malcolm, Willem e JB sono quattro squattrinati compagni di college che, affrontando percorsi ben diversi, raggiungono il successo nel loro campo. JB, l'artista, Willem, l'attore, Malcolm, l'architetto hanno come loro fulcro la controversa figura di Jude, un avvocato che nasconde un passato fatto di disperazione e di violenza, la cui vita è in costante bilico tra la speranza e il desiderio di autodistruzione. Intorno al fragile Jude si scatena un turbinio di sentimenti emotivamente variegati (e mi fermo qui, per non fare dello spoiler).
Perché leggere Una vita come tante? Beh, innanzitutto perché è una bellissima storia di amicizia che dura nel tempo: nel corso dei decenni, la loro amicizia sopravvive, nonostante i litigi, la tossicodipendenza di JB e i comportamenti ambigui di Jude. Perché Una vita come tante ridisegna completamente il concetto di genere e orientamento sessuale a livello letterario. Per la sua prosa, godibile nonostante le oltre mille pagine del volume: in fondo, una volta che si scopre quale sia stato il passato di Jude, costellato di abusi e di violenze, si vuole sapere come va a finire. Perché è perfetto nel raccontare quanto l'abuso in età infantile possa avere effetti devastanti (palese è l'incapacità di Jude di lasciarsi andare ad un amore incondizionato). Perché è stato bello affezionarsi ai personaggi – personalmente sono entrato subito in empatia con Willem e Harold, uno dei professori di Jude.
Va però anche detto che Una vita come tante è un romanzo che affronta questioni morali e basta, senza un benché minimo tentativo di contestualizzazione storica: si può dedurre che sia ambientato nel XXI secolo, ma poco altro, sebbene i riferimenti al cinema di Willem, all'arte di JB o ai progetti di Malcolm sarebbero un punto di partenza per descrivere il mondo che li circonda; un mondo dai contorni decisamente snob, che non può essere ovattato, in cui eventi come l'11 settembre o la crisi globale non sembrano giocare alcun ruolo. Forse tutto il libro andrebbe riletto come una favola urbana, mettendo da parte la pur consistente dose di realismo ivi contenuta. E poi c'è una sorta di fastidioso buonismo di fondo nei confronti del personaggio di Jude: perché è così amato? Forse “solo” perché è stato violentato da piccolo? Molti degli atteggiamenti assunti dai protagonisti sembrano incomprensibili – e per me rimangono tali tuttora.
C'è qualcosa di difficile da spiegare una volta terminato questo romanzo: nonostante questo intenso e poderoso viaggio nell'abisso di un uomo, rimane un po' di amaro in bocca nel constatare durante tutta la lettura una sorta di autocompiacimento dell'autore nel raccontare così tali esperienze dolorose, come se si volesse infierire sul malcapitato. Era proprio necessario?
Bis bald!
Stefano

Giudizio: 7/10 

giovedì 2 agosto 2018

Parigi, venti anni dopo

Stump. Questa storia inizia con uno schianto e tante lacrime: respinto dalla traversa, il pallone calciato da Gigi Di Biagio scappa nel cielo di Parigi, portandosi dietro le speranze di vittoria azzurra al Mondiale 1998. I tifosi italiani piangono e imprecano contro quella che è diventata una maledizione: dopo il 1990 e il 1994, ancora i rigori sbarrano la strada alla Nazionale. Anche Marco Pantani è triste, ma per motivi diversi. Otto giorni prima, il 26 giugno, ha perso la sua guida, l'uomo che nel 1995 aveva creduto in lui nonostante la gamba maciullata, tenuta insieme dal ferro impiantato dai dottori del CTO torinese.
Luciano Pezzi, prima partigiano poi una vita da gregario di Fausto Coppi e un'altra da direttore sportivo iniziata alla grande con Felice Gimondi, era andato a prendersi il Pirata direttamente in ospedale: «Lascia la Carrera e vieni con noi: ti costruisco la squadra intorno. Sei il più forte, vincerai Giro e Tour». Sembravano parole al vento, azzardo destinato al fallimento. E invece il grande saggio aveva visto giusto: nel 1997 Pantani rimesso a nuovo ritrova scatti micidiali e sensazioni giuste sulle salite francesi con una maglia destinata a fare la storia: Mercatone Uno. Sale sul podio, come nel 1994. È il preludio al trionfo in Rosa: arriva nel giugno 1998 dopo un duello all'ultimo respiro col russo Pavel Tonkov. C'è una fotografia che ferma il tempo e restituisce la felicità di quei momenti: Pezzi tiene stretto Marco, lo abbraccia. E il romagnolo sorride, un sorriso bello come quello di un bimbo. C'è di più: il Panta indossa una mantellina gialla, un segno premonitore.
In quel luglio 1998 gli italiani vanno in vacanza scornati per la delusione Mondiale: Zidane trionfa su Ronaldo e alza la Coppa. Il giorno prima, sabato 11, il Tour parte da Dublino. C'è pure il Pirata e non era scontato. Anzi, per tutto il mese precedente sembrava che dovesse accadere il contrario. «Sono scarico mentalmente, dopo la vittoria del Giro ho fatto aldoria per una settimana. Che ci vado a fare in Francia?», ripeteva a tutti il cpaitano della Mercatone. E tutti gli davano ragione, tutti tranne uno: Pezzi, «Marco, dimentica pure sella e pedali per 15 giorni, ma lì devi andarci. Ho studiato il percorso, ci sono le pendenze per fare l'impresa e spezzare la maledizione gialla». Eh già, non ci sono solo i rigori a disturbare il sonno degli sportivi italiani. Per chi vive a pane e bicicletta, il Tour è una ossessione: dal 1965 l'inno di Mameli non fa da ninna nanna all'Arc de Triomphe. Trentatré anni dalla zampata di Gimondi, un'eternità. Pezzi punta tutto sul romagnolo, ma il destino suona alla sua porta: il cuore del vecchio leone smette all'improvviso di battere. Pantani è in Spagna con la squadra, una telefonata gli oscura l'alba: versa lacrime su lacrime. Nei giorni successivi in testa gli rimbombano le parole del suo mentore: «Devi andare al Tour, devi andare al Tour, devi andare al Tour...». E Marco gli rispinde al funerale, mettendo una mano sulla bara: «Ci vado, Luciano. Ci vado». Il resto non lo dice, ma lo pensa: «Ci vado e vinco, Luciano». Anche queste sembrano parole al vento.

Circondato dalla folla sul Galibier (fonte: couleur.cc)

Ma dal quel 26 giugno le cose cambiano: i gregari vedono negli occhi del capitano la scintilla che conoscono bene. Macinano chilometri su chilometri per recuperare il tempo perduto e arrivare alla partenza nelle condizioni migliori. La sfida è a Jan Ullrich, astro nascente e vincitore nel 1997. Il Mondiale viene in soccorso del Panta: la Grande Boucle, per non disturbare il tifo calcistico, posticipa il via di circa una settimana. Ossigeno e allenamenti in più per i muscoli del romagnolo. Ma il gap sembra lo stesso incolmabile: quando il 18 luglio la locomotiva tedesca della Telekom stravince la cronometro a Correze, si prende la maglia gialla e rifila 4' e 21" al Pirata, gli italiani spengono la tv e si concentrano sui bagni al mare. La spiaggia chiama, non ci saranno sorprese.
La Grande Boucle intanto si inerpica sui Pirenei, montagne che infilzano il cielo. Il Panta attacca a ogni tappa: inanella un secondo e un primo posto. Vuoi vedere...? Ullrich è in affanno, le gote sempre più rosse. Il giorno  del giudizio è il 27 luglio, sulle Alpi: da scalare il gigante Galibier, poi picchiata e risalita a Les Deux Alpes. È un pomeriggio estivo che più bugiardo non si può: pioggia gelata, vento, foschia e nuvoloni neri. Ai -4 chilometri da quota 2642 e a circa 50 dal traguardo, il Pirata di alza sui pedali e va all'arrembaggio con la pelata protetta da insolita bandana celeste. La ruota gialla della sua Bianchi solca l'acqua, lascia una scia nell'asfalto banato. E va su ancora, va su canterebbe Gino Paoli. Mezza Italia è incollata alla tv: salta sul divano, grida e scatta in ciabatte tra giardini e salotti. Come per magia quei momenti vivono in una bolla temporale, non vanno più via. Basta chiudere gli occhi per ritrovarsi indietro di 20 anni, ascoltare la voce amica di Adriano De Zan, annusare gli odori, rivivere le emozioni, i battiti del cuore sempre più accelerati. E lo scalatore arrivato dal mare ora va giù, va giù ancora. Poi, dopo la picchiata, di nuovo salita: l'arrivo è vicino, Ullrich sempre più lontano. Vince, il Pirata. Taglia il traguardo con gli occhi chiusi, braccia aperte come ali e il viso che è un matrimonio di sofferenza e gioia.
Sembra un novello Cristo, l'opera madonnara di un artista di strada. È "solo" Marco Pantani. Indossa la maglia gialla mentre il tedesco sbuffa ancora verso Les Deux Alpes: becca quasi 9 minuti dall'italiano. Non rimonta più, non ci sono rigori, gatti neri, macchine in contromano e altre diavolerie. La maledizione del Tour è spezzata, Gimondi alza il braccio del Pirata mentre risuona forte Fratelli d'Italia. «Quel 1998 ha cambiato tutto, facevo piadine e non capivo nulla di ciclismo», ricorda Tonina, la mamma di Marco. «Dopo sembravano tutti impazziti, ma se potessi ridarei indietro coppe e Tour per riavere il mio Antonio Inoki, come chiamavo Marco da piccino. In questi lunghissimi anni ho combattuto per ridare dignità a mio figlio, continuerò a farlo fino all'ultimo respiro. È stato maciullato e abbandonato dopo Madonna di Campiglio. Cosa inimmaginabile solo qualche mese prima». Già, nell'agosto 1998 Cesenatico diventa l'ombelico del mondo: alla festa in piazza arrivano da tutta Italia, c'è pure il premier Romano Prodi e Dario Fo, futuro Nobel, manda un quadro per celebrare l'impresa del romagnolo. Il 199 si tinge di rosa e giallo, è l'"anno di Pantani", è una goduria nazionale. Così, non ci sarà più.
Francesco Ceniti, Sportweek, 7 luglio 2018

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