lunedì 29 febbraio 2016

Complimenti maestro!

"La musica non è come la poesia, che non necessita di interpretazione perché le parole hanno un loro significato. La musica è intangibile, non ha sembianze, è come un sogno: esiste solo se viene eseguita, prende corpo nella mente di chi ascolta."  
Ennio Morricone
 
Un momento atteso da cinquant'anni (fonte: milanopost.info)

Ti abbiamo conosciuto con la Trilogia del dollaro...
Ci hai ammaliati in Metti, una sera a cena...
Ci hai fatto venire la pelle d'oca con Giù la testa...
Sei diventato una leggenda con The Mission...
Hai emozionato con la potenza della musica ne Gli intoccabili...
Ci hai commossi con C'era una volta in America...
Hai messo in musica l'inquietudine con La Piovra...
Siamo tornati bambini in Nuovo Cinema Paradiso...
Abbiamo riconosciuto la tua firma in decine di serie televisive...
E finalmente, dopo oltre cinquecento colonne sonore tra film, corti, serie-TV e documentari, con The Hateful Eights hai raggiunto il meritato riconoscimento dell'Academy.
Complimenti Maestro!

domenica 28 febbraio 2016

Una domenica in una pagina

Ciao a tutti!
Stasera decido di aprire il dizionario visuale, per provare ad arricchire il mio malandato lessico in lingua tedesca. Sfogliando, trovo per caso una pagina decisamente "simbolica", di quelle che riassumono una giornata intera, nella fattispecie proprio questa domenica, trascorsa a maneggiare vernici e pennelli. Questa qui...


Dunque. Ho steso un Tapetenrolle in cucina, l'ho fissato con l'Abdeckband. Successivamente, ho pennellato una dose di Grund con il Flachpinsel. Ho aperto la Farbdose e ho dato due mani di Farbe per mezzo di un Farbroller. Finito? Ho pulito Flachpinsel e Farbroller con il Verdünnungsmittel e ho tolto l'Abdeckband. E ora? Aspetto che il Meisterwerk sia asciutto!
Bis bald!
Stefano

sabato 27 febbraio 2016

Verso una bella stagione?

Finalmente il sole... Dopo il grigiore di giornate trascorse ad inveire contro il cielo, che regalava solo vento e pioggia, è giunto dunque anche il tempo dei primi raggi di sole. Non sono raggi primaverili, perché si batte ancora i denti, ma sono di buon auspicio per la primavera che mi auguro sia imminente...
Questo sabato di sole non potevano farcelo scappare e lo abbiamo dedicato a stare all'aria aperta. Per Giulia è stato il battesimo della Gramschatzer Wald, per me la terza volta in questa selvaggia foresta, quasi ai confini dell'impenetrabile, dove gli alberi si organizzano in vere e proprie muraglie, dove gli unici suoni sono quelli dei nostri piedi e della fauna locale. Sarà sicuramente un ottimo rifugio in futuro, soprattutto nelle giornate calde, lontano dal caldo delle città e al riparo dal sole torrido. Ma l'esplorazione, per ora, è più facile ad alberi spogli.

Tempo di far legna...

Bis bald!
Stefano

venerdì 26 febbraio 2016

Sul tetto della montagna nuda

Oggi è un grande giorno per la storia dell'alpinismo!
Alle 11.37 di oggi è stato dato l'annuncio ufficiale sui social network: uno degli ultimi baluardi che ancora resisteva alla forza prorompente dell'esplorazione umana, il Nanga Parbat, è stato finalmente salito per la prima volta nel gelo della stagione invernale. Il merito è dei tre alpinisti che hanno raggiunto la vetta della "montagna nuda", a quota 8125 metri: il portabandiera italiano Simone Moro, il pakistano Ali Sadpara e il basco Alex Txicon. Il quarto componente della cordata, l'italiana Tamara Lunger ha dovuto desistere a pochi metri dalla vetta.
Non si sa molto di più, se non la notizia in cui speravano gli appassionati di montagna, e che si attendeva da tempo. Un nuovo capitolo della storia dell'alpinismo è stato scritto, e in esso - lo dico con orgoglio - c'è anche un gran bel pezzo di Italia!

I conquistatori del Nanga Parbat

giovedì 25 febbraio 2016

Il taccuino tricolore - Puntata n.3

Ciao a tutti!
Questo 2016, pare non darmi pace. Prima le infezioni batteriche, poi quelle virali. Risultato: riposo assoluto a casa. Che si traduce nel trascorrere qualche giorno in compagnia della radio italiana. Stare a contatto con la mia patria "via etere" non è però una buona medicina. Le notizie che arrivano quotidianamente dall'Italia mi allontanano dalla stessa. Da quanto ho avuto modo di ascoltare durante l'ultimo fine settimana, traggo quattro indicazioni.


1. L'Italia è un paese in cui i diritti cambiano a seconda delle preferenze sessuali. Di questa vicenda delle "unioni civili" proprio non riesco a capacitarmi. Come è possibile che i nostri rappresentanti (e parlo senza fare differenza tra i partiti) non riescano a trovare un accordo per garantire un diritto a tutti i cittadini italiani? Come è possibile che questa gente getti nel ridicolo l'Italia di fronte agli occhi di tutta Europa? Perché non si pensi che all'estero non si rida delle bagarre parlamentare per un diritto sacrosanto... È tutto sconcertante e non riesco a trovare risposte.
2. L'Italia non è un paese per giovani. Sempre meno figli (e come li mantieni?), sempre più emigrati (giovani alla ricerca di un futuro migliore). I dati demografici relativi al 2015 sono impietosi nei nostri confronti. Il giorno in cui ci saranno più italiani all'estero che in Italia è poi così lontano?
3. L'Italia non è un paese neanche per vecchi. Quello che ho intuito è che qualcuno nel governo vuol metter mano alle pensioni di reversibilità. In altre parole, si vuole portare alla morte più velocemente possibile la vedova che non ha mai versato contributi, pur sgobbando una vita intera a casa. Un atto a dir poco spregevole, visto che in Italia ci sono quasi un milione di pensioni d'oro (superiori a tremila euro al mese). Iniziare da quelle per fare cassa, no, eh?
4. L'Italia non è un paese per emigrati nostalgici. Siete all'estero e volete rientrare in Italia (con un prezioso bagaglio di conoscenze ed esperienze)? Cazzi vostri, state pure dove siete. L'esterofobia pare esser diventata un tratto peculiare dell'Italia. Per averne conferma, chiedere ad un ricercatore di matematica di stanza a Vienna, con passato ad Harvard, rifiutato dal Politecnico di Torino.
Mi dispiace dirlo, ma a queste condizioni, in Italia non ho proprio più voglia di rientrare.
Bis bald!
Stefano

mercoledì 24 febbraio 2016

24 febbraio 1953 - Lezione sul ghiaccio delle Dolomiti

"Ricordo di aver letto che Cassin diciotto anni prima, nel corso della sua ascensione, proprio su questo tratto di parete impiegò ben quattro ore per fissare un chiodo. E per riuscirvi era caduto ben tre volte nel vuoto. Ah, come lo capisco! Spero comunque che non mi succeda la stessa cosa poiché sono convinto che non uno di questi agganci che ho piantato reggerebbe allo strappo di una caduta. Ma tutto va bene..."
Walter Bonatti, I miei ricordi

Lo strambiombo della nord della Cima Ovest di Lavaredo in una sola immagine (© Marco Sartori)

Bonatti non è di certo rimasto nella storia per le sue scalate dolomitiche. Ha sempre prediletto il ghiaccio e la roccia del Monte Bianco alle bianche pietre delle Dolomiti. Eppure anche qui seppe lasciare una traccia indelebile della sua classe cristallina di scalatore. Non su una salita qualsiasi, ovviamente, ma laddove si è scritta la storia dell'alpinismo eroico della prima metà del XX secolo: sulle Tre Cime di Lavaredo.

La via Cassin-Ratti (fonte: scuoladiarrampicatamuzzerone.it)

Nel 1952, un giovane Bonatti, scalatore che gode già di una discreta fama, si ritrova a dover rispondere alla chiamata militare. La destinazione fu un vero colpo di fortuna: Sesto Reggimento Alpini. Bonatti trascorrerà quindici mesi tra i monti, dove poter esercitarsi nell'arrampicata, dato che scalare monti era attività richiesta in alcuni incarichi speciali.
Quando è l'ora del congedo, Bonatti non ha dubbi su dove salire. Nel febbraio del 1953, la meta scelta, da raggiungere con uno dei suoi più grandi amici, il lecchese Carlo Mauri, è la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, la più difficile delle Tre Cime di Lavaredo. La via di salita è la Cassin-Ratti, che è anche l'unica finora aperta (era l'anno 1935). La difficoltà è ovviamente la stagione: è febbraio, è pieno inverno.

A scuola di traversi (fonte: scuolaguidodellatorre.it)

Bonatti e Mauri iniziano la loro avventura dalla località di Carbonin, da dove iniziano una marcia di due giorni per raggiungere l'attuale Rifugio Auronzo e dunque la base della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo.
La Cima Ovest di Lavaredo è alpinisticamente meno nota della Cima Grande di Lavaredo (di qualche metro più alta), essendo quest'ultima uno dei "problemi irrisolti delle Alpi" e avendo visto l'exploit di Emilio Comici sulla parete nord. Non per questo fu più facile da vincere: ventisette furono le cordate che provarono a conquistare la parete, prima del successo di Cassin. La verticalità è totale, forse anche superiore alla Cima Grande, e fa paura: neanche la neve riesce a fermarsi sulla roccia della nord della Cima Ovest. Le difficoltà da superare per Bonatti e Mauri sono massime.

Dove non si ferma la neve (fonte: ramsat.it)

La prima salita invernale alla Cima Ovest di Lavaredo dura tre giorni e due notti. Ore che si susseguono nel gelo, passate a trovare fessure dove piantare instabili chiodi. Notti trascorse a venticinque gradi sotto zero, in cui non dormire significa sopravvivere. Ma Bonatti e Mauri superano ogni ostacolo, il muro strapiombante iniziale, il lungo traverso e dunque il colatoio. Una per volta, gli ostacoli della Cima Ovest di Lavaredo si piegano alla forza di Bonatti. Sono le 12:30 del 24 febbraio 1953, quando Bonatti e Mauri annunciano la loro vittoria con le grida dirette al Rifugio Auronzo. Da quel giorno anche sulle Dolomiti ci sarà il segno di un certo Walter Bonatti.
Dettaglio: non paghi, Bonatti e Mauri saliranno tre giorni dopo, la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, realizzando la prima ripetizione invernale.

martedì 23 febbraio 2016

Countdown, fertig

Ciao a tutti!
Qualche mese fa (correva il 14 dicembre), un'interista sanciva un accoppiamento terribile per la Juventus agli ottavi di Champions League, una delle due squadre "ingiocabili" tra le più forti d'Europa: il Bayern Monaco (vedi post). Speravo che alla mia squadra del cuore non toccasse proprio il Bayern, perché fortissimi tecnicamente, ancora di più psicologicamente, compatti, abituati a vincere, con una mentalità molto europea. E lo sono da molti anni a questa parte, mentre la Juventus, ahimè, tutte queste cose lo è da molto meno tempo.
Poi, c'è l'altro fattore: io che vivo in Baviera, io che sono circondato ogni santo giorno da tifosi del Bayern. Beh, la rivalità non è forte come con le squadre italiane. Si parla di due nazioni diverse, innanzitutto, e poi c'è una componente non trascurabile: la diversa cultura sportiva presente in Germania, distante anni luce da quella italiana. L'ovvia conseguenza è che se ne è parlato molto, apertamente, ma sempre in termini civili.

Mario Mandzukic e Arturo Vidal, di nuovo di fronte da avversari come nel 2013, ma a maglie invertite (fonte: nachrichten.at)

Devo aprire una piccola parentesi: il Bayern è la squadra più amata e allo stesso tempo, odiata, in Germania. Come la Juventus in Italia. Quando puoi contare decine di milioni di tifosi, è chiaro che ne avrai di furbi e di meno furbi. Personalmente, ne ho incontrati di entrambe le tipologie. Smaltita la sbornia iniziale dei tifosi bavaresi, in quanto consci di aver pescato sì i vicecampioni d'Europa ma anche una squadra due mesi fa "in via di guarigione" ma non ancora guarita, diversi sentimenti si sono affacciati nei loro animi. C'è quello molto obiettivo, che riconosce il valore della Juventus (e l'ha apprezzata molto in passato), che ammette che fare un pronostico non è facile, che sarà difficile per entrambe. C'è quello furbo, sornione, che sa di tifare per una squadra tecnicamente superiore ma non vuole dartelo a vedere. Poi c'è l'arrogante, con il quale ho dovuto adottare strategie all'italiana, quasi a mo' di catenaccio, peculiarità del calcio italiano e parola ben nota in Germania.
"Si, ma tanto voi siete più scarsi", "Ah, voi avete solo gente che sa picchiare" (beh, non ha tutti i torti), "Sui giornali ho letto che state tremando". E io: "Ma certo, voi siete molto più forti, vincerete sicuramente", in perfetto stile italiano. E allora, si parte con le scommesse, "se vince il Bayern mi porti una cassa di birra", "anzi no, mi porti del vino dall'Italia", e bla, bla, bla.
Tra un infortunio e l'altro, la rosa del Bayern sta perdendo i pezzi. La difesa è irriconoscibile. Se i rattoppi, nella poco competitiva Bundesliga, vanno benissimo, possono non bastare in Champions League. Nel mentre, la Juventus inanella una serie quindici vittorie filate in campionato e si riprende la posizione che le compete in classifica. Anche qui, qualcuno inizia ad avere paura. Da inizio febbraio, niente più scommesse, niente più Stern des Südens cantata in ufficio, niente commenti. Silenzio di tomba.
Tanti esperti si sono schierati: per alcuni giocatori bavaresi, come Xabi Alonso, o un ex-allenatore del Bayern, come Hitzfeld, la partita sarà una semplice formalità. Per altri, invece, come il futuro allenatore del Bayern Ancelotti, il Bayern dovrà fare molta attenzione alla Juventus. Tutte parole, il countdown è finito. Parla il campo, ora.
Bis bald! (e Viel Glück...)
Stefano

lunedì 22 febbraio 2016

22 febbraio 1965 - L'impossibile diventa possibile

"Cervinia si è accesa oggi alle 16,15 di un entusiasmo straripante, quando Walter Bonatti, avvolto in una giacca a vento blu chiaro, con uno zuccotto color ciliegia in capo ed un paio d'occhialoni giallo oliva a nascondere mezza faccia, è apparso tra i dirupi che delimitano lo sfondo del pianoro del Breuil ed è sceso verso la folla che lo aveva atteso per ore. C'erano bambini che a stento trascinavano i loro scarponi, sciatori appena scesi dal «Ventina», pensionati in cerca di aria refrigerante; anziane signore ed elegantissime ragazze: tutta questa gente si è mossa come un'ondata contro Bonatti e Bonatti, con un sorriso che sapeva un po' di rassegnazione, si è lasciato docilmente inghiottire dal mucchio urlante, osannante, vociferante.
A giungere dal fondo del Breuil all'alloggio dell'amico Minuzzo che lo ha sottratto agli assalti più pressanti, Bonatti ha impiegato almeno mezz'ora, e in questo tempo abbiamo ammirato la sua pazienza, la buona grazia con cui baciava volti di bimbi sudici di marmellata, stringeva la mano a signore che non aveva mai visto, sostava per permettere a fotografi di sei o sette Paesi di ritrarlo ancora una volta contro la piramide del Cervino.
Poi è stato possibile chiuderlo a forza nell'alloggio dell'amico (la gente è rimasta fuori a premere con il naso contro i vetri, ed a noi, nell'interno, pareva di essere tanti pesci in un colossale acquario) e così abbiamo potuto constatare che Bonatti, pur con il suo organismo eccezionale, qualcosa ha sofferto nella sua drammatica scalata. Talvolta avevamo notato, all'aperto, che il suo passo era un po' vacillante, e adesso ne comprendevamo il perché: nella gran luce che lo ha avvolto sulla vetta, Bonatti è stato colpito da un'oftalmia violenta, che ora lo faceva strizzare gli occhi e lo obbligava a tenere in volto quei suoi enormi occhiali. Leggermente gonfio il volto per la continua esposizione al freddo siberiano, scalfite, lacerate, sanguinanti le mani, poderose come pinze d'acciaio, che adagio adagio hanno afferrato tutti gli appigli della muraglia Nord. E nient'altro: anzi, Bonatti non dimostrava affatto di aver voglia di andare a dormire. Qualcuno ha dovuto insistere per cavargli gli scarponi che si era infilati a Zermatt la mattina di mercoledì scorso, e Bonatti, chiacchierava, diventava polemico, rileggeva commosso il primo telegramma arrivatogli con i complimenti di Saragat, che è stato un bravo alpinista anche lui: «Felicitazioni vivissime per lo splendido successo che è il degno coronamento delle ardue imprese compiute nelle Alpi, nel Karakorum, nelle Ande».
Poi sono cominciate le telefonate: agenzie inglesi americane francesi tedesche volevano proprio da lui almeno una piccola dichiarazione esclusiva, e Bonatti correva su e giù per le scale a rispondere al telefono sempre pronto a ringraziare per qualche complimento, senza accorgersi che il tè veniva freddo, che gli occhi continuavano a dolergli, che arrivavano fattorini delle poste con altri fasci di telegrammi. Per potergli parlare, è stato necessario letteralmente chiuderlo a chiave in una stanza: solo così Bonatti ha potuto dipanare il filo ancora sconosciuto della sua lunga avventura.
«Come saprete — ha detto Bonatti — avevo deciso di conquistare la direttissima sulla Nord del Cervino a tutti i costi. Cioè (contravvenendo alle mie convinzioni più profonde), anche da solo. Panei e Tassotti, con i quali avevo compiuto il tentativo andato a vuoto per il maltempo, non potevano più essere con me. Così mercoledì scorso, dato che il tempo è tornato al bello, parto da Zermatt per un giretto in sci. In realtà, è un trucco per non far sapere che "vado su". Due amici fidatissimi mi hanno preceduto portando l'uno il sacco, l'altro corda, chiodi ed altro materiale. Li raggiungo ben lontano da Zermatt: la sorpresa è riuscita. Mi consegnano le loro cose, ci salutiamo sul ghiacciaio. Mi volto a guardarli con gli occhi gonfi di pianto: ecco, dico, ormai ogni rapporto con il mondo è finito, potrò tornare fra gli uomini soltanto passando per questa spaventosa muraglia che mi sta davanti: e guardo su, verso la sommità del Cervino, milleseicento metri quasi a picco sopra la mia testa. «Arrivo alla capanna dell’Hörnly, vi prendo i viveri deposti una settimana fa. Potrei dormirvi ed invece fuggo come spinto dal terrore: questa capanna mi ha sempre ispirato una strana paura. Preferisco dormire fuori, accucciato sotto la mia tendina ai piedi della Nord. Dormire, perlomeno, sarebbe la mia intenzione, ma il sonno non viene: sono troppo preoccupato.
«Giovedì mattina. Spero che il barometro sia disceso, per avere una scusa e tornare indietro. Nemmeno per sogno: è sul bello stabile. Basta con gli indugi: mi slancio verso la parete. Dei nostri chiodi, non ce n'è più uno: li avevamo tolti tutti. Cominciano così manovre estenuanti: salgo senza sacco, conficcando chiodi, torno a prendere il sacco, risalgo. Potrò dire di aver percorso il Cervino tre volte: due in salita, una in discesa. La giornata è un susseguirsi di operazioni monotone: come un equilibrista che cammini per ore sul filo teso tra due abissi. A sera mi fermo sul "canalino bianco". Mi assicuro con chiodi, resto appeso come un sacco, passo così la notte (ed allo stesso modo trascorrerò anche tutte le altre notti in parete, senza dormire, immerso al massimo in un dormiveglia popolato di incubi).
«Venerdì mattina. Nella notte il tempo è cambiato, mi pare che stia per nevicare. Quasi quasi vorrei discendere, ma il barometro continua a segnare il bello stabile. Dò retta al barometro e continuo a salire. Per la prima volta nella mia vita noto uno strano fenomeno: il fatto di non poter parlare con anima viva, mi fa concentrare tanto in me stesso che talvolta mi pare di essere in preda ad una ipnosi. Devo sostare appeso a qualche chiodo e forzarmi a ragionare. In serata attraverso il "passaggio degli angeli" (come camminare su gigantesche tegole in precario equilibrio, incrostate di ghiaccio) e mi piazzo per la notte al punto in cui, nel tentativo fallito, avevamo deciso di ripiegare.
«Sabato. È il terzo giorno di arrampicata, non ho più cibo né bevanda, ma non mi sento stanco. Eccomi nella zona dei grandi strapiombi; se mi sfugge una pietra di sotto gli scarponi, la vedo filare dritta sotto di me fino a colpire il ghiacciaio mille metri più in basso. Alla sera ho superato questo tragico «passaggio chiave» Vedo palpitare laggiù, in un oceano di tenebra, le luci di Zermatt. Non è uno spettacolo confortante, anzi mi fa sentire ancor più quanto io ne sia lontano.
«Domenica, quarto giorno di arrampicata. Non una nuvola in cielo. Mi sento in ottima forma, anche se un paio di prugne devono servirmi per colazione, pranzo e cena. Mi trovo in una zona di "canne d'organo": ciclopiche colonne. Qual è il canalone della salvezza? Un po' d'istinto, un po di ragionamento, ne infilo uno che mi pare buono: in effetti mi porta ad un terrazzino largo trenta centimetri su cui posso passare la notte con la testa fra le ginocchia.
«Lunedi, quinto giorno. Come colazione, quaranta metri di sesto grado puro senza poter piantare un chiodo perché tutto sembra crollare. Odo voci dall'alto: devono essere guide che mi chiamano. Urlo per rispondere, poi non li sento più. Dove sarà la vetta? Uscendo da questo pozzo, non la si vede. Vado un po' a caso, verso il cielo, sempre più in alto. Poi non posso più salire, perché sono più alto del Cervino. Sono le 15,15: abbraccio la croce, faccio qualche foto. Mi sento perfettamente felice. Arrivano un paio di aeroplani, passano ad una decina di metri. Ora devo ridiscendere. Verso Zermatt o verso Cervinia? Avevo previsto Zermatt, ma ora mi accorgo che gli occhi soffrono, che mi prende un certo torpore, e preferisco calarmi verso il Breuil perché da quella parte posso seguire le grandi orme lasciate dalle guide che erano venute a cercarmi».
Questa è la semplice storia di Bonatti e della sua vittoria. Dopo la conquista della direttissima Nord ha ancora bivaccato all'aperto sopra la capanna Amedeo, oggi è sceso adagio al Riondé dove erano saliti il direttore della scuola di sci Jean Bich e due allievi e nel pomeriggio ha ricevuto l'abbraccio di Cervinia. Soltanto a tardissima sera, dopo un banchetto offertogli dalle guide, si è ricordato che doveva riposare un poco. E domani tornerà a Zermatt dove lo aspettano accoglienze altrettanto calorose."
Carlo Moriondo, La Stampa, 24 febbraio 1965

Bonatti trionfante a Cervinia, nelle pagine de La Stampa del 24 febbraio 1965

domenica 21 febbraio 2016

Scritture in cielo

"Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede."
Harper Lee, Il buio oltre la siepe
 
"Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: «Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?» Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni."
Umberto Eco, Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo,
 L'Espresso, 12 giugno 1997


Il fine settimana sta finendo e si porta via Harper Lee e Umberto Eco, due tra le più famose icone della letteratura rispettivamente statunitense ed europea.
Il mondo si sveglia più povero, senza questi due straordinari personaggi. Ma non dimentica che le loro opere, ormai grandi classici della letteratura, sono già immortali.

sabato 20 febbraio 2016

Un paese per chi?

Ciao a tutti!
Giornata a casa con malanni di stagione, accendo la radio, e il notiziario annuncia il risultato di una recente indagine statistica, una notizia di quelle che fanno salire la febbre, se non se la si ha ancora. L'Istat ha pubblicato i dati demografici del 2015. Lo studio fornisce numeri impietosi, ma dei quali non mi stupisco.
L'Italia perde 140.000 residenti sul territorio italiano, ma il numero aumenta a 180.000 quando si considera la sola popolazione italiana; diminuisce la speranza di vita alla nascita e si alza il tasso di mortalità; sale l'età media e con essa la percentuale di ultrasessantenni; gli immigrati non riescono più a coprire il gap demografico frutto di mortalità ed emigrazione; per il sesto anno consecutivo, ci sono sempre meno iscrizioni all'anagrafe; ma soprattutto, dato che più osservo con interesse: se 28.000 italiani sono rientrati in patria, ben 100.000 hanno lasciato la patria per costruire il loro futuro all'estero.

Quanti biglietti di sola andata verso l'estero?

Questi numeri non mi stupiscono affatto. L'Italia è un paese che attualmente ha poco da offrire ai suoi figli. Meglio cercare di migliorarsi altrove, in paesi dove ci sono più possibilità di lavoro o in paesi dove la competenza è più richiesta e meglio retribuita: nel 2013 in testa alle mete preferite c'è stata la Gran Bretagna, dunque Germania, Svizzera, Francia e Stati Uniti.
Sto ovviamente imparando a conoscere la realtà tedesca. Le condizioni di lavoro e di vita in Germania sono tali per cui è abbastanza ovvio che non si abbia alcun desiderio di tornare in Italia. Non è facile trovare lavoro, ma ci sono più possibilità; c'è molto meno stress, c'è più flessibilità. Tornando ai dati demografici, la Germania è il "posto migliore dove fare figli": madri e padri possono godere di congedi più ampi e meglio retribuiti. Per non parlare del noto Kindergeld, 190 euro al mese garantiti dallo stato per ogni figlio. Non c'è che dire, è un gran bell'incentivo per fare figli.
L'Italia non offre tutto questo, e ottimisticamente parlando, non potrà offrirlo per ancora tanto tempo. Avremo il miglior cibo del mondo, ma bisognerà pur avere un lavoro, per poterselo permettere. E il lavoro scarseggia. Nonostante tutte le difficioltà che comporta, è più facile espatriare, e il numeri lo confermano: si è passati dalle 47.000 cancellazioni del 2011 alle 91.000 del 2014... Qualcuno inizia a capire perché gli emigrati aumentano ogni anno di più?
Bis bald (desolato)
Stefano

venerdì 19 febbraio 2016

Cosa mi porto dall'Italia?

Ciao a tutti!
Il titolo di questo post è una delle domande più ricorrenti. È una domanda degli amici e dei conoscenti italiani, curiosi di sapere come si vive (o sopravvive, secondo molti) in Germania senza i sapori della terra natia. È anche una domanda dei miei colleghi in Germania, sempre curiosi di sapere come si sta in Italia (che tradotto vuol dire "quanto fa più caldo?"), e perché mai ci torno ogni due mesi.
Beh, cosa mi porto dall'Italia? Tante cose, soprattutto tanto cibo. Saremo gli ultimi dell'Unione Europea, ma quanto a cibo siamo i primi al mondo. Non conosco tedesco, peraltro, che non apprezzi il frutto della nostra terra e della nostra tradizione enogastronomica. Ogni viaggio di ritorno, dall'Italia verso la Germania, il baule della mia auto contiene sempre un minimo di due scatole con vari generi alimentari, tutti ovviamente made in Italy al 100%. Si, ma quali? Non ovviamente i generi come frutta, verdura e formaggi freschi, per motivi di conservazione, ma tanti altri prodotti. Li ho riassunti in questa personalissima classifica, in ordine di irrinunciabilità...

Starò facendo pubblicità?

10. Aceto balsamico di Modena. Io sono tutto fuorché un amante di questo prodotto. Il mio disgusto è nell'aceto in generale, un liquido che mi fa venire la nausea, e chi mi sta o chi mi è stato vicino lo sa bene. Ma non posso da solo condizionare i gusti di chi mi sta attorno, e dato che l'aceto balsamico è amatissimo, non posso fare a meno di metterlo nel carrello della spesa tricolore.
9. Latte di mandorla. Personalmente è diventato un must che mi accompagna durante l'estate. Nell'ultimo, torrido, periodo estivo, è stato amico fedele. Ma in Germania, perlomeno a Schweinfurt, è assolutamente introvabile. Potrei forse trovarlo a Monaco, o nelle grandi città. Ma sono molto più frequenti i miei ritorni in patria.
8. Sughi pronti. Qualcuno potrebbe storcere il naso, ma io amo i sughi pronti della Barilla. Ci piacciono tanto, e li preferisco comprare in Italia. C'è più scelta e si risparmia molto: non sono certo i tedeschi quelli che recitano la parte dei cultori della pasta.
7. Grissini. Ad essere sincero, i torinesi in Germania si trovano - solo nei migliori supermercati. Ma bisogna cercare per bene tra gli scaffali e le corsie e poi memorizzare la posizione, perché i tedeschi prediligono ben altri prodotti di forno. La varietà che c'è in Italia, però, c'è solo in Italia.
6. Genepy. Questa è una peculiarità più valdostana che italiana. Tuttavia, mi sono innamorato follemente di questo liquore tipicamente montanaro da tanti anni ormai, e so bene che almeno due volte all'anno va pianificata una gita ad Aosta per acquistare una bottiglia di questa preziosa bevanda alcolica. Il genepy è il modo più diretto, in assenza delle amate montagne valdostane, per ritrovare a distanza di chilometri, l'emozione che solo la Valle d'Aosta mi sa regalare. Piccola precisazione: il genepy, a titolo del punto 6, è solo il capostipite di altri liquori che solo in Italia potrei acquistare, come gli amari di erbe o il limoncello.
5. Vino. Nulla contro i vini tedeschi, sia chiaro: apprezzo molto i vini bianchi, qui ottimi, ma anche i rossi, nonostante la posizione geografica non fortunata. E poi, ho la grande fortuna di vivere in una delle zone vitivinicole più rinomate della Germania, tra le più importanti per qualità e seconda solo a Baden e Palatinato per quantità. Ma anche nel vino, come in tantissime altre tipologie gastronomiche, la Germania non può reggere il confronto con la sterminata varietà di prodotti e di peculiarità presenti in Italia. Barbera, dolcetto, chianti, bonarda, montepulciano, valpolicella... tutta roba che i tedeschi possono solo sognare. E pensare che qui quando si parla di vino italiano ogni riferimento è sempre e solo al lambrusco...
4. Pasta. L'elemento più ovvio per un italiano, siamo noi i grandi produttori e consumatori di pasta nel mondo. Barilla, Buitoni e De Cecco esistono anche in Germania. Però costano il doppio, una delle pochissime cose più costose che in Italia. Va da sé che il baule della nostra auto, al ritorno in Germania, abbia sempre uno spazio dedicato alle scatole di pasta.
3. Olio extravergine di oliva. Talvolta sono proprio i tedeschi a chiedermi di portare su del buon olio di oliva. E il fatto che me lo chiedano, è sintomo che qui, di buon olio di oliva non ne abbiano proprio, oppure non lo vogliano importare. Naturale quindi che l'unico olio che vada ad acquistare in terra teutonica sia quello di semi. Per il caro e amato extravergine invece no, non c'è verso, si deve acquistare in Italia: da rivenditori più che fidati, sull'olio di oliva non si scherza.
2. Caffè. Non so quante volte ho dichiarato di detestare il caffé tedesco. Ciò che si beve tradizionalmente in Germania è "acqua sporca", una "bevanda marrone" (ho sentito anche questa definizione, "olio esausto"), tutto fuorché la poesia dell'italico espresso. Il grande solco tra la bevanda tedesca e l'espresso non sta solo nel metodo (infusione al posto della percolazione), ma anche nella tostatura dei chicchi. Il caffè tedesco è tradizionalmente «arrostito», il diverso processo di tostatura gli conferisce un aroma che tende al bruciato. Proprio per questo motivo, so di dover investire parecchio ad ogni mio viaggio in Italia sul caffè. Se so che devo stare lontano dall’Italia per almeno due mesi, so automaticamente di dover acquistare almeno tre chili di caffè...
1. Parmigiano reggiano e grana padano. Qualcosina c'è anche in Germania, lo ammetto. Ma qui amano i formaggi molli, con la conseguenza che sia molto più facile trovare parmigiano reggiano e grana padano a corta stagionatura. No, noi puntiamo al meglio. Sulla qualità del più tipico formaggio tricolore, siamo intransigenti: il miglior parmigiano e il miglior grana li troviamo solo in Italia.

Non classificato. Specialità valdostane. Mocetta e fontina, tegole valdostane e jambon de Bosses. Fosse possibile, torneremmo in Germania con un carico intero di questi prodotti.

giovedì 18 febbraio 2016

mercoledì 17 febbraio 2016

...è qui il paradiso?

Si dice che l'allenamento più duro per un atleta è il non potersi allenare. Nulla di più vero: erano quasi tre mesi che non correvo più. Tre mesi possono essere un'eternità. Si, avevo corso sul tappeto, avevo lavorato - bene, peraltro - in palestra, prima che una stupida infezione (oltre a temperature impossibili, alla neve, ad un po' di malanni vari) mi fermasse per quasi un mese. Ma erano veramente quasi tre mesi che non uscivo in strada per correre. Oggi, però, non ce n'era per nessuno. Oggi volevo tornare a correre. Sono uscito prima dall'ufficio, ho bevuto qualcosa di caldo e ho messo le scarpe. Oggi, niente mi avrebbe fermato.

Corro già troppo forte

E chissenefrega se fuori c'erano zero gradi e veniva giù qualche piccolo fiocco. Oggi dovevo correre. E ho corso. Sono partito fortissimo, perché il desiderio era tanto. Dovevo sfogarmi, liberare il desiderio di dare libertà alle mie gambe. Sono partito forte e ho pagato, ho arrancato negli ultimi sei chilometri. Ma è stato bello, bellissimo! Sarà tutto quanto alle spalle? Io me lo auguro. Vorrei che questa fosse solo la prima di una lunga serie di uscite nel 2016...
Bis bald!
Stefano

martedì 16 febbraio 2016

Occhio al prezzo! - Puntata n.6

Ciao a tutti!
La costante discesa dei prezzi del petrolio, per non parlare del recentissimo crollo, ha messo in evidenza qualcosa di estremamente positivo: l'abbassamento del prezzo della benzina, qualcosa che qualche anno fa sembrava potesse trasformarsi in un bene di lusso o quasi. C'è da ringraziare il vero e proprio braccio di ferro intrapreso tra arabi e americani (e anche la Cina che non cresce), se ora è possibile recarsi dal distributore di carburante e fare un pieno di benzina o di gasolio a prezzi più contenuti. Ma è proprio tutto oro ciò che luccica. Dal confronto visivo che ho avuto modo di fare durante il mio ultimo viaggio tra la mia casa, in Germania, e la mia patria, in Italia, direi proprio di no.

Prezzi live da Schweinfurt

Certo, intraprendere un simile viaggio è impegnativo, costa tempo, fatica e anche soldi - poco più di cento euro in carburante. Ma permette anche di risparmiare qualcosina: perché il pieno, alla mia macchina non sono di certo obbligato a farlo in Italia. Anzi.
Come feci proprio due anni fa, quando le cifre in ballo erano ben altre, anche stavolta, voglio provare a raffrontare i prezzi alla pompa di una marca di carburante presente nelle quattro nazioni europee che attraverso nel mio viaggio (per precisione, si tratta di Eni). Il confronto, per semplicità, è sui carburanti tradizionali, dunque su benzina senza piombo e gasolio.


Il raffronto è impietoso. Se è vero che in Svizzera si è temporaneamente interrotto il mito del pieno a basso costo (oggi si parla di "superfranco", a causa della rivalutazione monetaria operata dalla Banca Centrale Svizzera), e fare carburante in territorio elvetico non è più così conveniente, dall'altra parte va detto che con Germania e Austria c'è un divario assurdo. Nel fare benzina in Austria o in Germania, la differenza con l'Italia è stimabile nell'ordine di quindici/venti centesimi in meno. Al litro. Che sul pieno della mia auto significa un risparmio tra gli 8 e gli 11 euro. Facendo un confronto sulle percentuali, il dato fa impressione: fare benzina in Austria può costare il 22% in meno che in Italia; fare gasolio in Germania il 20% in meno. Cifre impressionanti.
Come mi ha detto un amico qualche giorno fa, «i tedeschi non hanno fatto la guerra in Libia». Aggiungo che non hanno avuto neanche i terremoti in Irpinia e in Friuli - quarant'anni fa. Di queste cifre, scandalose per ciò che nascondono, si aggira sempre la stessa solfa. O meglio, la stessa parola: accisa. Che aggiunta all'Iva rappresenta quasi il 70% del costo alla pompa. Beh, ma dove si vuole andare con questi numeri?
Bis bald... (desolato)
Stefano

P.S.: i prezzi sono stati raccolti nella giornata del 15 febbraio 2016 per le aree di: Torino (I), Mendrisio (CH), Bregenz (A), Schweinfurt (D). Per verificare la bontà dei dati, consultare i siti di Prezzi Benzina, ÖAMTC e CleverTanken.

lunedì 15 febbraio 2016

Tutto il meglio dell'Alta Via n.2 della Valle d'Aosta (e sondaggio)

"Le montagne - come lo sport, il lavoro e l'arte - dovrebbero servire solo come mezzo per far crescere l'uomo che è in noi."
Walter Bonatti, Una vita così
      
     
Ciao a tutti!
Cervino, il Monte Rosa e il Grand Combin sull'Alta Via n.1, il Gran Paradiso sull'Alta Via n.2, il Monte Bianco su entrambe le Alte Vie valdostane. Quale la più bella? Una risposta probabilmente non c'è. Tuttavia, costruendo questo post, mi sono reso conto di una differenza tra le due esperienze sui sentieri della Valle d'Aosta. Se l'Alta Via n.1 ha rappresentato per me una straordinaria occasione di viaggio tra le valli di una regione e di ricerca introspettiva nelle valli della mia anima, l'Alta Via n.2 è paesaggisticamente più interessante. Opinione che faccio mia, in questo momento, anche grazie ad un ricordo più fresco. Ricordo che, a distanza di qualche mese, però non voglio far sbiadire. Anzi, lo voglio rinvigorire con questo post, che nasce con l'intenzione di coinvolgere la platea di A spasso tra i Giganti.
Ho ripercorso mentalmente e visivamente tutti i luoghi toccati nel cammino lungo i sentieri dell'Alta Via n.2, e ne ho selezionati quindici, quelli che per me sono rimasti più impressi. Perché più belli, più carichi di ricordi, più significativi. Quella che segue è la mia personale classifica, corredata di alcune foto del luogo inserito in questa particolare graduatoria. Pur precisando che una classifica, quando c'è tutta questa meraviglia, è ben difficile da stilare. Potrete stilarne un'altra voi, votando quello che per voi è il luogo più bello di questa Alta Via...
Bis bald! (e buon sondaggio...)

Per votare, cliccare sul link evidenziato dal riquadro rosso

1. Col de la Crosatie [tappa 8]. È la più spettacolare balconata sulla Valle d'Aosta. Tutti i Giganti delle Alpi si possono abbracciare con un'occhiata da questo colle che divide la Valgrisenche dalla Valle di La Thuile. Un posto dal quale ho fatto assolutamente fatica a staccarmi. Ahimé, la tappa era lunga e dura...

La Crosatie, direzione ovest

La Crosatie, direzione est

2. Col d'Entrelor [tappa 6]. La salita all'Entrelor non è mai estremamente dura, ma è una delle più lunghe in assoluto, per chilometraggio, dislivello e tempistica. Gli sforzi vengono ricompensati da un doppio panorama su Valsavarenche e Val di Rhêmes. Dal panorama roccioso dei tremila metri, spuntano fieri la Grivola e il Gran Paradiso verso est, si apre il selvaggio vallone d'Entrelor verso ovest. Grande terrazza su uno degli angoli più incontaminati della Valle d'Aosta.

Entrelor, lato Valsavarenche

Entrelor, lato Val di Rhêmes

3. Cogne/Valnontey [tappa 4]. Può sembrare paradossale che in un percorso selvaggio come l'Alta Via n.2 inserisca un paese ed una sua frazione nell'elenco dei luoghi più belli. Però è così, da Cogne e ancor di più dalla frazione di Valnontey, la visuale sul Gran Paradiso e sui ghiacciai che da esso si diramano è superba e non poteva mancare all'appello.

Il Gran Paradiso visto dall'abitato di Cogne

Sulla salita che collega Valnontey al Rifugio Vittorio Sella

4. Col de Chavannes [tappa 9]. È uno degli ultimi scollinamenti, una salita regolarissima ma molto lunga che porta l'escursionista ad abbracciare tutta la maestosità del Monte Bianco. Qui si può esultare: è l'ultima grossa fatica dell'Alta Via. Oltre ad essere una gran bella ricompensa per gli occhi.

Saluto a La Thuile

Un abbraccio sul Bianco

5. Orvieille/Laghi Djouan [tappa 6]. Il re Vittorio Emanuele II era basso di statura, ma la sua vista era lunga. Anche ad Orvieille, dove fece costruire una casa di caccia, ci aveva visto benissimo. I prati di Orvieille, con vista Gran Paradiso, e i soprastanti Laghi Djouan, entrambi isolati dal caos del mondo, sarebbero in grado di ispirare qualsiasi artista.

Il primo lago verso l'Entrelor

Orvieille in fiore

6. Rifugio Albert Deffeyes/Comba des Usselettes [tappa 8, tappa 9]. Relegare questi due luoghi al sesto posto può sembrare ingiusto. Certo, non dappertutto si possono ammirare in poche centinaia di metri paradisi naturalistici come i prati della Comba des Usselettes, il ghiacciaio del Rutor e i suoi laghi, una vetta imperiosa come il Grand Assaly.

Ai piedi del Rutor. Foto di archivio, 16/06/2012

La Comba des Usselettes e sullo sfondo il Rifugio Albert Deffeyes

7. Lac du Fond [tappa 8]. Le origini del buffo nome di questo piccolo lago che apre le porte alla Valgrisenche non mi sono molto chiare. Provo ad inventarle io: il fondale di questo lago è una tavolozza di colori che variano dal blu al verde a seconda di dove lo si osservi. Di certo è il lago alpino più bello incontrato lungo questa Alta Via.

Lac du Fond

A precipizio nel blu

8. Rifugio Elisabetta Soldini/Lac Combal [tappa 9, tappa 10]. Luogo chiave dell'Alta Via, il Rifugio Soldini è l'arrivo della penultima tappa, prima del gran finale a Courmayeur. Uno dei rifugi più belli di tutte le Alpi, non solo dell'Alta Via, per la fortunata sua posizione, al cospetto dell'Aiguille de Trélatête, del Ghiacciaio de La Lex Blanche e delle Pyramides Calcaires. Poco più in basso, il Lac Combal, una piccola riserva naturalistica a due passi da un altro ghiacciaio, quello del Miage, accende di riflessi la Val Veny.

La riserva del Lac Combal. Foto di archivio, 26/06/2011

Il Rifugio Elisabetta Soldini

9. Arp Vieille/Plan Chécrouit [tappa 10]. Gli impianti rovinano la vista, ma il panorama sul Monte Bianco qui è unico. Così immenso che sembra di poterlo toccare con un dito. L'imponenza della montagna più alta d'Europa, vista da Plan Chécrouit, è insuperabile.

Vista sul Miage ad Arp Vieille

Il Monte Bianco da Arp Vieille. Foto di archivio, 25/06/2011

10. Fenêtre de Champorcher/Rifugio Sogno di Berdzé [tappa 3, tappa 4]. Serve una giornata di cammino da Champorcher per poter raggiungere l'omonima Fenêtre, uno dei colli più alti da superare lungo il percorso, e dunque il Rifugio Sogno di Berdzé. Ma lo sforzo è ripagato dal panorama totale che si ha su due valli, quelle di Champorcher e Cogne.

La prima lunga salita

Meta prefissata, Rifugio Sogno di Berdzé

11. Rifugio Miserin [tappa 3]. Questo rifugio e il vicino Santuario della Madonna delle Nevi, posizionati di fronte al Lago Miserin, specchio d'acqua in una landa desolata, conferisce una sorta di austero misticismo ad uno dei luoghi che meglio potrebbe raccontare la storia della Valle d'Aosta.

Lago Miserin

Un panettone a guardia del Rifugio Miserin

12. Cascate del Rutor [tappa 9]. E che lo dico a fare? Per rimanere estasiati da queste tre cascate, vengono qui molti turisti che la montagna sono abituati a vederla solo in cartolina. I colori dell'arcobaleno prodotto dalla dispersione della luce sugli spruzzi d'acqua e la violenza inaudita di queste cascate sono gli elementi essenziali di cotanta bellezza.

Cascata n.1

Cascata n.2

13. Conca del Lauson [tappa 4, tappa 5]. La conca del Lauson è amatissima da escursionisti e fotografi. Qui regna lo stambecco, l'animale simbolo del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a cui non dispiace mettersi in posa dinanzi agli obiettivi. In un anno di magra come il 2015, preferisco apprezzare questa conca per la visuale sulla Valnontey.

Rifugio Vittorio Sella, all'imbocco della Conca del Lauson

La Conca del Lauson in una calda mattina di luglio

14. Rifugio Chalet de l'Épée [tappa 7]. Un'oasi di riposo dopo le fatiche assurde del Col Finestra, un'oasi di riposo per chi risale dalla Valgrisenche, spettacolare vedetta su questa valle, sull'immenso Lago di Beauregard e sui ghiacci del Rutor.

Vista sul Rutor dal Rifugio Chalet de l'Épée

Vedute sulla Valgrisenche

15. Vallone della Legna [tappa 2]. Un posto quasi dimenticato, ma dalla grande ricchezza naturalistica, questo è il selvaggio e solitario vallone a monte di Champorcher: il posto migliore per allontanarsi dalla civiltà senza rinunciare a bellezza ed armonia.

Sperduto, dimenticato

Nelle bistorte

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...