lunedì 28 dicembre 2015

Maestri che vanno, miti che restano

Il trittico del Natale di quest'anno se ne è andato, e nel silenzio si è portato via un grande uomo di sport, vero e proprio mentore di campioni. Giovedì 24 dicembre è morto Carlo Vittori. Questo nome a molti non dirà molto. Ma chi si interessa di sport e atletica leggera lo conoscerà come lo storico allenatore di Pietro Mennea. Colui che vide nel fisico gracile di un ragazzotto pugliese la potenzialità per diventare un dominatore della pista e della corsa di velocità, al pari dei giganti dell'Unione Sovietica e dei mostri di oltreoceano. L'artefice del record del mondo sui 200 metri piani e dell'oro olimpico di Mosca 1980 fu proprio questo maestro marchigiano che fece della schiettezza e dell'onestà i cardini della sua carriera da atleta prima e da allenatore dopo. Uno di quei personaggi che non poteva che fare del bene a tutto il panorama sportivo italiano. Soprattutto ora, in un'atletica leggera sconquassata da scandali per doping e dalla credibilità ai minimi storici, uno come Vittori avrebbe fatto molto comodo...

Vittori e Mennea in allenamento (fonte: lastampa.it)

"Se ne è andato nel sonno, alla vigilia di Natale, a 84 anni ben portati, colmi di una vis polemica che lo ha sempre tenuto destissimo: non uscivano i giornali, la notizia è stata data in tv, alla radio e sul web scarna e accoppiata al suo allievo più famoso, Pietro da Barletta. Sabato c'è stato il funerale, in una chiesa ascolana piena di compaesani, colleghi, ex atleti che gli hanno riempito la vita e se ne sono visti rimeritati invece che come atleti e basta, come persone. Ieri l'Ascoli ha giocato la domenica natalizia di B con il lutto al braccio, e ha vinto. Porta bene anche alla memoria… E pensare che Carlo Vittori è stata una figura italiana assai importante, certamente oltre le sue prestazioni da sprinter dei primi anni'50 con partecipazione olimpica, a Helsinki, e da tecnico per tutto il periodo successivo, con la fama internazionale dagli anni '70 ai '90, come mentore di Mennea, curatore del record mondiale di Marcello Fiasconaro, faber della carriera di molti velocisti di primo livello quando in questo Paese esisteva ancora l'atletica. Tanto importante da lasciare in coloro che lo hanno conosciuto bene un'impronta da vero Maestro, quelli per capirci che da un pezzo latitano quaggiù, da noi, e che sono decisivi in ogni settore della vita per la trasmissione del sapere, sia individuale che sociale. [...] Con la semplificazione ignorante dell'idea di sport ho incrociato professionalmente i guantoni negli ultimi quarant'anni. Una volta, quando ne scrivevo o tentavo di scriverne sulla prima Repubblica, Scalfari il supremo mi obiettò: "Ma che cosa intendi per cultura sportiva, eh? Che dovrei mettermi a fare ginnastica?". Gli avrebbe magari fatto bene, ma non era certamente quello il punto. Il punto è proprio Vittori, e i Maestri (pochi, sempre meno, oggi all'apparenza praticamente introvabili) che hanno lasciato un segno nelle varie contrade dell'esistenza. Carlo aveva il concetto preciso e centrifugo dello sport come salute interiore ed esteriore per una società migliore, più rispettosa del corpo nel dubbio che esista un'anima. Dello sport come scuola di vita, della scuola che contenesse lo sport. Dell'educazione che deve discendere da entrambi. E dell'atletica leggera che è la disciplina più naturale del mondo ed è alla base di qualunque sport o gioco che sia. Se corri, salti, lanci sei per forza di diritto in ogni fase storica dell'uomo. [...] Oggi sono proprio i Maestri che mancano ai giovani, atleti o no che siano. Tutto questo ha espresso con la sua personalità all'apparenza sempre urticante, in realtà profondamente attenta all'altro l'uomo di Ascoli, che ha girato il mondo onorato dalle scuole di atletica più rinomate rimanendo l'uomo di Ascoli, nient'affatto rozzo e invece finissimo conoscitore di individui. Il paradosso è che quindi Mennea è stato solo il titolo più cubitale di un lungo percorso di conoscenza, in cui il successo e il denaro (che cominciava a dilagare) sono stati posti a latere, perché non intralciassero il senso dell'impresa. Sono arrivati, certo, ma dopo… E le battaglie di Vittori contro l'establishment dei Nebiolo, il doping, recentemente lo sfascio dell'atletica leggera mentre si straparla con il solito metodo arraffone di Olimpiadi a Roma, insomma il potere che ignora e fa danni, sono state instancabili per tutta la vita. Andrebbe quindi sollevato in alto soprattutto per questo, per ciò che ha rappresentato anche come esempio e non tanto o solo per i risultati. [...]"
Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2015

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